29 dicembre 2008

Troppo tardi

Una delle prime cose che chi vive un'esperienza assistenziale con malati gravi impara è che certe occasioni, nella vita, non si ripetono: c'è un limite oltre il quale è troppo tardi. Se ne accorse subito la psichiatra svizzera Elisabeth Kubler-Ross, che dedicò la vita allo studio della psicologia dei malati in fase avanzata. Un malato aveva chiesto di parlare con lei, un'occasione che la dottoressa aspettava da tempo, perché l'uomo, chiuso nel suo dolore, non voleva parlare con nessuno, ma la sua agenda era piena di impegni e lei gli riservò la prima data libera. L'incontro però non avvenne mai, perché il malato, nel frattempo, morì. Nel suo libro "La morte e il morire", scrisse che da quell'esperienza imparò che, in questa fase della malattia, ogni momento è prezioso e irripetibile. Il primo servizio che mi venne affidato fu la supplenza di una volontaria che andava da una malata oncologica in fase avanzata. Il figlio di questa signora viveva all'estero e non venne mai a trovare la madre durante la sua malattia, venne soltanto per il funerale e, in quella occasione, chiese di poter parlare con la volontaria che aveva assistito la madre, per sapere dei suoi ultimi mesi di vita. La volontaria gli negò il colloquio dicendogli, al telefono, che era troppo tardi. Cristina

2 commenti:

patti ha detto...

mi viene in mente un'estate caldissima diversi anni fa, la via emilia ed io in bicicletta che sudavo sotto il sole di mezzogiorno e pedalavo sempre più in fretta perchè avevo urgenza di rincasare e parlare a mio padre.avevo cose importanti da dirgli. frutto di una riflessione o meglio una intuizione.alcuni giorni prima ad un funerale di un lontano parente guardavo e ascoltavo in disparte i gesti e le parole di chi si avvicinava per l'ultimo saluto:" che brava persona è stato" "come farò senza di lui" gli ho voluto tanto bene" mi mancherà tanto".quelle immagini mi hanno accompagnato lungo tutto il tragitto. arrivata a casa ho obbligato mio padre a sopportare la sua emozione e le mie parole :" ti voglio bene -gli dissi- quando non ci sarai più mi mancherai tantissimo, ma saprò cosa fare perchè ho imparato a dirti ti voglio bene."

Gianpietro ha detto...

Anch’io avrei voluto arrivare in tempo, ma non esserci riuscito non è dipeso da me. Papà stava lentamente morendo di tumore all’ospedale di Modena, assistito dalla mamma; mentre noi, figli, passavamo a trovarlo, chi al mattino e chi alla sera dopo il lavoro. Quel giorno, era il 21 agosto, al rientro da una riunione, i colleghi mi informano che l’ospedale ha chiamato per avvisare che papà è vicino alla fine. Lascio tutto e corro alla macchina parcheggiata, come ogni giorno, davanti alla caserma Zucchi (ora università), ma non c’è modo di uscire per una vettura lasciata di traverso. Portiere bloccate e marcia inserita: nessun vigile intorno. Per la rabbia rompo i tergicristalli della macchina che mi impedisce di uscire e solo dopo più di mezz’ora, sfruttando lo spostamento di altre vetture, riesco a prendere la strada per Modena. Il paravento accanto al letto mi fa capire che sono arrivato tardi e la mamma mi conferma che solo venti minuti prima papà respirava ancora. Ho pensato che forse non mi avrebbe sentito comunque, viste le sue condizioni, e così gli ho parlato come se mi potesse ascoltare. Non mi sono sentito colpevole, nè allora, nè oggi, ma quel ritardo mi ha pesato a lungo. Gianpietro