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11 settembre 2012

Il silenzio

(pag. 22): "Voi parlate quando avete perduto la pace con i vostri pensieri."

Io amo il silenzio. Sono sempre stata poco loquace, fin da bambina, e in famiglia sono sempre stata rimproverata per questo: come se il non parlare in continuazione denotasse mancanza di partecipazione a ciò che accadeva intorno a me. Non sono in molti a dare il giusto valore al silenzio. Con i ragazzi che seguo dedico sempre almeno un incontro ad approfondire questo tema e più che altro a sperimentarlo. E risulta essere sempre l'incontro per loro più imbarazzante...
Comunque, dal momento che preferisco il silenzio, lascio a chi è più bravo di me con le parole il compito di commentare questo testo.
Maria Maddalena

3 luglio 2012

Sul dare

(pag. 8): "E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito. Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell'aria la sua fragranza."

Questo capitolo mi riporta all'episodio del Vangelo di Marco (Mc 10,17-31) in cui l'incapacità di un ricco di lasciare i propri beni dà a Gesù l'occasione per avvertire i propri discepoli del pericolo che consiste nel lasciarsi imprigionare nell'orizzonte soffocante delle ricchezze. Se il nostro sguardo è catturato dai beni (da quelli che si hanno e da quelli che si vorrebbero avere) saremo prigionieri dei beni. Vivremo nella paura di perderli o di non poterli mai avere. La ricchezza in sé non va però condannata. Non la mano, ma il cuore deve star lontano da essa. Si tratta di saperla utilizzare per il bene degli altri. Chi è ricco lo è per gli altri. Resta comunque sempre il fatto che è quando si dona se stessi che si dona veramente. E lo si deve fare "senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito". Perchè donarsi in questo modo fa sentir bene se stessi prima ancora dei beneficiari del proprio aiuto. Maria Maddalena

18 giugno 2012

Quale libertà oggi

(pag. 18 e pag. 19) “Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio?”

Si parla molto di libertà oggi e, come qualcuno ha giustamente detto a proposito dell’acqua, quando si parla molto di un bene, vuol dire che questo bene sta cominciando a scarseggiare. Ha ragione l’autore de “Il Profeta” a dire che la libertà comincia da noi stessi e se non abbiamo la libertà interiore, diventa allora inutile detronizzare potenti e tiranni, perché a un potere ne seguirà un altro, se ci sono uomini che non sanno vivere da uomini liberi. Ma, nella concretezza, cosa significa essere uomini liberi? Penso che voglia dire che c’è un bene che promuove la vita e oggettivamente pensabile e non dipende dalle circostanze, ed essere liberi significa avere la capacità di giudizio per individuare quel bene e operarlo. Socrate in catene, che decide di morire, piuttosto che scappare in esilio, non si piega all’arroganza del potere e se oggi il suo pensiero si è tramandato fino a noi e nutre ancora il nostro spirito è in virtù di quella scelta. Se Socrate fosse fuggito, non sarebbe stato per i suoi discepoli un esempio da seguire, perché, nel momento della massima libertà, quello della scelta, lui avrebbe preferito rinunciarvi, per salvarsi, e tutto quello che aveva detto fino a quel momento avrebbe perso di valore. Ma tornando ai nostri tempi, penso che libertà interiore voglia dire libertà della coscienza di riconoscere il bene anche nella situazione più drammatica e farlo. Non ci dobbiamo illudere che oggi possa nascere un  governo che ci assicuri la libertà, perché la democrazia, ammesso che sia mai esistita, oggi non c’è sicuramente e non ci dobbiamo illudere al riguardo. Possiamo, però, operare il bene, in qualunque situazione ci troviamo, e questa libertà non ci verrà mai a mancare. Cristina 

13 giugno 2012

Il lavoro

(pag. 11) Il lavoro è amore rivelato. E se non riuscite a lavorare con amore, ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e, seduti alla porta del tempio, accettare l'elemosina di chi lavora con gioia.

Il capitolo sul lavoro de “Il Profeta” è molto bello dal punto di vista teorico, perché mostra che in ogni mestiere, anche quello umile del panettiere, ci può essere poesia, se svolto con amore e, se manca questa qualità, persino il pane verrebbe male. Ma gli antichi dicevano anche che prima bisogna vivere e poi fare della filosofia e leggendo la biografia dell’autore di questo libro si scopre che c’è della verità e del buon senso anche in questa affermazione. Gibran potè studiare, scrivere, dare vita a riviste e associazioni culturali, pur provenendo da una famiglia economicamente disagiata, solo perché ci fu chi lo mantenne, a cominciare dalla madre, con il suo lavoro di merciaia, poi, quando la madre morì, la sorella, con il suo lavoro di sartina, e per finire un'anziana amante, Mary Haskell, che finanziò la maggior parte delle sue iniziative. Nessuno scrittore riuscì mai a mantenersi con il proprio lavoro e fu principalmente per questo motivo che gli scrittori un tempo, o prevenivano da famiglie facoltose, oppure dovevano lavorare, svolgendo mestieri modesti, che non potevano certamente amare, come Pessoa e anche altri. Ci provò Proust a lavorare come bibliotecario o archivista, ma credo che non durò nemmeno un mese. Ma sarebbe certamente bello, non riuscendo a lavorare con gioia, vivere accettando la elemosina di chi con gioia, invece, lavora. Ma io credo che sia esattamente il contrario: che qualcuno possa lavorare con gioia, solo perché c’è chi, lavorando con disgusto, finanzia il suo lavoro. E non dobbiamo pensare per forza male, alludendo a corrotti e parassiti. Penso a chi lavora nella ricerca, con passione, dedicando a essa tutta la vita. Molto spesso lo può fare perché ci sono contribuenti, non sempre così felici di farlo né di lavorare, che lo sostengono. Allora questo capitolo lo modificherei sostanzialmente dicendo che, dovendo lavorare, cercheremo di essere almeno responsabili del nostro lavoro e di farlo bene, cercheremo anche di essere sempre gentili con tutti, sorridendo al mattino, quando entriamo al lavoro, anche quando non avremmo nessuna voglia di farlo. Cristina

12 giugno 2012

Sul matrimonio

(pag. 7) “Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo. Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.”

Il capitolo sul matrimonio del libro che stiamo leggendo insieme: “Il Profeta” di Gibran istruisce sul valore della solitudine, che non è misantropia o egoismo, ma consapevolezza di essere una persona diversa dall’altra, con caratteristiche personali ben distinte, alle quali non occorre rinunciare, perché non c’è amore se manca la libertà di essere se stessi e se il rapporto di coppia viene vissuto come una prigione o come un dovere. Mi è piaciuta comunque l’espressione “cantate e danzate insieme e state allegri” perché credo che sia da questa allegria che riconosciamo che c’è l’amore. Certamente, nella vita insieme, ci sono momenti difficili, ma questa allegria non dovrebbe mai mancare, perché quando finisce la voglia di ridere insieme, finisce tutto. Sento spesso gli anziani che ricordano il tempo della giovinezza, quando bastava poco per divertirsi ed essere allegri e trovo strano che quel poco che bastava allora non si cerchi di tenerlo vivo, come si terrebbe vivo un piccolo fuoco, sotto la cenere del camino, che altrimenti rischierebbe di spegnersi. Oltre all’allegria c’è, a mio avviso, anche un’altra qualità importante, che vale per tutte le relazioni, ed è l’umorismo, che aiuta a ridimensionare tutto, perché nella vita insieme, spesso, si amplificano problemi, che non meriterebbero tanta importanza e preoccupazione. Cristina

10 giugno 2012

Quando l'amore chiama

(pag. 6) Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume, vi può ferire. E quando vi parla, abbiate fede in lui, anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino. Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E  come vi fa fiorire così vi reciderà. Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole, così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.

Non ci può essere vita senza l'amore. L'amore è  un dono, che  non dobbiamo nemmeno fare tanta fatica a cercare, perché non dobbiamo fare altro che aprire il cuore e allargare le braccia, per accoglierlo, quando lo incontriamo. Poi, la società ha cercato di incasellarlo in schemi e istituzioni, che hanno indubbiamente una loro utilità per dare stabilità e continuità all’amore, ma l’amore è una qualità spirituale, che poco ha a che fare con le nostre costruzioni e i nostri recinti. L’amore vero è quello che tiene insieme tutto l’universo: l’amore è forte, saldo ed eterno, ma siamo noi che, a volte, chiudiamo il cuore e non ne vogliamo sapere, perché ne abbiamo paura. Ma è anche vero che può procurare dolore. Per seguire l’amore, quando chiama - come dice il profeta - spesso si abbandona qualcuno: un padre o una madre, un altro uomo o un’altra donna, a volte una fede o una missione e questo porta spesso dolore. Basti pensare a Edith Stein, brillante allieva di Husserl, che dopo aver scoperto che non è la filosofia che porta alla verità, ma la scienza della croce, attraverso Cristo, rinunciò all’ebraismo, per convertirsi al cristianesimo, spezzando il cuore alla madre e lacerando i rapporti tra loro. Ma anche nella vita più normale, i genitori fanno esperienza di questa duplicità dell’amore. Poco tempo fa, chiesi a mia madre quali fossero stati i momenti più felici della sua vita e quali  quelli più dolorosi. Non ebbe alcuna esitazione a rispondere che quelli più felici erano stati la nascita dei figli e quelli più dolorosi erano stati a causa nostra. Cristina

28 aprile 2012

Il Profeta

Kahlil Gibran "IL PROFETA" pubblicato nel 1923. Questo è il secondo e-book che propongo. Si tratta dell'opera principale dello scrittore/pittore libanese. Anch'esso è un testo breve, ma a differenza del libro di Bach è pervaso da una vena poetica la cui efficacia dipende tuttavia dalla bravura del traduttore. Molte edizioni hanno a fronte il testo in inglese, ma non quella che ho trovato sulla rete e che ho messo a disposizione con un apposito link. Il libro affronta 26 temi ad ognuno dei quali viene dedicato un breve capitolo. Si va dal più noto "... i vostri figli non sono vostri figli ... ", al tema della libertà, dell'amicizia, della bellezza, della preghiera ... Tanti spunti di riflessione, tante considerazioni che possiamo analizzare e approfondire.
"... ed io dico che la vita è davvero oscurità se non c'è slancio,
e ogni slancio è cieco se non c'è conoscenza,
e ogni conoscenza è vana se non c'è attività,
e ogni attività è vuota se non c'è amore;
e quando voi lavorate con amore instaurate un legame con voi stessi, con gli altri, e con Dio."
Gianpietro