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9 gennaio 2009

OSCAR e la vita

(pag. 85) La vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta, si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito. Allora si cerca di meritarlo.

Non occorrono molti commenti. OSCAR esprime un proprio punto di vista. Lo si può condividere o meno, ma resta pur sempre un’occasione di riflessione. Suddividere la vita in tre età è un classico nell’arte come nella mitologia, fino al mortale quesito posto dalla Sfinge ad Edipo. Personalmente, diversamente dall’impostazione di OSCAR, avrei invertito i riferimenti tra i primi due periodi. La scarsa considerazione che sembra abbiano i giovani della vita, spesso affrontata in modo esagerato e con incosciente noncuranza verso il rischio (anche quando coinvolge gli altri), mi porta a credere che essi le attribuiscano un valore scadente, disponibili anche a gettarla senza la prospettiva di un’adeguata contropartita. Ricordo che anch’io, da giovane, non mi ponevo il problema della sua durata ed anzi ero spaventato dall’idea di dovere invecchiare. È quando si cominciano a compiere scelte importanti (lavoro, affetti, famiglia, impegno sociale) che le aspettative vengono proiettate verso un futuro sempre più lontano. È nel periodo dell’accumulo (mi riferisco ai beni materiali), giustificato (mistificato), il più delle volte, con il desiderio di garantire un futuro (sicuro?) ai figli, che nell’adulto si insinua il dubbio di non riuscire ad avere il tempo bastevole per portare a termine quello che reputa essere il proprio compito. È in questa fase che si vive come se fosse per sempre. Secondo OSCAR la terza età è quella della ricerca. La vita viene ridimensionata, passando da regalo a semplice prestito “che va meritato”. Forse avrebbe dovuto scrivere “che va restituito”, a differenza di quanto si fa con i regali. Sia il regalo che il prestito andrebbero tuttavia meritati. Il primo, per sua caratteristica intrinseca, più ancora del secondo. Convengo sull’idea della ricerca come compito per la terza età, quella della saggezza. Peccato che il più delle volte la si attraversa restando bloccati dai lacci annodati nelle età precedenti e che ti soffocano come un rampicante a lungo trascurato. Succede poi che se anche hai avuto l’accortezza di mantenere aperto un varco verso la vita, dallo stesso sono fuggite anche le potenzialità, fisiche e psichiche, che possedevi. La ricerca, inoltre, richiede tempo e questa è una dote sulla quale, da vecchio, non puoi fare affidamento. Mi restano ancora forti dubbi circa l’immagine della vita come “prestito”. La ragione mi dice che l’umanità è solo uno dei tanti prodotti della natura (neanche dei meglio riusciti) e che gli elementi chimici, che, unendosi, ci compongono, ritorneranno alla natura una volta completato il loro breve ciclo di vita, consumati come le pagine di un libro restituito alla biblioteca. Il cuore mi spinge invece a credere che disponiamo di un’anima, che è la vera proprietaria del nostro corpo e che si serve della natura per crearlo e ricrearlo in un percorso lungo tanti cicli di vita quanti le occorreranno per raggiungere il suo obiettivo. È solo sviluppando questa seconda visione che si può parlare di “ricerca del merito”. Per ora altro non so. Gianpietro

6 gennaio 2009

OSCAR e la sofferenza

(pag. 54) Nessuno può evitare di soffrire. Né Dio né tu.
(pag. 55) La sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza morale la si s
ceglie.

Mi ero annotato questo tema, decidendo di tenerlo in sospeso sino a quando non fosse diventato oggetto di un post. Ora il post di Cristina, “La notte oscura” mi consente di affiancare le mie alle sue considerazioni, ottenendo una panoramica più articolata. Gli autori citati da Cristina trasformano la sofferenza in piacere ad imitazione della passione di Cristo e quindi come mezzo utile per l’acquisizione di meriti soprannaturali. Nella visione di Cristina la sofferenza è inevitabile (punto di vista sostenuto anche da OSCAR) e quindi può derivarne una forma di utilità solo a condizione che quella “notte oscura” funga da luogo di gestazione per sentimenti positivi (amore, compassione, pietà, godimento per la bellezza del creato). OSCAR aggiunge la distinzione tra sofferenza fisica e morale sostenendo che la prima, inevitabile, incide negativamente sul nostro animo solo se siamo noi a permetterlo. Credo sia vero, anche se occorre una forza di carattere ed una consapevolezza fuori dal comune per evitare che il protrarsi e l’intensificarsi della sofferenza fisica finiscano con il fiaccare le resistenze della mente e del cuore. Soffrire fortifica. Solo chi ha fatto la fame sa dare il giusto valore al pane avanzato. Così dicono i nostri vecchi. Le nuove generazioni vengono su viziate, incapaci di affrontare le sfide della vita; sono esposte a tutte le tentazioni, perché sono state allevate nella bambagia, perché non conoscono la sofferenza. Anche questo si sente dire. Significa allora che soffrire è necessario? Che dobbiamo augurarci l’avvento di periodi di carestia, di conflitti sempre più estesi? Dobbiamo rinnegare i progressi compiuti della medicina, sia nel prevenire e curare le malattie, che nell’alleviare le sofferenze? Più d’uno auspica la rinuncia a combattere le manifestazioni negative della natura, affidandosi alla sua presunta saggezza equilibratrice, anche quando è stato proprio l’uomo la principale causa del loro degenerarsi. Se posso, contro ciò che subisco, io mi ribello e adotto ogni misura che la cultura e la tecnica mettono a disposizione. C’è poi il secondo aspetto citato da OSCAR, quello della sofferenza morale. Premetto che ancora non ho ben chiaro a cosa si debba fare riferimento. Se alla sensazione di malessere psichico che si prova quando si è di fronte a negatività od a sofferenze che non ci toccano direttamente (il mio cuore piange per il barbone morto di freddo - al quale tuttavia ho sottratto la coperta perché creava un danno d’immagine), o se si deve invece intendere qualcosa di più diretto, di più personale, non necessariamente collegato a fattori ed eventi esterni. Nel nostro servizio di volontari siamo esposti a sentimenti che possono essere associati alla sofferenza morale, ma a ben analizzarli hanno nomi diversi, quali solidarietà, compassione, pietà, magari rabbia, senso di inadeguatezza o di impotenza. Ci possiamo sentire vicini al nostro assistito, partecipare alla sua sofferenza, ma non credo sia realistico affermare di comprenderla, men che meno di scegliere di viverla in prima persona. Il tema è delicato e si presta a molte interpretazioni. C’è forse qualcuno che possa vantare una pretesa di verità sul concetto di sofferenza? Se ne potrebbe parlare in termini generali, cattedratici, ma non servirebbe a molto. Perché non ne parliamo su questo blog partendo dalle vostre esperienze personali? Gianpietro

11 dicembre 2008

OSCAR e i pensieri

(pag. 18) Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.

“I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.” Questa è la frase completa che accompagna l’invito formulato dalla dama in rosa ad OSCAR affinché avvii un dialogo con Dio. I termini usati dall’autore appaiono molto coloriti e – non tenendo conto che potrebbe trattarsi di una scelta funzionale al racconto - mi verrebbe spontaneo contestarli. O almeno, cosa che faccio, riconsiderarli. Non credo sia questione di possedere un carattere più o meno riservato e non è detto che occorra essere estroversi (chiacchieroni) per produrre sempre nuovi pensieri, anzi, è proprio all’introverso (taciturno) che vengono attribuite maggiori capacità riflessive. Ritengo infatti che un pensiero abbia più probabilità di nascere quando vi è un’area di coltura pronta ad ospitarlo ed il terreno diventa fertile solo se viene curato con pazienza, passione e serietà. Un pensiero ha bisogno di maturare, di legarsi ad altri pensieri, di riaffiorare alla mente per essere analizzato, completato e verificato, in tempi che possono anche essere lunghi. I pensieri nascono dalle esperienze individuali, ma per maturare hanno bisogno del confronto e del dialogo. Tre sono gli strumenti utili al loro arricchimento. Le letture prima di tutto: poiché esse (quelle che contano) nascono da pensieri già elaborati e sedimentati per un tempo adeguato a giustificarne la divulgazione. Il dialogo: meglio se attraverso un ciclo alternato di esposizione e di ascolto, in un gioco che non è a somma zero poiché chi cede non perde mai e chi riceve guadagna sempre. La loro scrittura infine: personale dapprima e pubblica poi. Solo scrivendo si dà corpo al pensiero, in una forma inizialmente grezza, poi ripulita dalle scorie, residuo di pregiudizi e di convenzioni. Rimosse le imperfezioni e le inutilità si può scegliere di condividerli chiudendo così il ciclo del loro formarsi. Tornando alla frase del libro, ritengo che i pensieri che contano debbano pesare, poichè se non pesano si tratta, probabilmente, di sensazioni superficiali, ancora da approfondire: non devono incrostarsi, è vero, ma sedimentare si; mai immobilizzare, ma favorire l’apertura di nuovi orizzonti; opprimere, a volte, se serve a dare la misura della loro rilevanza. In questo modo favoriranno il sorgere di idee nuove (lo spazio non rappresenta certo un problema, vista la bassa percentuale di materia grigia che utilizziamo). E credo proprio che a puzzare siano altre discariche. Gianpietro

9 dicembre 2008

OSCAR e l'accoglienza

(pag. 61) … già che c’erano (i genitori) non avevano che da sostituirmi con un figlioletto nuovo di zecca (a proposito del cambio di un pupazzo malridotto).
(pag. 71) La mia malattia fa parte di me. Non devono (i genitori) comportarsi in modo diverso perché sono malato, o possono amare solo un figlio in buona salute?

Non esiste un unico modo di vivere la genitorialità. Essere genitori è qualcosa che va oltre le dimensioni del partorire e del “fare”. Appartiene alla pura dimensione umana del bisogno dell’essere per “essere felici”. Padri e madri non sono solo produttori di nuove vite, ma condizionatori di altri esseri umani. Allora la genitorialità è dimensione più complessa ed allargata e va intesa come presa in carico di altre debolezze; non solo delle nostre, perché, comunque, anche quelle ci riguardano. Presuppone il passaggio dal preoccuparci di nostro figlio all’occuparci del suo mondo e del suo benessere. Presuppone di trasformare il concetto di “appartenenza” ad una famiglia con quello di “sentirsi parte” di essa; dove il senso di proprietà lascia il posto alla pienezza del poter contare nella condivisione dell’affetto, dinamica che, in genere, nasce solo nei percorsi di accoglienza. E in questo caso l’accoglienza non è riferita a elementi esterni alla nostra famiglia. Spesso i nostri figli sono “nostri” senza essere da noi accolti. Non accogliamo le loro diversità, non accogliamo i loro punti di vista, che generano bisogni così distanti dai nostri, non accogliamo soprattutto ciò che crediamo siano limiti, difetti, fragilità, malattie. Per definizione accolgo un ospite per farlo stare bene, cerco perciò di mettermi in comunicazione con lui, per capire come per fami capire, per farlo stare meglio come per stare meglio. Non accolgo un figlio con lo stesso spirito. L’idea che provenga da me genera un diritto di proprietà divina che sancisce il nostro legame escludendo l’accoglienza. L’accoglienza è riservata agli estranei. Eppure i nostri figli ci sono estranei, ci dovrebbero essere estranei per poterli amare di più. La loro estraneità si acclama soprattutto durante l’adolescenza, ma oggi, sempre più spesso, anche la gestione di semplici regole educative nell’infanzia porta alla rivelazione di un’identità sconosciuta a noi genitori. Pensiamo che debbano ubbidirci per diritto divino, che la nostra volontà di condizionamento passi attraverso l’atto generativo e la gestazione, o attraverso un atto di tribunale. L’accoglienza diventa perciò determinante quando da proprietari dei nostri figli (mio figlio/a) diventiamo genitori dei nostri ragazzi. Il limite fisico causato da una malattia, le difficoltà nell’educare un bambino difficile, gli abusi e le sregolatezze a cui si sottopongono, ci schiaffeggiano pesantemente, ricordandoci non solo che questi ragazzi non ci piacciono, ma che proprio così mio figlio non lo volevo e soprattutto non accetto il cambiamento che in lui è avvenuto al di fuori della mia volontà e del mio controllo. Possiamo allora difenderci e chiuderci all’interno nel nostro bisogno egoistico di sicurezza, oppure possiamo divenire consapevoli di essere stati lo strumento biologico per generare una vita, ma che l’amore, l’affetto, insomma l’essere genitore, passa soprattutto attraverso la conoscenza del suo mondo e di ciò che mi spaventa perché sento appartiene a lui ed a lei, ma non a me. Anche perché le difficoltà manifestate, il problema, la malattia, non riguardano solo me, ma riguardano soprattutto la sua vita, e conseguentemente l’unico modo per farlo stare bene è accoglierla quella vita, con tutte le sue interazioni e le sue contraddizioni, comunicando, condizionando e facendomi condizionare da esse, senza la pretesa di “sostituirlo con uno nuovo di zecca”. Debbo accoglierlo. Per spirito di beneficenza? Per immolarmi su un altare di fatiche pensando ad un premio ultraterreno? Per puro egoismo affettivo? No, perché lui/lei si aspetta che il nostro essere genitori prescinda dai gradi misurati con il termometro. Gianpietro

8 dicembre 2008

OSCAR e i regolamenti

(pag. 52) Dovete soddisfare i pazienti o attenervi al regolamento?
Non so se per indole, sicuramente per formazione professionale, sono portato ad apprezzare, e, quando coinvolto, a rispettare i “regolamenti”. Ritengo infatti che le manifestazioni di ciascun individuo siano il risultato di esperienze, culture, retaggi storici, sociali e familiari unici ed irripetibili. Nei rapporti interpersonali vengono pertanto a confronto sensibilità, stati emotivi, abitudini, chiavi interpretative, pregiudizi, spesso in contrasto con il corrispondente sentire di chi ci sta di fronte. Considerando infine che obiettivi e priorità, il più delle volte, confliggono, dovrebbe apparire evidente la necessità di regole alle quali uniformare i comportamenti, onde rimuovere quante più cause possibili di snervanti e improduttivi contenziosi. Nulla di tutto ciò necessiterebbe se, all’interesse dell’uno, corrispondesse sempre anche il bene dell’altro. Ipotesi questa alla base del miraggio utopico dell’anarchia, vista come unica legge di natura, o quello, parimenti utopico, dell’amore universale, laddove il bene dell’altro fa premio sul proprio. Ma così non è. Ecco allora che “attenersi al regolamento” non dovrebbe essere, nella fattispecie citata nel libro, in antitesi con la “soddisfazione del paziente”, e nemmeno con la “migliore esecuzione del servizio”, o con “il buon clima lavorativo del personale”, ma neppure con “l’efficienza del reparto”, né con la “massimizzazione dei profitti per l’azienda”, ecc … ecc … Emotivamente, alla domanda della dama in rosa, si è portati a confermare che c’è una sola risposta esatta, ma così non credo che sia. Non consideriamo le inefficienze legate alla qualità del servizio (termometri dimenticati tra le lenzuola, carenze igieniche, ritardata somministrazione delle terapie …), sino ai più gravi episodi di malasanità, che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei regolamenti, ma basterebbe osservare le ammucchiate di parenti e di amici intorno e sul letto del malato, o l’andirivieni di persone lungo i corridoi impegnate in monologhi al cellulare, dribblando i carrelli delle medicine, o i vassoi dei pasti, per rendersi conto di come questi comportamenti, classificabili come esempi di violazione a semplici norme di buon senso, diventano spunto per diatribe e ripicche. Se poi il regolamento (chiamato, per definizione, a mediare tra differenti esigenze) contiene anche delle “castronerie”, queste vanno, semplicemente, rimosse. Gianpietro

7 dicembre 2008

OSCAR e l'ospedale

(pag. 16) Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.
Nella quotidianità ci si rivolge all’ospedale nella speranza che chi vi lavora disponga delle conoscenze e degli strumenti idonei a salvarci la vita, allorchè riteniamo che altrimenti, nel mondo esterno, sarebbe in pericolo. Non sempre ciò è possibile ed ecco che allora l’ospedale può diventare il luogo nel quale si muore. Non “ci si va per morire”, non con quella intenzione almeno, ed anzi, quando la morte è prossima, viene talvolta offerta la possibilità che il rito si consumi nell’intimità della famiglia, o in altre strutture appositamente create. L’ospedale tuttavia, con la sua disciplina, costituisce una naturale cornice posta intorno alla morte dell’uomo. Una specie di trampolino di lancio, quasi ad agevolargli il distacco, ma lasciandolo sempre più solo dinanzi alla solitudine suprema. Nessuno dovrebbe essere privato della propria morte, per quanto atroce, dolorosa, o sconcia essa sia. Se ci viene riconosciuto il diritto di scegliere il tipo di vita che più ci aggrada, di decidere con quali esperienze misurarci, a maggior ragione dovrebbe esserci consentito di scegliere, per quanto concesso dalla natura, come affrontare la morte. Morire è l’ultima testimonianza che possiamo dare e non dovrebbe spettare ad alcuno il diritto di giudicare quale mostrare e quale no. Solo chi considera la morte sconveniente, alla stregua delle secrezioni del corpo, può sostenere che morire in pubblico sia indecente. Nasce da questo erroneo pudore il divieto di insegnarla ai giovani e, quando essa giunge, la tentazione di nasconderla, magari dietro il paravento di una stanza d’ospedale. Gianpietro

6 dicembre 2008

OSCAR e la medicina

(pag. 11) Sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria.
(pag. 79) Non è colpa sua (dottore) se è costretto ad annunciare brutte notizie alle persone … non è lei a comandare alla natura. Lei è solo un riparatore.

“Per guarire devi metterci anche del tuo. Senza uno sforzo da parte tua, senza un po’ di buona volontà, le medicine da sole non bastano.” Quante volte abbiamo sentito, e a nostra volta ripetuto, questa espressione! Il medico, con la sua scienza, non ha compiuto il miracolo della guarigione, ma la responsabilità finale è anche del malato che non ha saputo combattere con tutte le sue forze, che non ha messo l’impegno necessario per guarire. “Noi abbiamo fatto il possibile, ma lui non ha reagito alle sollecitazioni come ci saremmo aspettati” se vai alla ricerca del responsabile … Ma qualunque insuccesso, anche quelli maggiormente amplificati dai media, non devono farci dimenticare che la medicina è “veramente straordinaria”. Noi, popoli fortunati che la possediamo più di tanti altri, fatichiamo a rendercene conto. Basterebbe scorrere le tabelle sull’aspettativa di vita nelle varie epoche per accorgersi dell’impennata del grafico, assicurata dalle migliorate condizioni igieniche ed alimentari. Basterebbe leggere l’elenco delle malattie una volta incurabili ed oggi trasformate in innocui fastidi stagionali. Basterebbe pensare ai vaccini che hanno debellato virus e batteri fonti di micidiali epidemie solo pochi decenni fa. Ormai non si parla più solo della terza età (divenuto il più corposo serbatoio di consensi elettorali), ma di quarta età, spesso attraversata in condizioni di salute invidiabili.
Forse è proprio la consapevolezza dei successi conseguiti nel campo sanitario che rischia di portare più di un medico a vivere in un delirio di onnipotenza, trasformandolo da semplice “riparatore” in “controllore della natura”. Il dispiacere per un insuccesso può diventare allora causa di patologia se, da utile occasione di riflessione e di crescita, si trasforma in rancore per essere usciti sconfitti dall’impari lotta con la natura, vera madre del nostro corpo. A volte ho il sospetto che ad avere paura della morte, siano, più di chiunque altro, proprio coloro che le vivono accanto per scelta professionale. Un medico ospedaliero, se non ha ancora trasformato in noiosa routine la passeggiata mattutina lungo i corridoi dei degenti, non può non sapere che dentro ogni cartella clinica può celarsi una sentenza che tutto il suo sapere non riuscirà a modificare. Se così non è, c'è allora bisogno di un OSCAR che gli dica: “Non è colpa sua dottore, lei è solo un riparatore … e non tutto è riparabile … almeno per ora.” Gianpietro

5 dicembre 2008

OSCAR e la morte

(pag. 15) Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?
(pag. 16) Facciamo tutti finta di essere immortali dimenticando che la vita è fragile, friabile, effimera.
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Credo che il segreto stia tutto nell’avverbio “semplicemente”. Visitiamo un ammalato e sappiamo solo inventarci che: “ha una bella cera”, che: “lo troviamo meglio di ieri”, che: “la medicina oggi fa miracoli”, che: “se ne sono viste di peggio”, che: “la speranza è l’ultima a morire”. “Perché rattristarlo, poverino” ci viene rimproverato, come se per esorcizzare la morte bastasse non nominarla. Eppure tutti sanno che moriremo tutti. Non sarebbe più semplice allora andarle incontro conoscendola? Il filosofo greco Epicuro sosteneva: “Il più orribile dei mali, la morte, non è nulla per noi poiché quando noi siamo, la morte non c’è, e quando c’è la morte, allora non siamo più. E così essa nulla importa, né ai vivi, né ai morti; perché in quelli non c’è, mentre questi non sono più.” E per il credente, a renderla attraente, si aggiunge la convinzione che solo attraversando quel varco si ottiene la vita eterna. È naturale allora che si giunga ad averne paura se, fin da piccoli, ci viene impedito di parlarne con semplicità e con amore. Fin che la morte ci appare lontana, ci sentiamo dispensati dal pensare a quel che ci attende, e si nutre una mostruosa, perché contro natura e contro ragione, sensibilità per le minime cose e una strana insensibilità per le più grandi. Ci insegnano a vivere come se fosse per sempre, eppure la morte, “nostra sorella morte”, ci è accanto in ogni momento dell’esistenza. Si incomincia a morire nell’attimo stesso in cui si nasce. Le cellule dell’organismo si rigenerano in continuazione, ed il nostro corpo di domani non è più lo stesso che avevamo ieri. A chi il compito del “memento mori”? Non basta certo lo schiavo che segue il cocchio del vincitore, meglio allora sperare in una “dama in rosa” che ci aiuti a capirla ed accettarla, perché sono privi di futuro gli uomini che: “ … non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici.” (Blaise Pascal, Pensieri) Gianpietro

4 dicembre 2008

OSCAR e Dio

(pag. 17) Ogni volta che crederai in Lui esisterà un po’ di più.
“Oscar e la dama in rosa” è solo un piccolo libro, ma è anche un ricco concentrato di spunti di riflessione. La frase che dà il titolo a questo post richiama, pur senza citarlo direttamente, uno dei più noti “pensieri” del matematico e filosofo francese Blaise Pascal. La sua provocazione, ricordata come il “pari”, può essere così sintetizzata: “Scommetti su Dio, abbi fede come se Dio esistesse e provvedesse a te in ogni istante. Vivi, lavora e prega come se Dio operasse ora nella tua vita e vedrai che, nel tempo otterrai la fede.” (ed è quello che la dama in rosa suggerisce ad Oscar). Visti gli scarsi risultati ottenuti da quanti cercavano di dimostrare l’esistenza di Dio, questa scommessa vuole convincere coloro che non hanno la fede con una semplice considerazione di convenienza. Meglio credere in Dio perché poi, nel caso ci sia un aldilà avremo la vita eterna. In caso contrario abbiamo sprecato una vita il cui valore è pari a zero. Sembra una proposta intelligente. Se l’obiettivo di Pascal era quello di scuotere l’uomo dall’indifferenza, invitandolo a cominciare un cammino, a decidere di “prendere partito” scrollandosi di dosso l’ignavia, allora l’esortazione a vivere almeno nell’orizzonte del problema di Dio è condivisibile. Se invece si analizza il pensiero di Pascal sul piano strettamente matematico, ci si accorge che esso non regge. Il “pari” può essere letto infatti anche così: “Dio è una promessa infinita di felicità. Ad un gioco nel quale si punta un bene o una somma di beni finiti per avere in cambio un bene infinito conviene partecipare, purché la probabilità di vincita sia essa stessa un numero finito.” Secondo Pascal dinanzi all’infinito promesso, la vita da scommettere non può valere che nulla “… vedrete tanta certezza di guadagno e tanta nullità in ciò che rischiate …”, “ … se vincete, guadagnate tutto, e se perdete, non perdete niente: scommettete dunque, senza esitare, che egli esiste ...” Ma se la vita non vale nulla allora non c’è nulla da scommettere. La scommessa infatti è davvero conveniente solo se quel che si punta è pari a nulla, ma se è pari a nulla non si tratta affatto di una scommessa. Nessuno tuttavia attribuirebbe valore nullo alla propria vita, come Pascal pretenderebbe, se non confidasse già in partenza nell’altra vita. Costui dunque non scommetterebbe affatto perché crederebbe già. La scommessa è cioè una cartina di tornasole: rivela a chi è disposto a scommettere che è per ciò stesso un credente; e a chi non è disposto, perché per lui la vita è tutto e non c’è probabilità di un’altra vita che possa essere più grande del tutto della vita terrena, che è un non credente. Lungi dall’essere un gioco decisivo, la scommessa mostra quello che si è già deciso. In conclusione fare come se Dio ci fosse riesce davvero solo a chi già crede che c’è. Gianpietro

2 dicembre 2008

OSCAR e la scrittura

(pag. 9) Scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà, una cosa da adulti.

Nel racconto, l’espressione è collegata alla descrizione “edulcorata” che Oscar fa del proprio aspetto fisico, contrapposta all’immagine reale. Gli adulti ricorrono spesso a questa finzione, i ragazzi, dovrei dire i bambini, risultano meno condizionati. Loro, fortunatamente, sanno ancora gridare “Il re è nudo!”. Una volta adulti diventiamo invece molto attenti ai termini che adoperiamo giustificandone la scelta con il desiderio di non ferire, di non risultare troppo crudi, o, più semplicemente, per esorcizzare la paura di vederci respinti. Essere almeno “obiettivi” nello scrivere, assunto che l’oggettività è un ossimoro stante l’incompatibilità con la posizione di soggetto scrivente, è compito arduo, ma non impossibile. A bene osservare non sempre ci avvaliamo delle parole per “abbellire” la realtà. Al contrario, spesso, ci capita di usare delle lenti molto scure, specie quando le teniamo appoggiate su un cuore turbato o stanco. In quei momenti, se raccontiamo delle “bugie”, si tratta, il più delle volte, di mezze verità. O almeno tali ci appaiono. Gianpietro

21 ottobre 2008

Oscar e la dama in rosa

Come primo libro per il nostro book club, avevo pensato a “Oscar e la dama in rosa” di Eric-Emmanuel Schmitt. Il breve romanzo si svolge durante gli ultimi tredici giorni di vita di un bambino di dieci anni malato di leucemia, Oscar, e la dama in rosa del titolo è un’anziana volontaria dell’ospedale, in camice rosa, che rappresenta per il bambino l’unico interlocutore in grado di dare un significato alla fase finale della sua vita, perché sia i genitori, annichiliti dal dolore, sia i medici, delusi dalla loro stessa impotenza, evitano di parlare sinceramente con lui, impedendo ogni spontaneità di rapporto. Per vedere se questa idea del book club funziona, propongo di fare una piccola prova: a chi ne facesse richiesta, all’indirizzo e-mail che Gianpietro ha fornito, sulla pagina iniziale di questo blog, invierò gratuitamente questo libro, corredato anche di un CD audio, con la voce di Paola Gassmann, così chi preferisce potrà ascoltare, invece di leggere il libro. Ai lettori verrà solo richiesto il piccolo impegno di mettere una breve riflessione o commento a questo post, sulle emozioni che questa lettura avrà suscitato. Cristina