31 marzo 2011

la macchina della verità

indifferenti

... L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti ...

tiepidi

… Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca ...

ignavi

Questo misero modo
tengon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo

misericordia e giustizia li sdegna:

non ti curar di lor, ma guarda e passa".

Da Gramsci a Dante passando per l’Apocalisse (nell’elenco dei “links utili” trovi il collegamento ai testi completi). Sono alcune citazioni, penso note, che invitano all’impegno individuale e sociale (la citazione del brano dell’apostolo Giovanni appare forzata se si esamina il testo alla lettera, ma diamo per buona l’interpretazione corrente).

Il dibattito è aperto e non ne dò per scontato l’esito. Esiste l’ineluttabilità del destino? C’è una predestinazione che impedisce la modifica di quanto starebbe già scritto nel libro della vita? Ho uno straccio di vita da percorrere: a che pro dannarmi per cambiarla, per imporre agli altri le mie scelte, per impedire che i voleri degli altri mi coinvolgano? Non è meglio cogliere l’attimo, godere di quello che si ha e lasciare che la vita ci scorra addosso senza intaccarci e facendoci soffrire il meno possibile? Seguire il corso della corrente, lasciarsi trasportare, passare inosservati. Ricercare altre vie che non richiedano la “moneta di Cesare”? «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite» scriveva Etty Hillesum, mentre la portavano nel forno crematorio. Anche nella condizione più disperata essere quindi parte attiva, impegnati in ciò in cui si crede al di là dell’assurdità del contesto? Scendere nell'arena politica, issare il vessillo del bene comune, essere genitori anche dei figli degli altri, parteggiare e lottare per imporsi. Credere veramente in un mondo migliore, fatto di gente moralmente onesta. Impegnarsi solo in ciò che può cambiare il mondo o seguire il consiglio di Madre Teresa di Calcutta: "Fai la cosa che ti sta davanti"? Morire da partigiano, o vivere da imboscato?

In attesa di decidere ti guardi attorno e ti accorgi che sei dentro a un sogno, paradossale, nel quale ti credi l’unico sano in un mondo di ciechi. La corda che ti lega a loro ha un nodo troppo stretto per riuscire a scioglierlo e nel sogno inventi una macchina della verità che non può essere manomessa. La inserisci nel cervello di ogni individuo e questa ti segnala quando mentono, agli altri come a se stessi. Sono costretti a dire non quello che si sono imposti essere la verità, ma quello che sanno essere la verità. Per ora la macchina non va oltre. Devi ancora fare molti sogni per perfezionarla, per farli passare dall’ammettere di aver rubato al pentirsi di averlo fatto, fino al promettere di non farlo più. Per ora, ogni mattina, al risveglio, ti rendi conto che il nome di quella macchina è ancora kalasnikov e non riesci a trovarne uno migliore. Gianpietro

27 marzo 2011

un po' di storia

Questo blog nacque a fine 2007 come prosecuzione di un ciclo di “incontri di scrittura formativa”. Volevamo che altri si unissero a quella esperienza, che “l’aver cura della vita emotiva”, l’invito a tradurla in parole, spunti di riflessione, pensieri riportati sulla carta venisse offerto a tutti, senza limiti spazio-temporali. Ci era sembrato che la scelta del web, una delle tante possibili, rispondesse alle aspettative. I post registrati (con il corollario dei commenti) sono stati tuttavia il frutto della collaborazione offerta da pochi, nonostante gli inviti e le sollecitazioni, a dimostrazione che non è lo strumento a determinare il bisogno, e ciò in controtendenza rispetto al mercato che si caratterizza per la capacità di creare le attese anticipandole con i prodotti che le soddisfano. Continuo tuttavia a credere che molte riflessioni presenti nel blog abbiano una loro validità intrinseca e meritino di essere conservate. Un'idea poteva essere quella di trasferirli su un e-book, ma il farlo richiede un impegno che non mi sento di assumere. Ho quindi pensato di “liberalizzare il blog” consentendo che le tematiche trattate non siano più legate ad esperienze di volontariato o a riflessioni inerenti il servizio EmmauS (già molti post se ne scostavano), ma possano toccare tutti i temi di interesse di chi scrive. Manterrò tuttavia un ruolo di filtro onde evitare che vengano pubblicate cose illegali o lesive della privacy, del decoro e del rispetto che caratterizzano il blog. Avrei voluto anche consentire a chiunque di aggiungere post (come già avviene per i commenti), ma la struttura del server non me lo consente. Invitate quindi i vostri amici (anche se non sono volontari EmmauS) a consultare questo blog e proponete loro di registrarsi come autori. E’ un esperimento e non è detto che riesca, ma finché non ci si prova … Gianpietro

23 marzo 2011

GRAN TORINO

Direi che questo è un post provvisorio che poi Gianpietro domani potrà cancellare.
Ho visto solo ora che questa sera su Rete4 alle ore 21 c'è in programmazione il film "Gran Torino". Paolo (amico comune di Gianpietro e mio) lo aveva visto durante un incontro, sul tema della conversione, organizzato per i genitori dalla parrocchia che frequenta. A lui era piaciuto moltissimo e me lo aveva consigliato. Potremmo guardarlo e poi commentarlo insieme; e se non ci sarà piaciuto sapremo con chi lamentarci!! Maria Maddalena

21 marzo 2011

... ed è solo lunedì

Chissà perchè devo ficcarmi sempre in situazioni simili. E' sempre così: sono la persona sbagliata nel posto sbagliato! Sono astemia e allergica alle nocciole e vivo circondata da vigneti nella patria del buon vino e... della nutella. Detesto lo shopping e non mi è mai interessata la moda e mi ritrovo a lavorare circondata da pizzi e merletti, a dover chiacchierare frivolmente con annoiate clienti sui colori di tendenza di questa primavera-estate o su quale sia il tessuto migliore per realizzare il cappottino di Filippo (che non è propriamente il figlio della cliente, quanto piuttosto il suo cane...). E ora questo. Mi trovo a scrivere sul blog creato da Gianpietro... io, che non ho mai amato scrivere, che mi facevo venire le coliche ogni volta che a scuola mi ritrovavo davanti ad una pagina bianca da dover riempire durante un compito in classe; io, che non ho mai svolto servizi di volontariato con persone in difficoltà, e l'unica "assistenza domiciliare" che porto avanti è quella della visita settimanale a mia nonna che, nonostante i suoi 87 anni, riesce sempre a ribaltare la situazione e a far sì che sia lei a fare "assistenza" a me, e non viceversa!! Ho chiesto a Gianpietro: "Cosa posso mai scrivere io nel tuo blog?". Mi ha risposto: "Scrivi quello che vuoi".
Bene. Penso che chiunque stia leggendo questo post abbia ormai capito che sto decisamente abbassando il livello delle erudite conversazioni che si sono susseguite negli anni passati. Non posso e non sono in grado di far altro che scrivere semplicemente qualcosa che riguarda il mio vissuto. Iniziamo allora dalla figuraccia che mi sono fatta questa mattina con una cliente. Entra in negozio una signora che non avevo mai visto prima. Non risponde al mio saluto ("Iniziamo bene", mi dico). Mi si avvicina un po' intimidita, con gli occhi bassi, e con i suoni gutturali propri dei sordomuti mi dice di aver bisogno di far riparare un abito. Ecco perchè non aveva risposto al mio saluto, non mi aveva sentita. Fortunatamente anni fa ho avuto modo di frequentare alcune persone sordomute e quindi non ho difficoltà a capirla e a farmi capire. La cliente lo intuisce presto e ne approfitta per lasciarsi andare a far quattro chiacchiere (mi ha raccontato una buona metà della sua vita!). Quando finalmente siamo riuscite a tornare al motivo della sua visita e a terminare la prova dell'abito, con estrema naturalezza le ho chiesto (come faccio con tutte le clienti) il numero di telefono in caso avessi avuto bisogno di contattarla. Lei spalanca gli occhi e mi dice: "Ma se tanto non sento!" ... sono letteralmente sprofondata sotto il bancone ("... ed è solo lunedì", mi son detta). Quando sono riuscita a trovare il coraggio di risollevare lo sguardo per scusarmi della mancanza di sensibilità dimostrata, mi sono ritrovata davanti alla cliente che sorridendo divertita mi stava dicendo: "La telefonata non la sento ma i messaggi li leggo. Le lascio il mio numero di cellulare". Probabilmente la nostra conversazione si era svolta con tanta naturalezza da avermi indotta a dimenticare di trovarmi di fronte ad una persona, come va di moda dire oggi, "diversamente abile". E sembra che lei abbia apprezzato quella che a me, in un primo momento, è sembrata solo una mancanza di sensibilità nei suoi confronti. Maria Maddalena

7 marzo 2010

La cassetta degli attrezzi

Se hai letto il post che precede questo (Cronologico vs Tematico), dimenticalo. Cancellalo dalla memoria e se lo hai messo nella "cassetta degli attrezzi", vedi di liberartene il più rapidamente possibile. Ho fatto la mia prima intervista ed è stata una rivoluzione copernicana. Mi verrebbe voglia di dire: fermate il mondo che voglio scendere. Nel post avevo parlato di “peccato di presunzione”: non ho avuto il tempo di commetterlo. Verrò rimproverato di non aver saputo gestire la situazione, ma il primo contatto, che nelle intenzioni doveva essere di sola presentazione, si è concluso con 90 minuti di registrazione e 11 cartelle di sbobinatura. Stimolatori? al più sacchetti di sabbia per arginare il flusso! Scelta dei temi? vari livelli di approfondimento? Ma quando mai! Probabilmente ho fallito l’approccio, ma ne sono ugualmente contento. Non è la mia storia che devo scrivere e allora perché imbrigliare il costante fluire dei suoi ricordi? Se al prossimo incontro vedrò che tenderà a ripetersi (oggi non lo ha fatto, quasi mai) cercherò di indirizzarlo. Nel riascoltare la registrazione, le poche volte che la mia voce si sovrapponeva alla sua mi procurava un moto di fastidio. Avrei voluto dirmi: “Ma non vedi che sei di troppo, che ti stai intromettendo nella sua storia? Lascia le briglia sciolte. Cavoli tuoi, dopo, riorganizzare il tutto, ma ora taci e ascolta.” E la tua “confessione” come è andata? Gianpietro

3 marzo 2010

Cronologico vs Tematico

Istintivamente, tra i due metodi suggeriti per la conduzione dell'intervista, sarei orientato a scegliere il secondo, quello tematico. Esso è sicuramente il più intrigante, ma anche il più difficile da gestire, sia perché non conosco in partenza quali possono essere stati i temi che hanno impregnato di senso l’esistenza del mio intervistato, sia per la obiettiva difficoltà ad incasellarli entro le rigide griglie temporali già definite. Metodo cronologico, allora? Non so. Mi piacerebbe deciderlo solo cinque minuti dopo avere appoggiato sul tavolo la bottiglia di Sangiovese, ed avere ascoltato con lo sguardo il racconto dei mobili e delle suppellettili. Ma Savino dice che dobbiamo scegliere adesso e quindi, senza dover ricorrere al lancio della moneta, ho deciso che cercherò di organizzare il lavoro leggendo i tempi dell’esistenza in base ai “punti di svolta”, alle “figure cruciali, ai maestri”. In questo modo conto di aiutare l'intervistato a ripercorrere il cammino della vita attraverso l’evolversi nel tempo dei suoi aspetti più significativi. Il mio peccato di presunzione sarà quello di attribuire una scala di significatività, forzatamente soggettiva, anche se mi riserverò uno spazio sufficiente per inglobare una sua, eventuale, richiesta per un tema da me non considerato. Metodo tematico quindi e questo potrebbe esserne il "canovaccio".

In avvio parleremo di famiglia, poichè mi sembra il tema più semplice ed immediato. Analizzeremo le relazioni familiari così come si sono sviluppate nel tempo; quali i legami più significativi e perché; quali le problematiche di relazione; quali i sogni realizzati e quelli ancora nel cassetto. Tratteremo poi il tema del lavoro, la sua progressione fino al momento attuale; quali i momenti di svolta, le scelte fatte e le occasioni perdute, le relazioni instaurate dentro e fuori gli ambienti di lavoro. Questo nel primo incontro.

Il secondo verrà dedicato all’imparare ed al tempo libero. Entreremo nel campo della cultura, degli hobbies, dei giochi e delle passioni sportive. La musica, la letteratura, la poesia, il teatro, il cinema, l’arte, le collezioni, i viaggi … serviranno da spunto per fare riaffiorare i ricordi e suscitare emozioni.

Nel terzo incontro, il più importante, vedrò di condurre l’intervistato sul terreno degli affetti. Partirò dall’amicizia, da come questo sentimento è evoluto negli anni, passando dai giochi dell’infanzia ai legami “per la vita” dell’adolescenza; dal cameratismo del periodo di guerra (e qui potrebbe aprirsi un filone incontrollabile – il mio intervistato è del 1922), alle relazioni con i vicino di casa ed i compagni di svago (bar, vacanza, stadio …) fino ad esaminare cosa è rimasto nel momento attuale. In parallelo (sarà difficile scindere temporalmente i due momenti) analizzeremo il tema dell’amore valutando quali e quante siano state le chiavi di lettura e di applicazione pratica di questo sentimento. Più che una scansione cronologica delle situazioni affettive, punterò ad una analisi introspettiva del tema. Dalla sua dimensione minima, fino alla sua espressione massima (dalla natura, agli animali; dalle singole persone, all’umanità nel suo insieme; dal sé, all’oltre il sé). Sarà, probabilmente, una chiacchierata molto a ruota libera, ma che recupererò e renderò organica in sede di stesura del testo.

Il quarto incontro sarà riservato ad approfondimenti degli aspetti trascurati nelle precedenti occasioni e ad inserire nuove tematiche proposte (se con valide motivazioni) dall’intervistato. Se ci sarà spazio (tempo e volontà), mi piacerebbe affrontare i temi della dimensione spirituale (metafisica in senso lato) e di quella sociale (politica, anch’essa intesa in senso lato). Su questi ultimi due temi credo che sarà gioco lasciare all’intervistato ampia discrezionalità di indirizzo. Mi immagino infatti una trattazione ricca di componenti filosofiche dalle quali emerga il "filo rosso" che, nel corso della sua esistenza, ha intrecciato entrambi i percorsi.

Credo che il metodo tematico, tra le diverse tipologie di scrittura, favorisca l’esplorazione interiore dando così forma ad una scrittura biografica di tipo katagocico e questo risultato mi vedrebbe soddisfatto.

Questo è quanto, e che Duccio me la mandi buona! Gianpietro

26 febbraio 2010

Raccogliere una storia

Sere fa, al corso sulla "Locanda della memoria", ho colto questa espressione: "raccogliere la storia di un anziano" e, istintivamente, l'ho associata ad una immagine di precarietà e di instabilità. Analogamente, l'immagine dell'anziano, che, con disinvoltura, classifichiamo nella fascia di coloro che sono "a rischio esclusione", provoca in me profonda tristezza e disorientamento. Mi viene allora da pensare a quanto c'è di vero nell'affermazione che "l'umanità è sopravvalutata" (e non certo nell'accezione attribuita dallo squilibrato che l'adotta come alibi per compiere una strage dentro una scuola), se basta un nulla (nel fluire dell'universo) per trasformare una esistenza attiva in un relitto bisognoso di essere rimorchiato. Gli anni scorrono, i congiunti ci lasciano e, senza occupazione, la vecchiaia è fatta di tante attese tra un vuoto ed il successivo. La società si accorge di te solo per spostarti di una casella nello stilare le proprie statistiche. Non più popolazione attiva, ma soggetto a rischio esclusione. E se vorrai sopravvivere a te stesso hai bisogno di qualcuno che "raccolga" la storia che ti stai lasciando alle spalle. Spera allora di averlo già fatto, di essere stato capace di scriverla da solo quella storia, perchè non è detto che troverai una penna pronta a farlo al tuo posto, nè una voce che ne legga alcuni brani davanti alla tua bara. Gianpietro

21 febbraio 2010

Diritti e doveri

Quando ho accettato di scrivere l’autobiografia di un anziano avevo in mente la costruzione di una storia attorno a singoli episodi di vita appena abbozzati. Spunti buoni per sviluppare un intreccio, magari infarcito di una qualche velleità letteraria. Le lezioni di Savino e, soprattutto, le prime simulazioni d’aula mi portano a contenere lo slancio iniziale, ridimensionando le aspettative personali. L’intervistato ha tutti i diritti, mentre all’intervistatore restano solo i doveri, ci dice Savino, e ciò si comprende e lo si può accettare solo modificando l’obiettivo. Dallo “scrivere una storia” si deve passare al “trascrivere un’autobiografia”. Non più creatori, seppure guidati, ma amanuensi, non importa quanto informatizzati. Se non fossimo partiti per quest’avventura con l’immagine del cofanetto, tutto sarebbe ora più facile. Meglio, comunque, una brusca frenata adesso, che la delusione domani verso un prodotto che sentiremo non appartenerci. Mi è stato negato anche il diritto al rifiuto, prerogativa che, tuttavia, dovrò riconoscere al mio intervistato. Lui potrà non rispecchiarsi in ciò che mi avrà detto, mentre io non potrò dissociarmi da ciò che lui vorrà che io scriva. Dovendo accettare questa asimmetria, credo che la mia non sarà una storia da pubblicare, ma da lasciare sulla poltrona della casa che mi avrà ospitato. Gianpietro

20 gennaio 2010

Momenti di svolta

Momenti di svolta. Quali sono stati? E quanti? Come devo misurarli? In base al rilievo, al clamore suscitato, alla sorpresa destata negli altri? Oppure soppesando le conseguenze che hanno generato, o quantomeno quelle che ritengo di potere ad essi ricondurre? Nella debita scala, si torna sempre alla teoria del caos. All’abusata metafora del batter d’ali di una farfalla che scatena un terremoto nell’emisfero opposto. L’idea delle conseguenze, sia a breve termine, sia quelle scoperte a distanza di tempo e di luogo, mi stimola e la reputo corretta. E’ in questa accezione che penso di classificare i ricordi, sempre che abbia senso fissare delle priorità. Mi tornano alla mente episodi minimi, parsi poco significativi al momento e riascoltati oggi con sufficienza, se non compatimento (“tutto qui!?”), che io invece colloco, con consapevole sicurezza, all’origine di significativi cambiamenti della mia esistenza. Si tratta certo di una rielaborazione critica del ricordo, di una sua attualizzazione, anch’essa tuttavia figlia della verità dell’oggi. Certamente diversa, meno coinvolta e partecipe di quella di allora, ma forse, proprio per questo, più oggettiva in quanto letta da un osservatore esterno. O non è proprio l’esigenza di dare soddisfazione ai bisogni di questo osservatore esterno che, nella ricerca di una motivazione (il “capro espiatorio” di Pennac), sono indotto ad aggrapparmi a ciò che meglio mi giustifica, sollevandomi magari dal condurre una ricerca più approfondita e, quasi certamente, più dolorosa? Non ho una risposta. Ho però dei ricordi. Molti sono vividi e capaci di ridestare intense emozioni. Altri sono stati oggetto di rielaborazioni che oltre a farli rivivere, temo li abbiano adattati. Non scopro nulla se dico che certi profumi, certe situazioni, certi sguardi, riprodotti oggi, hanno un’intensità mille volte maggiore di quella sviluppata allora. Alcuni eventi, nel momento in cui accadevano, neppure ero in grado di registrarli, di coglierne la rilevanza e, ancor meno, prevederne gli sviluppi. Solo a distanza e come risultato di un processo di ricongiunzione ho acquisito la consapevolezza del legame esistente tra evento e modificazioni intervenute. Esercizio anche facile, come capita con la rilettura, a posteriori, delle profezie. Altri, forse i più, hanno marcato profondamente ed in modo consapevole l’animo nell’attimo stesso in cui hanno preso vita. Taluni erano forti solo al momento, mentre sarebbero risultati ininfluenti il giorno appresso, o in un differente contesto. Tralascio l’analisi dell’ambiente, delle circostanze e delle influenze esterne. Esercizio troppo soggettivo ed autoassolvente. Spesso l’incidenza dell’individuo è modesta rispetto alle cause naturali, alle volontà di terzi, o all’ineluttabilità del caso. Credo invece necessario distinguere l’ambito nel quale hanno giocato il proprio ruolo. Alcuni momenti hanno comportato adattamenti al processo di vita materiale, orientandomi verso determinate scelte a scapito di altre. Alcuni hanno invece inciso solamente a livello di coscienza, stati d’animo che hanno modificato la percezione del “sé” senza incidere, pur non potendolo escludere, sul corso materiale dell’esistenza e sul dipanarsi dei rapporti interpersonali. Altri, infine, hanno influito, per certo, nell’uno, come nell’altro campo. Sono tanti i momenti di svolta, da indurmi a dire che …

Il ricordo è

somma che dà sostanza

a ciò che siamo
Gianpietro

24 dicembre 2009

La fede

Come molte persone della mia generazione, ho ricevuto un’educazione cattolica deviante, centrata più sull’agire dell’uomo, che non sulla grazia dello spirito. Solo lontano dalla Chiesa o, in tempi più recenti, con una vicinanza un po’ defilata, ho potuto intraprendere un cammino personale di ricerca e di studio che, partendo da me stessa e dalla mia dimensione psichica e spirituale, maturasse la consapevolezza di una realtà che, comunque la si voglia chiamare, non finisce con l’uomo. Questo non mi ha comunque impedito di conoscere figure luminose del pensiero cristiano, che mi sono state di grande aiuto, ma si è trattato per lo più di voci un po’ fuori dal coro, rispetto a quella che è la gerarchia della chiesa cattolica. Sento talvolta fare delle distinzioni tra associazioni di volontariato laiche e religiose: se c’è una differenza e ci sarà sicuramente, questa non riguarda, a mio avviso, il ruolo di chi svolge un’attività di volontariato. La scelta personale credo debba stare molto più a monte ed è certamente libera e laica. Nella storia del servizio, ci sono stati - e tuttora persistono - modelli diversi, a cui si può fare riferimento. Quello più vecchio è senza dubbio quello tradizionale cattolico di aiutare gli altri, in vista di una ricompensa futura, nella vita ultraterrena. Non credo che una simile motivazione potrebbe sostenerci a lungo, considerando che, per quanto grande possa essere la nostra fede, non potremmo mettere quella che è comunque un’ipotesi a fondamento della nostra vita. Un altro modello, che risale all’ottocento, ma è un po’ duro a morire, è quello del benefattore, che aiuta gli altri, perché pensa di avere di più degli altri, ma soprattutto crede di meritare di più degli altri, perché quello che ha è frutto del suo lavoro o della sua intelligenza o del lavoro della sua famiglia e, molto spesso, il benefattore, proprio per questo motivo, contribuisce a mantenere nella società quella ingiustizia che crea il disagio, che poi lui vorrebbe attenuare con un atto di generosità. Ne sono un esempio tutti quelli che ritengono giusto accogliere gli stranieri, perché fanno un lavoro che noi non vogliamo più fare. Ma se crediamo nell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, perché uno dovrebbe mai fare un lavoro che altri non vogliono fare? La politica ha invece contribuito a creare un modello diverso, che è quello dell’operatore sociale, posizione profondamente sbagliata anche questa, perché non riconosce la dignità dell’altro a decidere per la sua vita, ma stabilisce lui quello che deve andare bene per un'altra persona: usa termini come “caso”, "aprire un caso" o “prendere in carico”, tutti indicativi del fatto che l’altro è il disgraziato, lo sfortunato. Inutile dire che tutti questi modelli, anche se superati, si intersecano ancora oggi e spesso ci inducono in errore: occorre dunque fare chiarezza, perché, anche se ognuno di noi cerca di fare il bene ed è in assoluta buona fede, è molto facile cadere in contraddizione. La conclusione, a cui mi ha portato la riflessione su questo argomento, è che alla base c’è una scelta libera dell’uomo e che non riguarda solo il servizio o aiutare gli altri, ma è quella che Einstein ha definito il fattore più importante nel dar forma alla nostra esistenza umana, che è quello di fissare una meta, laddove la meta è “una società di esseri umani liberi e felici che si prodighino con costante sforzo interiore per liberarsi dal retaggio degli istinti antisociali e distruttivi”. Sulla base di questa scelta, che dovrebbe orientare tutta la nostra vita, è facile allora capire che il fondamento, che sta alla base dell’aiutare gli altri, non è un criterio di carità o di fede, ma un criterio più ampio di giustizia, che considera il diritto di cittadinanza di tutti gli uomini a vivere in pace, a stare bene e a non soffrire. Cristina

22 dicembre 2009

Ancora sulla verità

L’ultimo post di Cristina “Quale verità?”, oltre a generare una nutrita ed inusuale serie di commenti, mi ha indotto a riesumare un vecchio quesito sulla “verità” (oggettiva o soggettiva che sia) e che mi vede tuttora indeciso sulla risposta da dare. Il tema è delicato e può interessare tantissime situazioni (da quelle politiche a quelle mediche; da quelle assistenziali a quelle educative ….). L’immagine dell’attore Raymond Burr (il mitico avvocato Perry Mason) mi aiuta a delimitare il campo entro confini facilmente descrivibili. Ed ecco la domanda: “Se l’obiettivo della giustizia è la ricerca della verità e, di conseguenza, l’attribuzione delle responsabilità, come può un avvocato sostenere il falso, sapendo di farlo?”. Esemplificando: se difendo A e questi mi confessa di essere colpevole, in virtù di quale principio mi adopero per farlo assolvere, mettendo in dubbio le prove, le testimonianze, fino ad indirizzare i sospetti verso terze persone che so non colpevoli? E non ditemi che tutti gli avvocati sono in buona fede convinti dell’innocenza dei propri assistiti. Gianpietro

10 dicembre 2009

Quale verità?

Anni fa, in occasione di un incontro con un medico palliativista, che seguiva la formazione dei volontari, dedicati all’assistenza degli ammalati in fase cronica e irreversibile, a proposito di una sua affermazione sulla opportunità, da parte del medico, di dire la verità al malato, gli venne chiesto come doveva essere annunciata una notizia dolorosa e, soprattutto, fino a che punto doveva essere la verità. Rispose che la verità doveva essere quella che l’altro era in grado di sopportare. Verità, dunque, non fondata su un principio assunto (il nostro) e unico (scientifico), ma verità relazionale, rapportata ad un contesto più ampio della realtà, che è quello della dimensione psichica e spirituale del malato. Questo non significa certamente dire all’altro una verità non autentica, ma una verità che tenga conto dell’altro e non solo di noi stessi o di un ambito specifico, come sarebbe quello del solo quadro clinico. Questo concetto più ampio della verità relazionale mi torna spesso in mente nel rapporto con la persona da cui vado per il servizio EmmauS. Le indicazioni ricevute all’inizio di non interferire mai in una situazione familiare spesso complessa, di cui non disponiamo adeguate informazioni, non sono più sufficienti a supportare una relazione che dura da dieci anni. Il rapporto che ho adesso riflette pertanto la tensione tra un necessario distacco da una situazione che mi coinvolge limitatamente al tempo esiguo che le dedico ed un coinvolgimento emotivo e affettivo, che è pur necessario per mantenere viva una relazione, affinché questa cresca e sia produttiva per entrambi. Cristina

13 ottobre 2009

La responsabilità esistenziale

Quello che più preoccupava i partecipanti al corso di formazione per malati terminali, a cui partecipavo anch’io, era che il malato ci domandasse, ad un certo punto, se vedevamo, nella sua situazione, una buona ragione per vivere. Sarebbe stata una domanda alla quale non avremmo saputo cosa rispondere, perché noi certamente non ne vedevamo nessuna. Sorprendentemente, invece, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale con gli ammalati, la buona ragione me l’hanno sempre data loro. Noi, che non abbiamo ancora avuto esperienza di una situazione così grave, in cui i problemi e la loro relativa sofferenza non possano essere ridotti o eliminati, parliamo molto più facilmente di vuoto esistenziale, condizione che equivale già di per sé alla morte, almeno in senso spirituale. Gli ammalati, che ho assistito, mi hanno sempre fornito loro stessi una ragione per vivere: quando erano in una situazione non ancora così grave, c’era sempre un nipote o dei figli che avrebbero voluto veder crescere, una persona che amavano, che non volevano lasciar sola, o la loro bella casa, arredata con tanto amore, o i loro amati libri o studi: non è mai successo che qualcuno non avesse proprio nessuno o nessuna cosa per cui voler vivere. Anche quando la morte è ormai certa, gli ammalati che ho conosciuto hanno sempre trovato il modo di dare un significato alla loro esistenza. Ho avuto la possibilità di verificare questo, anche recentemente, con la mia referente di EmmauS: fino al giorno prima di morire, era preoccupata perché non era ancora riuscita a consegnare il numero delle ore di servizio svolte dai suoi volontari; la sua preoccupazione era anche costantemente rivolta al marito, che non voleva si preoccupasse per lei e per questo, sempre sorridendo, gli faceva capire che la sua fede era profonda in quel momento più che mai. Su questo tema del senso della vita, anche e soprattutto nel momento della sofferenza, ho trovato molto interessanti gli studi di Viktor E. Frankl, lo psichiatra fondatore della logoterapia, che partendo proprio dall’esperienza più dolorosa della sua vita, quella del lager e della perdita della sua famiglia, ha ricostruito la sua esistenza e messo a punto una terapia efficace per la cura del disagio esistenziale che porta al suicidio. Frankl parla di una dimensione orizzontale dell’homo sapiens (o abilis), l’uomo che è abile negli affari, in amore, in tutto e oscilla, nella sua vita, dal successo all’insuccesso; c’è invece una dimensione verticale, che è quella dell’homo patiens, l’uomo sofferente che ha, ai due estremi, invece, la disperazione e la realizzazione. E’ molto importante questa teoria, per capire come l’homo sapiens (abilis) possa trovarsi in una condizione di successo, ma di vuoto esistenziale e, perciò, di disperazione e, viceversa, l’homo patiens in una situazione di insuccesso, ma di realizzazione di senso della vita. In ultima analisi, Frankl dice che vivere non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone a ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora: l’uomo ha una piena realizzazione di se stesso quando smette di stare lì ad attendere quello che la vita può dare, ma capisce che quello che importa è invece soltanto quello che la vita si attende “da lui”. Cristina

1 ottobre 2009

La ricerca di un volto

Nell’ambito di un ciclo dedicato al tema “Dignità della persona”, ho assistito, domenica scorsa, ad un incontro con don Angelo Casati, che conoscevo di fama, avendo letto un suo libro un po’ di tempo fa. E’ stata una relazione molto interessante, ma più di tutto, tra gli argomenti trattati, mi ha colpito il concetto di “dignità della persona” come “dignità di ogni persona”, che vuol dire rispetto dell’uomo e della donna, nella diversità del pensiero. Ha detto che i rappresentanti del pessimismo religioso parlano di un Dio in fuga, in esilio: ma vuoto e senza Dio non è il mondo, vuoto è il nostro cuore o i nostri occhi che non vedono. Che cos’è che non vedono più i nostri occhi? Soprattutto il volto delle persone, la loro diversità. C’è un prevalere dell’essere al centro della nostra attenzione, dell’io arrogante, non il volto dell’altro. Mi è rimasto impresso questo discorso e l’ho calato nella mia quotidianità. Il mio lavoro, tanti anni fa, veniva svolto da tante persone, ognuna delle quali si occupava di un’area geografica precisa: adesso, con internet, lo svolgo facilmente da sola e poco importa se il mio interlocutore abita nelle Filippine o in Nuova Zelanda o a due passi dal mio ufficio. Svolgo un servizio per tutti, ma il volto di ognuno non lo conosco: è un criterio economico e basta quello che guida la mia relazione. Tra le mie amicizie reali e quelle virtuali non c’è più una reale differenza: nel tempo libero, trascorro molte ore al computer e intreccio conoscenze, che sono ormai diventate una compagnia quotidiana e con loro discuto, forse meglio e anche di più, che con gli amici reali. Anche nel nostro servizio di EmmauS, a parte le ore che dedichiamo al nostro assistito, il resto delle relazioni, con gli altri volontari o con l’organizzazione, si svolge in modo virtuale, con mail e adesso con questo blog. E’ un percorso che non può essere arrestato, ma deve essere umanizzato e questo processo parte dalla constatazione che non ci sono categorie: i volontari, i familiari, gli ammalati, gli internauti, ma tante persone diverse una dall’altra e per ciascuna va cercato anche un volto. Cristina

1 settembre 2009

Noi e il corpo degli altri

“Noi e il nostro corpo” è un libro che un gruppo di femministe americane scrisse negli anni ’70, per insegnare alle donne a prendersi cura del proprio corpo: è su questo libro che la mia generazione ha tratto le conoscenze più elementari del corpo e della sessualità. Ma il corpo è ben altro: è il modo in cui l’essere umano vive la relazione con gli altri e la sua vita su questa terra: è quindi necessario rapportarci anche con il corpo degli altri e in ogni situazione. Il modo in cui sono stata educata in famiglia, mi ha spinto ad evitare, il più possibile, il contatto con il corpo degli altri: niente baci tra parenti, non si parla in pubblico di malattie o di questioni sessuali o di certe funzioni fisiologiche, se uno si ammala, se ne occupa qualche parente anziana, che non ha molto da fare. Quando decisi di intraprendere il servizio di volontariato, seguii il primo corso di formazione disponibile: era un lungo corso di sei mesi, che EmmauS aveva organizzato, in collaborazione con il nascente hospice di Montericco, per la cura degli ammalati oncologici. Più per darci un’idea di quello che ci aspettava, che con fini educativi veri e propri, un medico palliativista ci sottopose una serie di diapositive con immagini mostruose di corpi deformati dal cancro e credo che quella visione scoraggiò più di un partecipante. In seguito, ci venne sempre detto che al volontario non veniva richiesto di prendersi cura del corpo del suo assistito, ma solo un po’ di compagnia. Come ho detto sopra, però, il corpo è un comportamento, una relazione e non è possibile scinderlo ed occuparsi solo di una parte. Il mio primo servizio fu proprio l’assistenza ad una malata oncologica, con il corpo devastato da piaghe, che richiedevano di essere lavate e disinfettate frequentemente: l’ammalata non aveva nessuno e per alcuni giorni, per un problema di mancanza di personale infermieristico, non venne nemmeno l’infermiera a domicilio, e lei mi chiese di aiutarla in questa operazione. Difficile negare una richiesta così impellente. Anche con il servizio attuale, le necessità sono continue e ripetute, e non è possibile per il volontario evitare o rimandare certe operazioni. Dopo dieci anni, devo dire che il contatto con il corpo degli altri è diventato un atto naturale, come tutti gli altri: se una persona è malata, anche le manifestazioni fisiche della sua malattia mi sembrano normali, fanno parte della totalità della sua persona e, soprattutto, non possono essere evitate. Cristina

19 agosto 2009

Perché questa scelta?

Mi chiamo Cinzia e sono una volontaria che ha iniziato nel 2001 un corso di dieci incontri, di tre ore ciascuno, finalizzato a “prendersi cura” del malato terminale. Alla fine del corso, ho fatto un colloquio e dopo alcuni mesi ho deciso di iniziare a fare volontariato in hospice. I bisogni della casa erano molti ed io avevo scelto il servizio alla reception, la distribuzione dei pasti e la compagnia agli ammalati. Dopo alcuni anni, ho scelto solo l’assistenza agli ammalati, seguendo un corso specifico. Perché questa scelta? Ho capito che i malati sono grandi maestri di vita, perché ti aiutano a confrontarti con l’essenzialità della vita, ma soprattutto perché a volte ti senti impotente e inutile, ma ci sei. Ho constatato che il malato si confida volentieri con il volontario, perché, rispetto alla sua famiglia, è una persona emotivamente più distaccata. Anche la famiglia ha spesso voglia di parlare, di raccontare .. perché quando uno si ammala, spesso anche tutta la famiglia viene coinvolta nella malattia. Ci vuole una grande capacità di ascolto, lasciando anche spazio al silenzio e alla discrezione. Cosa vuol dire quindi, per me, essere volontaria? Sono una specialista in “umanità gratuita” e do secondo le mie possibilità ed il mio tempo; non sono onnipotente, ma ho anche le risorse: quindi tante risorse, tanti volontari possono essere un aiuto prezioso per tutti quelli che ne hanno bisogno. Cinzia

11 agosto 2009

Sapersi tutelati

“Perché alcune persone si sentono attratte dal volontariato e altre no?” E’ perché, in seguito ad un’esperienza personale, i nostri occhi si sono aperti alle sofferenze degli altri o perché sentiamo che sia tempo di diventare persone migliori o forse perché c’è stato un cambiamento nel nostro stile di vita, che ci ha concesso più tempo libero. Nel mio caso, c’è stata un’altra ragione minore. Io sono inglese, e volevo sentirmi parte integrante nella società in cui avevo deciso di vivere. Sono volontaria di EmmauS fin dall’autunno del 1996, dopo un’esperienza personale di assistenza a due membri della mia famiglia a me molto cari e molto ammalati di due diverse malattie: uno di Parkinson e l’altro di cancro. Sebbene, dopo la loro morte, fossi abbastanza sicura di voler continuare a dedicare un po’ delle mie energie ad altre persone, sentivo che dovevo pensare seriamente alla “causa” o al tipo di organizzazione di volontariato a cui volevo partecipare. Chiesi consiglio ad un’amica di vecchia data, che aveva una grande esperienza come ricercatrice di risorse finanziarie per la carità. La sua risposta toccò due aspetti complementari del volontariato: il volontario e l’organizzazione. “Un potenziale volontario deve voler aiutare gli altri e avere un approccio positivo, ma razionale in ogni servizio che intraprende. Un potenziale coordinatore di zona, di una organizzazione di volontariato, dovrebbe essere sempre molto attento alla evoluzione dei casi presi in carico, così come all’attività di tutti i volontari”. Io credo che EmmauS sia cresciuto positivamente. Cerca sempre fortemente di porsi e raggiungere nuovi obiettivi e penso che lo staff faccia un lavoro eccellente nella organizzazione e nella formazione dei volontari. Tuttavia, sento che il ruolo del coordinatore di zona sia determinante per la qualità del servizio e per il benessere psicologico dei volontari. Con il passare del tempo, i casi possono richiedere un riassestamento o una riorganizzazione del servizio volontario. I volontari anche dovrebbero forse essere più proattivi nell’informare i loro coordinatori di zona sull’evolversi delle situazioni e le difficoltà del loro servizio e i coordinatori, per quanto possa essere difficile, dovrebbero fare il possibile per sollevare il volontario da ogni criticità in un tempo ragionevole. Frances

4 agosto 2009

Poesia

Ho trovato la poesia di cui vi parlavo ieri e la vorrei dedicare a tutti i volontari che sono in servizio, in questa torrida estate.




Spiritualità della bicicletta
(Madeleine Delbrêl)
.

.
.

«Andate» ci dici, Signore, a ogni svolta del Vangelo.
Per essere con te sulla tua strada occorre andare,
anche quando la nostra pigrizia ci supplica di fermarci.
Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.
Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi
se non in un movimento,
se non in uno slancio.

Un po' come una bicicletta che non sta su senza girare,
una bicicletta che resta abbandonata contro un muro
finché qualcuno non la inforca
per farla correre veloce sulla strada.

La condizione che ci è data è un'insicurezza vertiginosa,
universale.
Non appena cominciamo a guardarla,
la nostra vita oscilla e ci sfugge.
Noi non possiamo star dritti se non per marciare
e tuffarci in uno slancio di carità.

Tu ti rifiuti di fornirci una carta stradale.
Il nostro cammino avviene di notte.
Ogni azione da compiere di volta in volta
si illumina come le luci dei segnali.

Spesso la sola cosa garantita
è questa fatica regolare
del medesimo lavoro da fare ogni giorno,
delle medesime faccende da ricominciare,
dei medesimi difetti da correggere,
delle medesime sciocchezze da evitare.

Ma, al di là di questa garanzia,
tutto il resto è lasciato alla tua fantasia
che si scatena a suo piacimento con noi.

Cristina

3 agosto 2009

La bicicletta

Madeleine Delbrêl (1904-1964) fu una cristiana laica, diventata figura di riferimento, tra gli altri, di un’assistente sociale che, fin dall’inizio, mi guida nel servizio di EmmauS, con l’aiuto prezioso dei suoi consigli e della sua esperienza personale.
Un episodio che mi racconta spesso, di questa straordinaria donna del Novecento, lei stessa assistente sociale in un piccolo paese della Francia meridionale, è quando si recò a portare un pacco di vestiti ad una famiglia povera e, aprendo il pacco, vide con grande sconcerto che conteneva calzini ed altri indumenti intimi sporchi. Che vergogna! Che umiliazione per quella famiglia! Corse fuori e andò da un fiorista a comprare il mazzo di fiori più bello che c’era e lo portò a quella famiglia che, da allora, divenne una delle sue più ferventi sostenitrici.
"Nel servizio – diceva - si tratta di imparare ad avvicinare «gente che è stata scorticata viva» e che perciò soffre solo a sfiorarla; gente che deve essere incontrata «con dolcezza». Ma che cos'è la dolcezza? Spiega: «È ciò che riesce a toccare senza ferire», e vuole che le sue assistenti siano «esseri dolci che passano senza scalfire». Quando manda le sue giovani a visitare le famiglie, le avverte che queste non hanno bisogno di essere visitate «come si ispeziona una valigia alla dogana»: bisogna andare a loro come genitori che visitano i figli, e fratelli che visitano i fratelli.
Era una donna molto simpatica, che faceva ridere, e questo era il suo grande talento. Ci sono tanti termini, da lei stessa inventati, come “la liturgia da bar”, che esprimono con chiarezza il suo pensiero, in un modo semplice, che tutti riescono a capire, ridendoci anche su. Tra quelli che trovo più efficaci, c’è la “spiritualità della bicicletta”, sul quale scrisse una poesia. Sosteneva che, per molti cattolici, la fede era come una bicicletta appoggiata al muro, che sta su, ma è immobile. Per fare il bene, invece, bisogna fare come la bicicletta, che svolge la sua funzione soltanto quando è in piedi e va. Cristina

25 luglio 2009

La scelta

Io penso che l’esperienza che stiamo facendo noi volontari, che abbiamo scelto il servizio agli ammalati gravi e oncologici, non ci toglierà nemmeno un minuto di dolore, quando la malattia toccherà a noi o a qualcuno della nostra famiglia, perché questa è un’esperienza personale, unica e diversa per ognuno. Quello che invece ci renderà diversi, almeno da quelli che non hanno mai messo in conto, nella loro vita, la malattia, sarà questo: che noi avremo già avuto l’opportunità di riflettere sul modo in cui vogliamo affrontare la malattia e la morte. Oggi si parla molto di autodeterminazione, ma questa parola non mi piace tanto, perché richiama un concetto di anarchia, che non rientra molto in quello che potrebbe, con maggior precisione, essere invece chiamato il riconoscimento della possibilità dell’individuo di fare una scelta. Questo diritto fondamentale dell’uomo è stato riconosciuto dalla filosofia e dalla politica, alcune centinaia di anni fa, almeno a partire dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese, ma in medicina non ha più di quarant’anni, perché s’incominciò a parlare di bioetica soltanto nel 1971, e molti oggi si chiedono del perché di questo ritardo. Circa mezzo secolo fa, alla mia nonna paterna, ormai ottantenne, venne diagnosticato un tumore, parola che allora non si poteva nemmeno pronunciare e, se proprio non si poteva farne a meno, si arrivava a chiamarlo “brutto male”, ma sempre abbassando la voce, perché nessuno, tantomeno l’ammalato, doveva sapere. Nessuna delle decisioni che questa malattia rendeva necessario prendere - se operare o no, se restare in ospedale o andare a morire a casa - venne presa dalla nonna: per lei decisero gli altri, e non essendo la mia famiglia molto competente in materia, le presero i medici, perché erano quelli che avevano studiato. Oggi, che a mia madre è stato diagnosticato un tumore, pur avendo dieci anni di più della nonna allora, ogni decisione sul modo di affrontare la malattia è stata concordata tra lei e il medico: il parere del medico, che consigliava l’intervento chirurgico, è stato ascoltato, valutato con il resto della famiglia e, infine , insieme ad ogni altra cura intensiva, con molta serenità, da lei rifiutato. Cristina

23 luglio 2009

L'ultima estate

"L’ultima estate" di Cesarina Vighy è arrivato in finale all’ambito Premio Strega 2009. E’ l’opera prima di una scrittrice settantenne ammalata di SLA, che ha deciso di raccontare in questo libro il suo percorso umano, che per lei include questa terribile malattia. E’ una lettura che consiglio a chi vive da vicino la malattia grave, perché aiuta molto a capire l’altro. Una considerazione che mi è rimasta impressa, è quella in cui dice che la cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova proprio bene e che non sembra nemmeno ammalato; e la cosa più dolorosa è ... quando smettono di dirglielo e non sanno più cosa dire. E’ una scrittura che, a tratti, fa anche un po’ male, perché ci mette tragicamente di fronte ai nostri limiti e ridimensiona tutta la nostra sicurezza di persone sane, che hanno qualcosa da dare e da insegnare. Ho prestato questo libro ad alcune amiche più giovani, e hanno trovato irritante – dicono – la sicumera di chi sembra aver capito tutto dalla vita. Io però penso che chi si trova colpito da una malattia molto grave ed è a un passo dalla morte, abbia davvero una sapienza che quelli che stanno bene non possono avere. E’ una cosa, questa, che non solo noi volontari, ma anche i medici dovrebbero tenere ben presente, e accettare che l’ammalato abbia qualcosa da insegnare anche a loro. Cristina

22 luglio 2009

Poche parole

Alla messa domenicale dell’hospice, sono spesso distratta dagli ammalati e dalle necessità che si presentano. Domenica scorsa, invece, mi sono trovata ad ascoltare con interesse l'omelia, perché sembrava rivolta a me e ad un pensiero che faccio spesso. Il sacerdote parlava delle relazioni in generale e diceva che l’interruzione di un rapporto, quando non parliamo più all’altro, è tra le cose peggiori che possa capitare tra le persone. Al contrario, quelle poche parole che diciamo, soprattutto agli ammalati, che ci sembrano spesso inutili e banali, sono invece importantissime, perché mantengono comunque viva una relazione. Ho detto che le ho sentite rivolte a me, perché quante volte, quando un malato peggiora, mi sono detta: “Ma cosa entro a fare nella sua stanza? ... Cosa gli dico? ... A cosa serve?”. Questo mi è successo anche recentemente, quando un anziano parente ha perso la moglie amatissima, e in questi giorni vorrei chiamarlo, ma anche qui mi dico: “Soffre troppo .. Forse lo disturbo .. Forse vorrà stare solo con i suoi pensieri ..”. Mi rendo conto che sono tutte scuse. Poche parole, un semplice “Come stai?”, per tante persone sono il segno che rompe il silenzio e le tiene in vita. Cristina

21 luglio 2009

Di nuovo estate ..

La persona da cui vado per il servizio EmmauS va, in estate, in un centro di riabilitazione specializzato per due mesi, in giugno e in settembre. Per la famiglia e noi volontari è un’occasione per recuperare forze ed energie. Come vi avevo già detto in precedenza, siamo diversi volontari ad andare dalla stessa persona, perché il caso è molto grave e questa persona ha bisogno di un’assistenza continua e quando subentra un nuovo volontario, vedendo tanta necessità, inizia andando più volte la settimana, poi, dopo qualche mese, chiede di andare una volta sola e dopo un anno, spesso, ogni quindici giorni, come faccio io, perché non è proprio possibile riuscire a fare diversamente. Il mio gruppo ha avuto, purtroppo, la perdita della referente e, al momento, non sappiamo chi l’abbia sostituita o almeno non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale. Come è stato notato da più di un volontario, nelle riunioni di zona di qualche mese fa, la coesione e la comunicazione, all’interno della associazione, è molto difficile per diversi motivi, e questo mi spinge a proporre di farci noi carico di una specie di “autogestione” (perdonate il termine un po’ sessantottino), in modo informale. Oltre a questo spazio, che rimane aperto per ogni tipo di comunicazione dal basso (termine questo che ci richiama all’umiltà, nel caso ci fossimo montati un po’ la testa:)) e al quale invito tutti a partecipare, anche con brevi messaggi e segnalazioni, suggerirei di prendere nota, in modo autonomo, dei numeri di telefono degli altri volontari che si ha l’occasione di conoscere e contattarli non soltanto in caso di bisogno, ma anche per ritrovarsi in modo semplice, per un tè, una pizza o anche solo per due chiacchiere a casa dell’uno o dell’altro. Mi è venuta questa idea perché io l’ho fatto e ho scoperto che molti volontari desiderano davvero parlare con gli altri, ma quando ne sentono il bisogno e non necessariamente quando ci sono le riunioni ufficiali, dove gli argomenti sono sempre così tanti ed è facile sentirsi dire, come è successo a me, che quello non era il tempo e il luogo per un argomento, che invece a me stava particolarmente a cuore. Attendo numerosi i vostri commenti a questa proposta e auguro buone vacanze ai fortunati che partono. Cristina

2 maggio 2009

gesti e parole















"... ci vediamo nell’altro, e solo quando qualcuno raccoglie la nostra storia, la storia delle nostre pene, della nostra contentezza e del nostro fallimento, solo allora ci conosciamo. Come conoscerci se non ci conosce nessuno?” Maria Zambrano “Le parole del ritorno”

17 aprile 2009

Emergenza caldo

Il Centro di ascolto “Emergenza caldo” è un servizio esclusivamente telefonico, attivo nei tre mesi estivi. È un servizio gestito in collaborazione tra Comune di RE, Servizio Sanitario Regionale, AUSER, EmmauS, Croce Verde e Croce Rossa. Lo scopo è di aiutare le persone che rimangono in città durante l’estate e che possono avere bisogno di assistenza sociale, o sanitaria, o “psicologica”. Possono telefonare direttamente le persone che hanno bisogno, ma chiunque può segnalare situazioni di persone, per lo più anziane, che potrebbero vivere situazioni di disagio. Alcuni medici di famiglia ci forniscono un elenco di pazienti soli e in situazioni precarie ai quali telefoniamo direttamente noi. Questa, quindi, non è un’esperienza di “assistenza domiciliare”, ma è pur sempre un’esperienza di rapporto interpersonale con persone in stato di bisogno. Qui l’interazione è esclusivamente verbale. Quel poco che puoi fare viene immediatamente riconosciuto dall’altro e ciò è indubbiamente gratificante. Converso molto volentieri con le persone, cerco di comprendere la loro situazione, mi sforzo di “mettermi nei loro panni” e non ho mai fretta di chiudere la conversazione. Naturalmente, mi sento più a mio agio quando sono le persone che telefonano al Centro d’ascolto, anziché quando sono io che chiamo loro. Ma è solo uno stato d’animo iniziale, poi il rapporto si fa fluido e sereno. L’utilità del servizio è abbastanza tangibile. Spesso, oltre e dopo la conversazione, avrei voglia di recarmi direttamente dalle persone con cui ho parlato, per conoscerle di persona, per constatare la loro situazione, anche logistica. Ma questo non è previsto. Il nostro compito, finita la conversazione telefonica, è di attivare i servizi richiesti e ritenuti necessari e possibili (trasporto, consegna pasti, medicinali, spesa a domicilio …). Spesso alla conversazione telefonica non fa seguito uno specifico servizio, in quanto il dialogo costituisce ed esaurisce il significato della telefonata. Questo servizio è particolarmente sentito nel periodo estivo, sia per i disagi che creano le alte temperature, sia perché andando in ferie fuori città i famigliari, molti anziani restano soli. Per la mia esperienza, considerando il bisogno di un rapporto, comunque presente in molte persone sole, questo servizio, anche se di comunicazione solo telefonica, potrebbe essere svolto anche nei restanti mesi dell’anno. Si tratta di un servizio che richiede soprattutto una grande capacità di ascolto. Le persone hanno bisogno di parlare e non solo della loro situazione presente. Il riferimento al passato, il raccontare la loro vita, il mettere in evidenza la continuità o la discontinuità di certi filoni esistenziali, per gli utenti di questo servizio, è assolutamente un bisogno. E si comprende, in questo contesto, che il tuo compito è di saper ascoltare, di comprendere e di dimostrare di avere capito e condiviso. Pino

16 aprile 2009

Nulla è impossibile

Mi chiamo Grazia, sono a Reggio Emilia per periodi sempre più lunghi da circa due anni. Risiedo ancora a Matera, ma qui a Reggio e nei dintorni di Parma vivono i miei quattro figli da diversi anni. Esigenze familiari hanno reso necessaria la mia presenza qui, pertanto, fin dall’inizio, ho avvertito il bisogno di rendermi utile nel tempo liberato dagli impegni familiari. Frequentando la parrocchia e soffermandomi a leggere i vari avvisi nelle bacheche della chiesa, ho trovato un invito ad operare nel volontariato domiciliare, dopo avere frequentato un corso di formazione gestito dall’Associazione EmmauS, che mi avrebbe consentito di dare una mano a chi è solo o in difficoltà in modo più corretto e adeguato. Sentivo che questa era la mia vocazione, in quanto, autonomamente, da quando ero in pensione, mi prendevo cura, nel quartiere dove abitavo, di una signora anziana, in difficoltà e sola. L’esperienza del corso di formazione, così ben strutturato e organizzato, è stata un’occasione preziosa di crescita personale, mediante l’acquisizione di strumenti indispensabili nello svolgimento di questo delicato servizio. Ho avuto modo di frequentare il corso con la carissima A. che avevo avuto modo di conoscere, grazie a mia figlia, durante una cena comunitaria nel mio quartiere. In quell’occasione mi aveva colpito la sua solarità e disponibilità che poi, durante il corso, ho potuto apprezzare in modo ancor più tangibile. Nel gennaio 2007 la famiglia, con la nascita della prima nipotina, mi impegnava sempre di più, riducendo il tempo a mia disposizione. A ciò si aggiungeva la mia difficoltà a muovermi su Reggio, essendo senza macchina e temevo pertanto di non essere più in grado di svolgere questo servizio. Ma A., a cui “nulla è impossibile”, mi diceva: “non ti preoccupare, troveremo un servizio adatto a te!” E questo è arrivato. Una mattina mi ha accompagnata a casa di una signora, poco distante dalla mia abitazione, per farmela conoscere e iniziare con lei un rapporto di ascolto e di fiducia. E’ iniziata così la mia prima esperienza in EmmauS. La signora da cui vado ha subito manifestato di gradire la mia compagnia, ma mi ha anche precisato di non avere bisogno di una presenza settimanale costante, ma di sentirci e vederci ogni tanto e di avvisarla telefonicamente prima di andarla a trovare, poiché non sempre è in casa e la mattina rimane a letto fino a tardi. Per me tutto ciò andava bene, stavo vivendo un momento particolare per problemi familiari e queste condizioni non mi avrebbero creato ansia. All’inizio sono andata a trovarla a casa, lei si apriva con me, come anch’io mi aprivo con lei. Prima di lasciarci lei voleva pregare con me per tutte le necessità dei figli e per la sua salute. Dopo qualche mese, un figlio che aveva perso il lavoro, si era trasferito a casa sua e quindi preferiva che io non andassi, così abbiamo incominciato a comunicare per telefono attraverso il quale mi confidava le sue preoccupazioni. Io la incoraggiavo e lei era molto contenta di sentirmi vicina. Poi il figlio ha trovato il lavoro e lei ha riacquistato la sua autonomia e ciò la rendeva più serena. Ci sentiamo sempre, ma telefonicamente. È una sua scelta. Qualche volta ci siamo incontrate per la strada o in chiesa. È sempre lei che mi riconosce e mi viene vicino. Credo di essere una volontaria un po’ anomala. È poco quello che faccio, ma lo faccio con il cuore e nel rispetto delle esigenze e dei bisogni della persona che mi è stata affidata. Ringrazio tutti voi per l’opportunità che mi è stata offerta e, in particolare, A., la mia referente, “una persona speciale” che mi ha sempre sostenuta in questo servizio. Grazia

15 aprile 2009

Piccole enciclopedie

Mi chiamo Giusi e faccio parte di EmmauS da 12 anni come volontaria, anche se non sempre in servizio attivo, per motivi familiari, o perché le persone che andavo a visitare ci hanno lasciati. Ricordo con piacere il mio primo corso di formazione EmmauS. Fu una mia amica, già volontaria, a consigliarmi la frequenza. Il corso è stato di grande utilità, mi ha preparata ad entrare nella vita “dell’altro” in punta di piedi. Partecipare al corso e ad altri incontri mi hanno dato una grande opportunità di crescita. I vari temi trattati, più che interessanti, mi sono serviti per capire come comportarmi, sentirmi utile e sapere reagire davanti ai bisogni sia della mia famiglia, sia del mio servizio EmmauS con un adeguato coinvolgimento. E soprattutto sapere ascoltare. Appartenere ad una associazione come EmmauS per me è gratificante, perché so di non essere sola e che, per qualsiasi necessità o consiglio posso rivolgermi alla mia referente, una figura di grande prestigio per l’Associazione. Con l’occasione voglio esprimere la mia gratitudine alla mia attuale referente, una persona “speciale” per tutto quello che fa e per il modo gentile e professionale di tenere unito il nostro gruppo. Tutto ciò mi dà serenità e sicurezza nello svolgimento del mio servizio. Durante questi anni di volontariato ho avuto modo di stare accanto a delle persone giovani e meno giovani. Conoscerli è stata una esperienza stimolante. Le loro storie di vita, per alcuni anche lunga, sono state per me un privilegio; capire il loro modo di adattarsi alle varie situazioni che si presentavano, spesso non facili, senza mai arrendersi, con dignità, rispetto, tolleranza e tanta voglia di aiutarsi l’uno con l’altro. Ascoltarli è stato per me un arricchimento, mi ha insegnato ad approfondire ed a condividere le emozioni. Credo che ogni persona è una “piccola enciclopedia” e quando qualcuno di loro ci lascia, in me rimane un perenne ricordo di gratitudine per ciò che ho ricevuto. Giusi

14 aprile 2009

Passeggiata in carrozzella

Sono una volontaria di EmmauS da molti anni. Sono casalinga da sempre, mamma di tre figli adulti ed ho due nipoti già grandi. Ho avuto i miei genitori ammalati a lungo prima di iniziare col volontariato. Sono stati anni difficili e duri perché entrambi hanno patito sofferenze fisiche, ma soprattutto mentali. Quando loro sono mancati ho saputo del volontariato EmmauS e, dopo il corso, ho scelto di dare questo piccolo aiuto agli anziani perché, anche se limitato come tempo, a mio parere aiuta un po’ anche i parenti. Ho sostenuto il colloquio finale del corso base nel marzo del 1995. Sono stata messa in contatto con una famiglia con due anziani, marito e moglie, ammalati. Dopo una certa diffidenza iniziale del marito mi sono trovata sempre molto bene, forse anche perché un po’ di tirocinio l’avevo fatto con i miei genitori. Il resto della famiglia mi ha accolta con molto calore e comprensione. Poi, prima il marito poi la moglie, sono mancati, ma ancora oggi mi sento con i loro familiari e se ci si incontra per caso ci troviamo a dire le stesse cose. Abbiamo dei buoni ricordi malgrado la situazione di sofferenza dei loro cari. Il marito, in particolare, che, pur non potendo camminare e comunicare bene, anche per il carattere un po’ chiuso, mi ha dato la soddisfazione di lasciarsi accompagnare a fare piccole passeggiate in carrozzella, cosa che non voleva fare da tempo. Ho frequentato questa famiglia per circa quattro anni. Il secondo incarico che mi è stato dato era in casa di una coppia di coniugi non molto anziani. La moglie stava abbastanza bene, il marito invece era completamente paralizzato, per cui la moglie, che lo accudiva con tanta dedizione e tanto dolore, era molto provata. Anche in questo caso sono stata accolta molto bene anche dai figli che venivano a trovarli. Facevo loro un po’ di compagnia e qualche piccolo aiuto saltuario. Poi il marito è mancato, ma, quando posso, vado ancora a trovare la moglie. Poi la mia famiglia ha avuto bisogno di me e ho dato la mia disponibilità a EmmauS per piccoli servizi saltuari per anziani che ne avessero bisogno. Da quasi tre anni ho un incontro settimanale con una signora con problemi di salute, ma molto lucida. Una volta alla settimana andiamo a fare la spesa e ci facciamo un po’ di compagnia. Direi che come volontaria EmmauS sono stata sempre fortunata e i problemi che ho avuto sono sempre stati piccoli e risolvibili con un po’ di pazienza. Auguro a tutti i volontari presenti e futuri di avere esperienze positive come ho avuto io. Buon lavoro a tutti. Mirella