7 febbraio 2012

La rinuncia

I mistici come S. Giovanni della Croce dicevano che non bisognava possedere niente, per potere avere tutto, e così, la rinuncia ai beni terreni, che non durano, è sempre stata un requisito importante per chi aveva invece fame e sete di assoluto. Ma l’educazione alla rinuncia è stato anche un punto fermo della educazione laica, almeno fino alla prima metà del secolo scorso. Si narra che a Montaigne, nato in una nobile famiglia di mercanti nel ‘500, il padre offrisse un'educazione secondo i principi dell'umanesimo e che venisse inviato, per questo, a balia in un povero villaggio, perché si abituasse “al modo di vivere più umile e comune”. La nostra generazione è invece cresciuta nella illusione, alimentata da una società dei consumi, che deve continuamente produrre nuovi bisogni, per poter sopravvivere economicamente, che si potesse avere tutto. Abbiamo dovuto invece imparare, a nostre spese, che tutto non si può avere e ci si è posti così il problema della scelta consapevole. Rinunciare ai figli o alla carriera? Rinunciare a una vocazione che poteva portarci lontano da casa o al matrimonio? Qualunque fosse la decisione, però, abbiamo avuto la libertà della scelta e questo, rispetto alle generazioni precedenti, che non l’hanno avuta, è stato un progresso, anche se forse non ci ha procurato la felicità. Il giornalista Enzo Biagi diceva che un tempo c’erano scelte obbligate, ma qualche volta capitava di essere più felici di oggi, anche se all’uomo sembra ora essere concesso tutto per il raggiungimento della sua felicità. Nasce allora la domanda se la rinuncia sia un valore oppure soltanto una necessità. Io tendo a pensare che la rinuncia sia un valore a patto di sapere, però, a cosa vogliamo rinunciare e quale ne sia il vantaggio, perché una rinuncia fine a se stessa, o vantaggiosa solo per un ipotetico aldilà, non avrebbe certamente molto senso. D’altra parte, il desiderio è tra gli elementi dinamici della personalità che muovono in avanti la nostra vita, senza i quali non ci sarebbe per noi nessuna crescita, e quindi non va rimosso, né represso. Ma se analizzassimo bene i nostri desideri, scopriremmo che la maggior parte di essi non nascono nell’intimo del nostro essere, ma vengono indotti dall’esterno. Ecco allora la sofferenza e la frustrazione di non poter appagare questi desideri, che però non sono i nostri. Occorre allora ritirarsi nell’intimo più profondo del nostro essere e liberarci il più possibile dalle influenze esterne, per trovare quello che veramente desideriamo e vogliamo e concentrarci solo su quello, per farlo diventare realtà. Nel rapporto, però, che abbiamo con persone che soffrono una situazione di disagio e di privazione di beni materiali, non possiamo certamente metterci a disquisire intorno a quello di cui pensiamo potrebbero fare senza, perché sarebbe come mettere addosso agli altri pesi che noi stessi non siamo in grado di sopportare o, se li sopportiamo, è perché abbiamo compiuto un certo percorso, che non è detto che loro abbiano voglia di fare. In molti casi, poi, i veri educatori sono proprio quelli che sono riusciti a realizzare la loro felicità e i loro sogni, pur essendo privi di ciò che a noi, un tempo, sembrava invece indispensabile. Cristina

5 febbraio 2012

La ricompensa di un grazie

Nel post “La ricompensa”, del 2 febbraio, Cristina si chiede (e ci chiede) se “procederemmo in questo cammino di solidarietà se non esistesse davvero nessuna ricompensa al nostro impegno” e nel farlo accomuna il “servizio” individuale alla “organizzazione” di riferimento che necessita di risorse economiche per la sua sussistenza. Mi permetto di dissentire. Premesso che si può svolgere attività di volontariato anche senza aderire ad una organizzazione, il farne parte tuttavia porta evidenti vantaggi sia per il volontario che per i destinatari (non credo sia il caso di farne un elenco in questa sede). Limitandoci a considerare solo gli enti che operano con correttezza e nel rispetto, sia delle norme di legge, che dei principi di solidarietà, più complessa è l’organizzazione più consistenti sono i bisogni di natura economica. Si va dagli affitti, alle spese telefoniche, ai premi assicurativi, ai costi di stampa, agli onorari dei professionisti esterni; componenti di costo che sono già tipiche di piccole associazioni come EmmauS, fino a strutture transnazionali quali Medici senza frontiere o Emergency con gli impegni logistici, immobiliari e professionali che si possono immaginare. In tutti i casi si tratta di attività che implicano l’impiego di denaro e questo si ottiene da quote associative, da donazioni, da finanziamenti pubblici e da contributi volontari. L’importante è che nulla di questo flusso di denaro, che può raggiungere anche valori significativi, costituisca fonte di lucro, o venga distratto dalle finalità per le quali è stato raccolto. Si, certo, le associazioni di volontariato ottengono somme di denaro e queste saranno tanto maggiori quanto più meritorio sarà il servizio svolto. Ma questa non è una “forma di ricompensa”, qui siamo di fronte a “sostegni all’attività” senza i quali l’organizzazione non potrebbe nemmeno far fronte agli obblighi di legge. O dobbiamo pretendere che i fornitori di servizi si attivino gratuitamente se il richiedente è una associazione di volontariato? Partecipare alla vita delle associazioni, curandone l’organizzazione e garantendone la trasparenza è meritorio al pari del servizio svolto sul campo. Vi si può essere portati o meno, in ogni caso non credo proprio che possa costituire "ostacolo all’espansione delle coscienze". Il volontario può essere soggetto alla tentazione di ricevere (rifiuto l’idea che possa pretenderla) una ricompensa, ma questa potrà venire dall’attività sul campo, non certo dall’interno dell’organizzazione di appartenenza. Ho assemblato sul post di Cristina l’immagine del bilancio di EmmauS con quella della confezione di marmellata. Il primo ha consistenza monetaria, il secondo è fatto di affetto e di riconoscenza. Rifiutare la confettura (se non sollecitata e se non diviene abitudine) non è sinonimo di gratuità, ma solo di maleducazione. Seguo da anni un gruppo di ragazzi in una attività di teatro/danza e a fine corso realizziamo uno spettacolo che portiamo in scena laddove ci viene richiesto. L’estate scorsa siamo andati a rappresentarlo in un quartiere di Bologna. Al termine la regista voleva che accettassi una quota del compenso ricevuto dall’amministrazione comunale organizzatrice “a titolo di rimborso spese”, “non ho avuto spese, sono venuto sul mezzo della comunità”, “si ma hai impegnato il pomeriggio e la serata”, “è il tempo che ho deciso di mettere a disposizione del gruppo e per quello non esiste una tariffa”. Fine della tentazione. Ma la vera tentazione, subdola perché siamo noi stessi a sollecitarla sta nel sentirsi “più bravi degli altri”, nell'avvertire l’orgoglio che cresce dentro, fino a farci disprezzare chi non si impegna nel sociale. Questa si che va riconosciuta e combattuta perché se siamo arrivati a quel punto vuol dire che non c’è più amore in ciò che facciamo e se manca l’amore viene meno l’unica fonte di soddisfazione che è concessa al volontario. Se vogliamo parlare di vera gratuità dobbiamo fare riferimento, non tanto al denaro che, lo ripeto, non può entrare in gioco, quanto al piacere di sentirsi dire un grazie, all’aspettativa di un apprezzamento per il servizio svolto. Si tratta di tentazioni? Si, certo, e non vanno ricercate. Ma anche un bel voto o un complimento ogni tanto rappresentano per lo studente un viatico per meglio affrontare le difficoltà (e tutti noi sappiamo quanto siano facili da incontrare nel nostro servizio). L’importante è il grazie che ci nasce dentro, ma accettare la ricompensa di un grazie che ci viene dall’esterno può essere segno di umiltà, così come il respingerlo o il rifuggirlo può significare superbia. Gianpietro

4 febbraio 2012

Vittime e aggressori


Nella vita di tutti i giorni, assumiamo spesso, come meccanismo di difesa, il ruolo di vittima o di aggressore e questi due ruoli sono perfettamente intercambiabili tra loro, per cui basta un attimo per trovarsi nell’uno o nell’altro, a volte, quasi senza accorgercene. Sabato scorso, sono stata presa di mira dalla proprietaria di un negozio di abbigliamento, che voleva vendermi, a tutti i costi, tre vestiti, di cui non avevo assolutamente bisogno, solo per essere entrata a dare un’occhiata, per vedere se c’era qualche occasione. Le ha provate tutte per convincermi, usando tutti gli argomenti, a suo avviso, più persuasivi: la lusinga, il vanto per il prodotto che vendeva, lo sconto, la convenienza di una eventuale dilazione di pagamento, e simili. Secondo la definizione comune, la vittima è un individuo che dà sempre ragione all’altro, senza essere necessariamente d’accordo: e in quel momento, mi sono sentita davvero una vittima, perché la petulanza della commerciante non lasciava spazio a nessuna replica. Il termine aggressore deriva invece dal latino aggredior che originariamente significava “andare verso”, ma con il tempo ha assunto un significato più ostile cioè “sopraffare con intenzione malevola”. Uscita dal negozio, da una settimana racconto a tutti quello che mi è successo, suscitando la comprensione nei miei riguardi e i commenti malevoli e la disapprovazione di tutti nei confronti di quella signora, mancando anche di comprensione nei riguardi del lavoro difficile di un commerciante, che ha investito in un magazzino che, in tempo di crisi, resta fermo, con grave danno economico per la gestione della sua attività. Ed ecco così che sono diventata, a mia volta, aggressore. La recente manovra di governo ha fatto slittare, in un colpo, di quattro anni l’età nella quale potrò finalmente ritirarmi dal lavoro e ho provato un grande senso di oppressione e di ingiustizia nei confronti di uno stato che si permette di decidere così della mia vita, cambiandone improvvisamente il corso, senza potere fare nulla, e mi ha letteralmente scandalizzato il discorso del ministro che ha detto che fino adesso i pensionati hanno goduto di un grande privilegio, per il fatto di essere andati in pensione con il sistema retributivo, e che quella di adesso è una politica che vuole ristabilire finalmente l’equità. Poi, ho visto il ministro piangere in televisione, ed è una donna che ha l’età nella quale io dovrei andare in pensione e lavora ancora e forse, chissà, in quel momento anche lei si sarà sentita vittima di un sistema che le imponeva di fare quello per cui lei forse non era nemmeno tanto d’accordo, far pagare cioè la crisi ai più poveri, lasciando fuori i banchieri e chi possiede grandi patrimoni. Come uscire, allora, da questo circolo vizioso che ci fa essere tutti ora vittime e ora aggressori, nella vita di tutti i giorni? Penso che intanto sia importante la consapevolezza di questa intercambiabilità e di non pensarci, per esempio, eterne vittime tutta la vita. L’anziano, che pretende di essere assistito sempre e sacrifica la vita dei figli, anche quando non sarebbe necessario, è in quel momento un aggressore e non bisogna fare della facile retorica su questo, anche quando l’anziano è certamente, a sua volta, vittima di una società e di un sistema, che gli offrono poco aiuto. Il secondo passo per uscire dal ruolo di vittima è quello di rinunciare alla autocommiserazione e incominciare a vedere tutto quello che c’è di buono dentro di noi e che di buono facciamo o abbiamo fatto, e anche del bene che riceviamo o abbiamo ricevuto dagli altri. Ma anche l’aggressore, alla fine, aggredisce perché non ha molta fiducia in se stesso, e non sa spiegare bene e pacatamente le sue motivazioni e quello che ha dentro, e se lo facesse, molto probabilmente, potrebbe trovare più facilmente un accordo con l’altro o sentire le sue emozioni, e a quel punto capirebbe che anche il suo ruolo è legato alla sofferenza, non solo dell’altro, ma anche sua. Cristina

2 febbraio 2012

La ricompensa

“Rare volte agiamo nella vita senza attenderci ricompense, siano esse materiali, economiche, affettive, di stima, spirituali, ecc. Il desiderio di una più o meno gratificante ricompensa si nasconde dietro a ogni nostra azione, impegno e, in genere, a ogni nostro comportamento. Nel cammino psicologico, da una lettura, da una conferenza, da un intervento effettuato sulla nostra psiche, ci attendiamo una ricompensa sia pur quella di migliorare un poco certi nostri aspetti psicologici ritenuti fragili. Nasce quindi la domanda: procederemmo nel cammino evolutivo se non esistesse l’ipotesi di ricompense ai nostri sforzi?” Comincia così l’articolo di uno psicologo, che ho già avuto occasione di citare sulle pagine di questo blog, che si chiama Piermaria Bonacina. Trasferendo la domanda, che l’autore di questo articolo si pone, al volontariato, di cui ci occupiamo, possiamo quindi chiederci, anche noi, se procederemmo in questo cammino della solidarietà se non esistesse davvero nessuna ricompensa al nostro impegno. Occorre subito dire, con grande chiarezza, che il discorso che al servizio non venga associata nessuna forma di ricompensa è certamente superato dal fatto che ogni organizzazione ha bisogno di risorse economiche per potere andare avanti e pagare almeno l’affitto di un locale, le bollette telefoniche, la pubblicità, solo per citare alcuni costi. Noi volontari, dunque, lavoriamo all’interno di organizzazioni o enti che gestiscono somme di denaro e se svolgiamo bene il nostro lavoro di volontariato, questo fatto, con molte probabilità, comporterà risorse maggiori in termini di offerte, elargizioni di fondi o contributi di sostegno da parte dei cittadini, del comune o dello stato. Io penso che sia importante fare chiarezza su questo, per poter delimitare bene l’ambito entro il quale ha senso parlare di gratuità del servizio e questo ambito, nella maggior parte dei casi, è soltanto quello personale. Anche qui, però, dobbiamo essere chiari fino in fondo e ammettere che a livello di personalità siamo fatti di tanti elementi, a volte persino in contrasto tra loro, che possono arrivare a esprimersi in vere e profonde contraddizioni. Nella mia esperienza personale di volontariato, ho scelto di non partecipare alla vita delle organizzazioni per le quali mi impegnavo, proprio per evitare di rendere vano lo sforzo che, se ben indirizzato, può portare a una espansione della coscienza, ma occorre stare lontani da ogni tentazione di ricevere una ricompensa, fosse anche in termini di un apprezzamento o del compiacimento di se stessi, perché la nostra energia psichica si sviluppa infinitamente meglio e procede con gioia nel lavoro impersonale per il bene comune, quando non c’è attaccamento alcuno a questo desiderio. Cristina

1 febbraio 2012

La gentilezza

Aldous Huxley, studioso delle filosofie e tecniche per lo sviluppo delle potenzialità umane, disse in una conferenza: “La gente spesso mi domanda quale sia la tecnica più efficace per trasformare la propria vita. Con imbarazzo, dopo anni e anni di ricerche e sperimentazioni, devo dire che la risposta migliore è just be a little kinder, prova ad essere un po’ più gentile”. La gentilezza, nel servizio che svolgiamo, è indispensabile, ma per essere gentili occorre molto esercizio e volontà, perché, spesso, le situazioni delle quali ci occupiamo mettono a dura prova la nostra pazienza. E’ una qualità, la gentilezza, che ha davvero il grande potere di trasformare il mondo intorno a noi. Tra le mie attività di lavoro c’è quella di occuparmi di eventuali conflitti con clienti che non sono rimasti soddisfatti della qualità del prodotto che hanno acquistato, e quando mi telefonano, a volte, non riesco nemmeno a capire bene quello che mi dicono né decidere cosa fare per aiutarli, tanto è esasperato e aggressivo il loro tono. La tentazione sarebbe quella di urlare ancora più forte e a volte lo faccio davvero, ma l’unico atteggiamento capace di farli ragionare è quello di abbassare il tono della voce e di essere gentile, oltre a offrire, naturalmente, un modo efficace per risolvere il loro problema. C’è chi dice, invece, che la gentilezza oggi non serve e sostiene che in questo mondo valgono solo le maniere forti e vince chi urla di più. Ma qui dobbiamo fare attenzione a non scambiare la gentilezza per arrendevolezza o servilismo. La gentilezza, che è sostanzialmente fermezza, è una qualità forte, perché non permette alle nostre emozioni di dominarci, ma ci consente di svolgere al meglio il lavoro che dobbiamo fare, con sereno distacco nei confronti di reazioni negative, che cercheremo di comprendere, senza assimilare. Cristina

31 gennaio 2012

Il valore della solitudine

“Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscere nulla. La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell'inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.” Trovo che ci sia una profonda verità in questo inciso, tratto dall’autobiografia di Carl Gustav Jung. Oggi si parla molto di solitudine, ma stranamente la si associa sempre a stati depressivi, eccentricità, nevrosi, misantropia. Si insegna come fuggirla, la si paventa come minaccia, nessuno insegna ai giovani che essa è prima di tutto un valore, perché, come rileva giustamente Jung, è nel momento di differenziazione e non identificazione con l’altro che scopriamo la bellezza e il valore dell’incontro con tutto ciò che è al di fuori di noi. Invece, spaventati dalla solitudine, che tutti ci insegnano a temere, ci perdiamo in mille inutili cose, stordendoci con le false solidarietà, circondandoci di persone e di cose di cui poco ci importa, pur di non restare soli con noi stessi.

Certamente, ci sono anche forme di solitudine patologica, causate dalla incapacità di avere delle relazioni, ma queste restano nell’ambito della malattia e vanno curate per quello che sono. Io penso che una corretta pedagogia dovrebbe insegnare al bambino sia la solitudine, nella quale far crescere la sua capacità critica e creativa, sia la capacità di sviluppare relazioni corrette con gli altri. Osservo, invece, nei genitori un gran desiderio di vedere il bambino perfettamente integrato e socializzato e mal sopportano eventuali momenti di malinconia o di tristezza, quando lui si trova da solo e si annoia. Penso che quei momenti siano invece importantissimi per la sua crescita, perché impara a prendere coscienza della sua individualità e a ragionare con la sua testa e non come gli altri vorrebbero. Occorre anche dire che il percorso vero di relazione è quello lunghissimo e unificante del nostro mondo interiore con l’esterno e forse non basta una vita intera per imparare a percorrerlo. Non esiste però nessun percorso alternativo, nessuna scorciatoia. Certe droghe, e a volte anche l’alcool, producono questa profonda sensazione di armonia tra il dentro e il fuori, ma sappiamo bene che in quei casi è solo un’illusione e i danni che queste dipendenze provocano vanno ben oltre i benefici che si conseguono.

Anche tra gli anziani, che mi è capitato di assistere per il servizio, ho notato un uso eccessivo di antidepressivi, che io assimilo alle droghe, prescritti e somministrati il più delle volte senza nemmeno una psicodiagnosi attenta di un medico competente. Ma è chiaro che nell’età avanzata appare troppo tardi per fare qualsiasi altra cosa e l’educazione o l’auto apprendimento alla solitudine come valore andrebbero cominciati molto prima. Cristina

Il labirinto

Ho letto un articolo, piuttosto interessante, di Rossella Passavanti, sul simbolo del labirinto, che ha diversi significati, tra i quali quello della scelta dell’uomo che, a un certo punto della sua vita, si può trovare in una situazione nella quale non riesce a prevedere l’esito del suo cammino, ma comunque sceglie. L’individuo è all’interno del labirinto stesso e deve sapersi orientare, capire dove si trova per raggiungere il centro, la meta. Una situazione questa molto comune, eppure non penso ci abbiamo mai riflettuto molto e questo perché, ricorda sempre la Passavanti, l’uomo moderno è abituato a procedere in forma assolutamente binaria, ossia per sì o no, per il buono contrapposto al male, e con questi parametri crede di essere in grado di giudicare tutto. Ma questa semplificazione tra buono e cattivo è un errore, perché quello che è cattivo oggi è il buono di ieri e ciò che oggi potrebbe considerarsi buono è stato cattivo in tempi passati. Questo pensiero in questi giorni mi sta facendo riflettere sulla mia vita, ma anche su quella delle persone che assistiamo, che spesso si trovano a dover prendere delle decisioni importanti sulla loro vita, sulla loro salute, sulla loro famiglia, pur senza poter conoscere l’esito della loro decisione. Porterà dei benefici quella cura costosa o dolorosa che i medici hanno consigliato o sarà l’ennesimo esperimento di una medicina che a volte procede in modo empirico, senza pensare che il malato non può essere una cavia di laboratorio? Oppure, come sarà la vita della mia famiglia con un malato in casa e sarò in grado di assisterlo bene e serenamente e con gioia, senza alimentare conflitti e malumori, sacrificando la mia vita, quella dei miei familiari e, alla fine, anche quella del malato, che finirò per detestare? Io penso che ci aiuti già molto la consapevolezza di trovarci dentro un labirinto, nel quale dobbiamo per forza trovare l’orientamento, senza il quale non è possibile trovare la via che ci liberi dalla confusione e dalla sensazione di sentirci irrimediabilmente persi. Molto efficace, a questo proposito, è il mito di Arianna, che diede a Teseo un gomitolo di lana (il proverbiale filo d'Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne agevolmente. Anche noi, dunque, quando ci troviamo in una situazione di immobilità, dobbiamo cercare il filo che ci porti fuori dal labirinto, la forza dinamica cioè che mette in moto la nostra volontà. Anch’io mi sono trovata, a un certo punto, in un labirinto, in cui mi sembrava di non andare più né avanti né indietro e in cui la vita non era né buona né cattiva, ma ferma. Poi, ho trovato il mio filo di Arianna e così ho ripreso il cammino con gioia verso l’uscita. Cristina

26 gennaio 2012

Alcuni aspetti psicologici del servizio

"Per essere puro il servizio deve essere anzitutto amorevole, saggio, misurato, delicato, opportuno, sostanzioso, prolungato quanto basta, innocuo, discreto, intelligente, non ostentato, non sottolineato, non bisognoso di plauso, non rivendicato, paziente, dignitoso, disinteressato, non egocentrico competente, efficace, tempestivo e così via." In un articolo sul servizio, lo psicologo Piermaria Bonacina cerca di dare una definizione ideale del servizio, che comunemente chiamiamo volontariato. E’ abbastanza evidente, però, che ben difficilmente ci potremo riconoscere in una simile definizione. Questo avviene principalmente perché nell’uomo agiscono simultaneamente istinti contrari che vale la pena riconoscere per correggere quelli negativi che rischiano di rendere vano il nostro impegno. Certamente nel servizio prevalgono gli istinti positivi: la bontà, l’amore, la solidarietà, la comprensione e altri ancora. Latenti, però, agiscono anche fattori piuttosto insidiosi che possiamo facilmente riconoscere negli altri, ma facciamo fatica a riconoscere in noi stessi, se non quando esplodono, creando conflitti e malumore. Tra questi istinti negativi, c’è il desiderio di potere e proprio recentemente un mio conoscente, che aveva grandi meriti per avere costituito una cooperativa no profit, ha dato le dimissioni, per non essere stato rieletto presidente del consiglio di amministrazione, per la prima volta, dopo tanti anni. Una grande incoerenza in una persona che si pensava impegnata per un bene comune e non solo per una questione di prestigio personale. Un altro aspetto negativo è il sentimentalismo, che porta con sé latente il desiderio di ringraziamento. Con gli ammalati questo aspetto resta nascosto, perché generalmente sono tutti molto grati del servizio che svolgiamo, mentre nei luoghi dove esiste un disagio di povertà, questo desiderio è più evidente, e sono tante le persone che svolgono un servizio e si lamentano che i poveri non ringraziano nemmeno, dimenticando che chi è povero e derelitto è molto più facile che sviluppi sentimenti aggressivi e rivendicativi, che non la riconoscenza. Un altro aspetto negativo, che si può definire proprio della personalità immatura, è la tendenza a mettersi al posto dell’altro, ma non per comprenderlo, bensì per pretendere che faccia quello che noi faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione, dimenticando che noi in quella situazione non ci siamo e molto probabilmente non ci saremo mai. Ci può essere, infine, il desiderio di evasione: il volontariato come evasione da un quotidiano che non vogliamo affrontare. Nella mia stessa esperienza di servizio, ho visto sviluppare, di volta in volta, una parte di questi aspetti negativi e sempre li ho osservati sorprendendomi, perché non pensavo mi appartenessero. In questo senso, dunque, il servizio può essere un test prezioso, che permette di conoscerci meglio e correggere, quando è necessario, un comportamento sbagliato. Cristina

24 gennaio 2012

La piccola fiammiferaia

Le relazioni con le persone che assistiamo, per il servizio o in famiglia, non vanno sempre bene, e in questo caso occorre avere il discernimento per trovare un rimedio o una soluzione alternativa, perché aiutare gli altri deve essere sempre una gioia, e se si arriva a farlo mal volentieri diventa controproducente per noi e per l’altro e una situazione già di per sé critica può degenerare e diventare insostenibile per entrambi. Una volta che abbiamo messo la solidarietà tra i valori intorno ai quali orientare la nostra vita, diventa difficile ammettere la sconfitta, ma se ragioniamo in termini di successo o fallimento sbagliamo, perché non c’è solidarietà verso gli altri se restiamo dentro queste categorie materiali e non facciamo nostra invece l’umiltà di riconoscere che abbiamo dei limiti, e che non dobbiamo perseguire nessuna vittoria, ma solo cercare, in ogni situazione, una soluzione ragionevole ed equilibrata, per vivere serenamente insieme agli altri. Le soluzioni da prendere, in questi casi, possono essere graduali e spesso non è nemmeno necessario ricorrere a soluzioni drastiche. F. - un’amica con la quale condividevo una assistenza a domicilio - presa dall’entusiasmo degli inizi, andava due giorni alla settimana. Dopo un po’, incominciò a sentire la stanchezza di questo servizio e un po’ mortificata chiese di poter andare solo una volta. Poi, quando anche questa periodicità finì per renderla nervosa e stanca, ogni volta che usciva da quella casa, chiese di andare ogni quindici giorni, alternando quel servizio con un altro, presso un’altra persona, e le cose incominciarono ad andare molto meglio. In “Donne che corrono con i lupi”, la psicologa Clarissa Pinkola Estés descrive molto bene la situazione paralizzante in cui la donna (ma questo succede, a mio avviso, anche agli uomini) resta ferma in una situazione critica per viltà, paura, sensi di colpa o altro e per farlo si serve di una favola, “La piccola fiammiferaia”, che è la storia di una bambina che vive nei boschi al freddo e ha intorno a sé persone che non si curano di lei e non comprano i suoi fiammiferi. Invece di allontanarsi da quel luogo gelido, si culla nei sogni e alla fine muore per il freddo. “La donna congelata, priva di nutrimento, tende a elaborare continui sogni ad occhi aperti, sul "come sarebbe se": un bel giorno…, se solo avessi…, lui cambierà…, quando sarò davvero pronta…, quando mi sentirò più sicura…, quando troverò un altro. Ma questa fantasia confortevole è una fantasia che uccide. E' una distrazione seducente e letale dalla realtà.”Per tornare al nostro servizio, mi è stato molto utile, in questi anni, il discorso che mi fece un’assistente sociale, con la quale mi trovavo, periodicamente, agli inizi del volontariato, per discutere la situazione particolarmente difficile di una malata oncologica, che non aveva una famiglia che la seguisse. L’assistente sociale mi disse di ricordare che ogni persona ha in sé, fino alla fine, la capacità di fare del male a un altro e che non bisogna idealizzare mai troppo il volontariato né sentirci superiori e capaci di affrontare tutte le situazioni sempre e da soli. Diversamente dalla piccola fiammiferaia, dobbiamo evitare il facile ottimismo e le idealizzazioni e vigilare sempre sul nostro bisogno di equilibrio e di calore nella vita e fuggire dai luoghi freddi, a volte anche la nostra stessa famiglia, dove rischiamo di morire. Cristina

23 gennaio 2012

Il cielo è per tutti

Nascosta in ogni uomo, c’è una sorgente di gioia che il nostro egoismo, la nostra avidità e gli avvenimenti della vita tendono a inaridire. Ma se vogliamo diventare volontari e aiutare il prossimo, dobbiamo ritrovare questa sorgente, perché il primo dovere di un volontario è quello di irradiare gioia e serenità a questa umanità che soffre, ha paura e spesso vive nell’angoscia. Mi hanno raccontato che una volontaria era solita recarsi da una anziana ammalata, che viveva costantemente a letto. La volontaria, china sull’ammalata, mentre le rassettava le lenzuola, riversava su di lei tutti i problemi e il malcontento della sua vita. A un certo punto, l’anziana malata le disse in dialetto: “La guerda sgnora che me 'd problema agh'no a bel a se di me/Guardi signora che io di problemi ne ho già abbastanza dei miei”. Ma come facciamo, allora, a mostrare un volto lieto e sereno, quando non solo la nostra, ma la vita di tutti, è così piena di problemi e di insidie? Penso che occorra un lungo lavoro su se stessi prima di trovare, nella propria vita, un centro di calma, di armonia, di soddisfazione; e il percorso, il più delle volte, non è lineare, ma costellato da frequenti ricadute. Credo che occorra, innanzi tutto, passare in rassegna tutto ciò che ci provoca dolore e malcontento. Per prima cosa, ci sono gli eventi negativi gravi, che ci sono capitati nella vita: la morte di una persona, una delusione d’amore, una malattia grave, la perdita del lavoro e tanti altri. A questi eventi negativi, istintivamente, noi ci attacchiamo e se non opponiamo un fermo rifiuto a questo attaccamento, essi finiscono per avvelenarci la vita, anche quando fanno parte, irrimediabilmente, del passato e non potrebbero più nuocerci. Il passato, se ci ha provocato dolore, non è più in grado di farci del male, ma continua a farcelo se noi lo permettiamo, amplificando questi eventi nella memoria e ridandogli forza. Per questo, molto spesso, a meno di non avere gravi disturbi della psiche, è meglio non ricorrere a psicologi e psichiatri, perché essi non fanno altro che amplificare problemi del vissuto, che un io normale è perfettamente in grado di attraversare da solo, ma lo può fare solo se li ridimensiona e attribuisce a questi l’esatta posizione nel tempo e nello spazio, e non se li fa rivivere in continuazione. Poi, ci sono gli avvenimenti negativi che portano dolore nel presente e verso questi credo che la fonte maggiore di sofferenza non siano tanto gli avvenimenti stessi, ma la nostra ribellione. Quante persone sento lamentarsi perché hanno un nonno in casa che non ci sta più tanto con la testa oppure un figlio che non vuole fare l’università o uno stipendio che non basta per far fronte alle necessità della vita. Sono certa che se smettessimo di brontolare in continuazione su queste situazioni così comuni, troveremmo facilmente un rimedio. Un altro atteggiamento, che il più delle volte ci permette di soffrire meno, è quello di essere meno esigenti. Se analizziamo bene i motivi del nostro scontento, le ragioni vere non sono nelle cose stesse, ma nel fatto che esse non rispondono alle nostre aspettative e, se analizziamo bene queste aspettative, scopriremo che non sono nemmeno nostre, ma sono solo costruzioni mentali, che ci derivano in buona parte dall’esterno, dalla società, dove, al centro, non c’è la felicità dell’uomo, ma solo interessi economici e consumistici. Infine, il sistema migliore per purificarci dall’egoismo, che il più delle volte è la principale causa della nostra sofferenza, penso sia quello di coltivare la gratitudine per tutte le cose belle che abbiamo intorno e che diamo per scontate. Sono tante e alcune sono diverse per ciascuno di noi, ma ne indico una che è per tutti ed è il cielo, riportando questo suggestivo passaggio di Ruskin tratto da "Lo sviluppo transpersonale" di R. Assagioli: "Strano come la gente conosca poco il cielo. Esso è la parte del creato in cui la natura ha espresso meglio che altrove il suo evidente proposito di ricreare l’uomo, di parlare al suo spirito, di educarlo. Ed è appunto la parte educativa che conosciamo meno. Qualunque persona, dovunque situata e comunque lontana da ogni altra fonte di attrazione o di bellezza, ha questo almeno in ogni momento: il cielo. I più nobili miracoli della terra possono essere visti e conosciuti da pochi, né uno è destinato a vivere in mezzo a essi continuamente; cesserebbe di sentirli se li avesse sempre davanti agli occhi. Ma il cielo è per tutti. Il cielo è eminentemente adatto in tutte le sue funzioni a confortare ed esaltare i cuori, a blandirli e liberarli dalle loro impurità." Cristina

21 gennaio 2012

Il guardiano del faro

Nel volontariato, troppo spesso dimentichiamo che il primo e più urgente dovere è quello di migliorare noi stessi. In uno dei suoi saggi aforismi, Tagore diceva: “Chi è troppo assorto nel fare il bene, non ha tempo per essere buono”. “Ogni anima che si eleva, eleva il mondo” diceva la mistica Elisabetta Leseur. Troppo spesso, invece, ci affaccendiamo solo per aiutare gli altri e se vogliamo analizzare bene i motivi che ci stanno dietro, scopriamo a volte che dietro l’oro che luccica ci sono solo presunzione, vanità e un vago desiderio di acquietarci la coscienza. Ma anche quando le nostre motivazioni sono pure, si possono commettere lo stesso degli errori, per una concezione troppo rigida ed esteriore del dovere. “Evitiamo – diceva Maurice Maeterlink – di agire come il guardiano del faro di cui parla la leggenda, il quale distribuiva ai poveri delle vicine capanne l’olio delle lampade che dovevano rischiarare l’oceano. Ogni anima, nel suo centro, è la guardiana di un faro più o meno necessario. La madre più umile, che si lascia rattristare, assorbire, annientare tutta dai suoi ristretti doveri di madre, dà il suo olio ai poveri e i suoi figli soffriranno durante tutta la vita per il fatto che l’anima della loro madre non sia stata tanto chiara quanto avrebbe potuto esserlo. La forza immateriale che riluce nel nostro cuore deve risplendere anzitutto per se stessa. Solo in tal modo essa potrà risplendere per gli altri. Per quanto sia piccola la vostra lampada, non date mai l’olio che l’alimenta, ma la fiamma che la incorona.” Ho avuto più di una occasione per ricordare la saggezza di questo monito soprattutto alle donne, che spesso si assumono compiti, in famiglia e sul lavoro, che vanno oltre le loro forze fisiche e morali e dopo un po’ stremate non hanno più nulla da dare, se non la loro stanchezza. Cristina

20 gennaio 2012

Ah sì?

Il nostro tempo è caratterizzato da una grande entropia. Si agitano tutti come mulini a vento per niente e quando invece c’è qualche problema serio da affrontare, si fa di tutto tranne quello che sarebbe più opportuno o sensato fare. Ci si arrovella inutilmente sul futuro e ci si dimentica di vivere il presente. A questo proposito, c’è una storiella zen, che mi mette sempre di buonumore e che nella sua semplicità contiene una profonda saggezza.
"Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin. I genitori furibondi andarono dal maestro. "Ah sì? " disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce. La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: "Ah sì?". Cristina

Sotto la presa dell'amore

Nella malattia o accanto alla malattia, ci può capitare di vivere nello spazio angusto di una stanza di ospedale o di un ospizio, termine che l’evoluzione linguistica ha reso meno inquietante con parole come “centro residenziale” oppure “struttura”; resta il fatto, comunque, che in quegli spazi ristretti possiamo sentire un senso di angoscia e di oppressione. Un limite questo che solo gli innamorati sembrano non conoscere. Negli anni ’60, Gino Paoli cantava “Il cielo in una stanza” e diceva che quando lei era vicino a lui quella stanza non aveva più le pareti, ma solo alberi infiniti, e il soffitto non esisteva più e al suo posto vedeva, in alto, il cielo. Un altro innamorato, questa volta però di Dio, il mistico Carlo Carretto, scriveva: "Avevo fatto del treno il "luogo " della mia preghiera. Facevo il pendolare per motivi di lavoro e tu sai cos'è un vagone ferroviario che parte e arriva in città, al mattino e alla sera, stracarico di operai e studenti. Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigia-pigia. Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla. Leggevo il Vangelo. Chiudevo gli occhi. Ascoltavo Dio. Che dolcezza, che pace, che silenzio! La potenza dell’amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza […] Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre. Sotto la presa dell'amore ero in pace. Sì, doveva essere proprio l'amore a creare unità in me. Difatti gli innamorati che si trovano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia, senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno. Io bisbigliavo col mio Dio." Cristina

19 gennaio 2012

Nell'eterno azzurro

“L’igiene fisica – scriveva Roberto Assagioli, negli anni ’70 - ha fatto negli ultimi 50 anni grandi progressi: i grossolani errori di un tempo sono evitati, i corpi sono sempre più esposti agli influssi benefici degli elementi naturali e nutriti con cibi più adatti. Per quanto riguarda, invece, l’igiene psichica, siamo ancora a 50 e più anni fa. In questo campo regnano ancora grande ignoranza, incoscienza, leggerezza, si manca di ogni elementare cautela. Chi prenderebbe cibi senza curarsi se siano o meno sani? Chi ingerirebbe dei farmaci scegliendoli solo in base al loro sapore più o meno gradito senza curarsi della loro composizione e dei loro effetti? Eppure facciamo continuamente proprio questo con quelle medicine e quei veleni psichici che sono le compagnie, gli spettacoli, le letture e così via. […] E’ quindi norma fondamentale di sana vita psichica l’evitare il più possibile gli influssi nocivi dell’ambiente.” Assagioli fu un grande psichiatra del ‘900 stranamente non tanto ricordato in Italia, dove visse buona parte della sua vita. Il tema che ho riportato è di fondamentale importanza per chi, come noi, sta accanto al disagio, alla malattia e alla morte, ma penso che sia ugualmente importante per tutti, perché è praticamente impossibile, e non sarebbe nemmeno raccomandabile, estraniarsi dalla vita. Così, quando i nostri doveri ci obbligano ad esporci alle infezioni psichiche della vita moderna, dovremmo stare ben vigili e purificarci, lavando e disinfettando spesso la psiche, come fanno i dottori e le infermiere, che lavorano in corsia fra i malati, ma si salvaguardano con opportune cautele e disinfezioni. Assagioli spiega che ci sono modi facili ed efficaci per farlo e uno, che ho sperimentato più volte io stessa, è l’uso di motti, frasi e brani suggestivi. “L’esercizio di suggestione consiste nel ripetere a se stessi, o nell’ascoltare da altri, delle parole o frasi esprimenti le suggestioni adatte allo scopo. Possiamo lasciarci penetrare da quelle frasi anche per via visiva. Possiamo cioè scriverle e poi osservarle in uno stato di rilassamento, di calma, di raccoglimento, di ricettività dell’inconscio, sì che il loro significato possa penetrare ed operare profondamente in noi.” La mia casa e le pareti del mio ufficio sono piene di queste frasi e parole, che ogni tanto, però, vanno cambiate, perché perdono il loro effetto; poi, trascorso un periodo di tempo, si possono riutilizzare. Ne cito solo una - la mia preferita - che evoca la pace, la solenne quartina dell’Amiel: “Nell’eterno azzurro dell’insondabile spazio si avvolge di pace il mondo agitato. Uomo avvolgi così i tuoi giorni – sogno che passa – del cielo sereno della tua eternità.” Cristina

La materia

“Così ho scoperto il gusto del lavar la biancheria sporca. Non avendo la corrente elettrica non ho la lavatrice e debbo farlo a mano. Ma forse proprio questa manualità stabilisce tramiti più diretti tra me e le cose. […] Certo per coglier la bellezza delle cose e dei processi che le modificano, le rigenerano e le pongono al nostro servizio, occorre un occhio attento e amoroso; e una grande riserva di stupore. Ma se riusciamo a ricreare questa verginità di sguardo, allora ogni lavoro ha il suo sapore, il suo gusto, la sua materia da plasmare con la mente, la fantasia, le mani.” (da Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri). Quante volte, guardando la vita degli altri, l’abbiamo commiserata o invidiata, giudicandola superficialmente, secondo la ristrettezza delle nostre categorie mentali. Poi, svolgendo un servizio o semplicemente stando vicino a persone malate o addirittura morenti, ci siamo sorpresi, scoprendo che le persone non soffrono o non sono felici secondo condizioni prestabilite, ma in modo misterioso. Anni fa, ebbi un incidente in macchina e mi ruppi una gamba. In ospedale, dividevo la stanza con una signora molto anziana, che era stata completamente ingessata e rimpiangeva la sua vita piena e felice di casalinga, ricordando come le piacesse pulire la casa e fare tutti quei lavori che la mia generazione è stata ben contenta di non fare, preferendo la carriera professionale. Adesso, che sono praticamente agli arresti domiciliari, per la malattia di mia madre, scopro la bellezza di alcuni lavori, che non ho quasi mai fatto o fatto solo occasionalmente: cucinare, pulire, stirare, fare la spesa. Come dice Adriana Zarri, scrittrice, giornalista e teologa, che visse buona parte della sua vita in disparte, quello che è sbagliato, spesso, è il rapporto che abbiamo con le cose, non il lavoro stesso, perché ogni lavoro può essere bello, se guardato con “occhio attento e amoroso”. E’ il contatto con la materia, della quale siamo impastati, e che per troppo tempo abbiamo disprezzato. Cristina

18 gennaio 2012

In famiglia

Sono più che convinta che l’uomo sia nato per vivere in relazione, ma gli unici legami in cui credo sono quelli che hanno una base culturale o di pensiero comune, mentre non credo molto ai legami di sangue, essendo le parentele più che altro casuali. Nonostante questo, è indubbio che ci siano per tutti invece delle responsabilità ben precise o doveri. Questi però hanno il brutto vizio di opprimerci e di ridurre la nostra libertà. Come conciliare allora il sacrosanto diritto alla nostra felicità personale con la responsabilità? Penso che il lungo cammino per diventare adulti non possa che scontrarsi continuamente con questo dilemma, al quale, nel corso della nostra vita, daremo risposte diverse e a seconda di come sapremo affrontarlo proveremo gioia o dolore, senso di schiavitù o di libertà. Ho cominciato a scrivere su questo blog perché svolgevo un servizio di volontariato per EmmauS che adesso, dopo dodici anni, ho dovuto lasciare, per assistere mia madre, che vive con me ed è anziana e ammalata. Per i genitori anziani ci sono diverse possibilità e generalmente si lascia scegliere a loro. Mia madre ha scelto di vivere con uno dei due figli e avendo mio fratello una famiglia numerosa è apparso naturale che venisse a vivere con me, che vivevo da sola. Un anziano che entra in casa cambia sempre la vita delle persone e delle famiglie e la mia è cambiata tanto, ma per certi versi è cambiata in meglio, perché non mi affanno più in mille attività, ma mi concentro, soprattutto negli ultimi tempi, solo su questa, a parte il lavoro, naturalmente, nel quale però ho imparato a delegare e a uscire a orari regolari. Il resto del tempo lo passo per lo più a casa e lo dedico al lavoro domestico, alle letture, ai blog, alle relazioni con gli amici a distanza. Una vita molto diversa da quella che ho sempre fatto, ma ugualmente una vita felice e questo lo devo soprattutto alla comprensione e all’affetto degli amici, quelli di sempre, e quelli nuovi che ho conosciuto sul web, e poi di persona. La mia non è che una delle tante risposte al dilemma che ponevo all’inizio, ma ce ne saranno anche tante altre tra i lettori di questo blog, che mi piacerebbe conoscere. Cristina

31 maggio 2011

ECONOMIA SOLIDALE

Domenica ho trascorso la giornata a Calvatone. Cosa c'è a Calvatone da passarci un'intera giornata? si è chiesto Gianpietro!! A Calvatone c'è una persona: Maurizio Gritta. Una persona "scomoda" a cui sono stati offerti parecchi milioni di euro perchè chiudesse la sua attività. Una persona che con quei soldi avrebbe potuto vivere nell'ozio insieme a tutta la sua famiglia per il resto della sua vita, e che invece continua ad alzarsi prima dell'alba e a lavorare fino al tramonto. Una persona che lotta per le proprie idee, per restituire dignità al lavoro degli agricoltori con cui collabora. Una persona "pericolosa" perchè sta stravolgendo le leggi del mercato. Domenica scorsa come rappresentanti del Gas (gruppo di acquisto solidale) di Alba ci siamo quindi ritrovati a Calvatone, presso la Cooperativa agricola Iris, per il Convegno "I progetti che funzionano dell'economia solidale". Uno degli obiettivi del convegno è stato quello di dare la possibilità alle cooperative di economia solidale di mettersi in rete anche per costruire la propria capacità distributiva, andando lentamente e progressivamente in una direzione di autosviluppo e di indipendenza dai circuiti distributivi tradizionali. E' quello che l'Azienda di Maurizio Gritta fa da diversi anni, distribuendo la sua pasta attraverso "canali alternativi" a tutti i Gas d'Italia e a diverse realtà estere. La Iris produce la sua pasta seguendo una filiera rigorosamente italiana e come missione ha quella di riconoscere all'agricoltore un giusto prezzo che gli garantisca un lavoro dignitoso. Sono belle parole che si sentono in bocca a molti, ma qui in questa Azienda si passa dall'idealismo all'attuazione del progetto tirandosi fuori dal meccanismo della borsa che stabilisce i prezzi delle materie prime. La Iris in questo modo riesce a mantenere costante il prezzo dei suoi prodotti, prodotti che, a parità di qualità, costano meno di quelli della grande distribuzione, pur essendo più caro il costo della filiera. A voi le debite conclusioni.
E' ora di rendersi conto che come consumatori abbiamo un grande potere, e che, ogni volta che facciamo un acquisto, esprimiamo un voto. Se siete ancora di quelli che riempiono il carrello dei supermercati senza porsi domande, è ora che facciate una piccola riflessione. Associatevi al Gas della vostra città, aiutateci a cambiare le regole del mercato. E, visto che siete proprio lì a due passi, andate a fare due chiacchiere con Maurizio: ci penserà lui a convincervi!!
Maria Maddalena

10 aprile 2011

the bear

Sbaglio i tempi e i modi. C’è un orso che non rispetta i limiti: che si fa spazio anche dove spazio non c’è. Dovrei tenerlo al guinzaglio, ma quando viene il momento non distinguo più l’orso dal suo padrone. Dei due, io chi sono? Maria Maddalena ha scritto un haiku molto bello:

Ombra di quercia

Tra risa e schiamazzi

Calma i cuori

e l’orso lo ha respinto, confondendo la metafora con la regola. Le ho inviato un regalo e spero accetterà le mie scuse. Perché lo scrivo su questo blog? La risposta è racchiusa nell’immagine che ho scelto ed in queste parole.

Sapersi vecchio

È l’età che s’invola

L’animo fermo

Conosco le parole chiave: consapevolezza e accettazione. Ma ancora non mi appartengono. Quando mi sarò arreso, anche l’orso che urla attraverso quel muro perderà la sua forza e rimarrà solo l’ombra della quercia. Gianpietro

3 aprile 2011

lo scompartimento

Eravamo in due nello stesso scompartimento del treno. La giornata era fredda e piovosa. Dai finestrini si vedeva scorrere un paesaggio grigio e nelle stazioni i pochi passeggeri erano intabarrati in cappotti e sciarpe. Ma lo scompartimento era confortevolmente riscaldato e il ritmico sferragliare del treno conciliava una quieta beatitudine. Il passeggero che divideva lo scompartimento con me invece era stranamente inquieto. Ad ogni fermata del treno scattava in piedi, correva al finestrino e leggeva ad alta voce il nome della stazione. Poi si sprofondava nel sedile emettendo un sospiro da strappare il cuore. Dopo sette o otto stazioni, preoccupato gli chiesi: "C'è qualcosa che non va? Non ti senti bene?" Con un nuovo desolato sospiro rispose: "Non proprio. E' che sto andando nella direzione sbagliata. Ma si sta così bene e al calduccio, qui...". Maria Maddalena

31 marzo 2011

la macchina della verità

indifferenti

... L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti ...

tiepidi

… Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca ...

ignavi

Questo misero modo
tengon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo

misericordia e giustizia li sdegna:

non ti curar di lor, ma guarda e passa".

Da Gramsci a Dante passando per l’Apocalisse (nell’elenco dei “links utili” trovi il collegamento ai testi completi). Sono alcune citazioni, penso note, che invitano all’impegno individuale e sociale (la citazione del brano dell’apostolo Giovanni appare forzata se si esamina il testo alla lettera, ma diamo per buona l’interpretazione corrente).

Il dibattito è aperto e non ne dò per scontato l’esito. Esiste l’ineluttabilità del destino? C’è una predestinazione che impedisce la modifica di quanto starebbe già scritto nel libro della vita? Ho uno straccio di vita da percorrere: a che pro dannarmi per cambiarla, per imporre agli altri le mie scelte, per impedire che i voleri degli altri mi coinvolgano? Non è meglio cogliere l’attimo, godere di quello che si ha e lasciare che la vita ci scorra addosso senza intaccarci e facendoci soffrire il meno possibile? Seguire il corso della corrente, lasciarsi trasportare, passare inosservati. Ricercare altre vie che non richiedano la “moneta di Cesare”? «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite» scriveva Etty Hillesum, mentre la portavano nel forno crematorio. Anche nella condizione più disperata essere quindi parte attiva, impegnati in ciò in cui si crede al di là dell’assurdità del contesto? Scendere nell'arena politica, issare il vessillo del bene comune, essere genitori anche dei figli degli altri, parteggiare e lottare per imporsi. Credere veramente in un mondo migliore, fatto di gente moralmente onesta. Impegnarsi solo in ciò che può cambiare il mondo o seguire il consiglio di Madre Teresa di Calcutta: "Fai la cosa che ti sta davanti"? Morire da partigiano, o vivere da imboscato?

In attesa di decidere ti guardi attorno e ti accorgi che sei dentro a un sogno, paradossale, nel quale ti credi l’unico sano in un mondo di ciechi. La corda che ti lega a loro ha un nodo troppo stretto per riuscire a scioglierlo e nel sogno inventi una macchina della verità che non può essere manomessa. La inserisci nel cervello di ogni individuo e questa ti segnala quando mentono, agli altri come a se stessi. Sono costretti a dire non quello che si sono imposti essere la verità, ma quello che sanno essere la verità. Per ora la macchina non va oltre. Devi ancora fare molti sogni per perfezionarla, per farli passare dall’ammettere di aver rubato al pentirsi di averlo fatto, fino al promettere di non farlo più. Per ora, ogni mattina, al risveglio, ti rendi conto che il nome di quella macchina è ancora kalasnikov e non riesci a trovarne uno migliore. Gianpietro

27 marzo 2011

un po' di storia

Questo blog nacque a fine 2007 come prosecuzione di un ciclo di “incontri di scrittura formativa”. Volevamo che altri si unissero a quella esperienza, che “l’aver cura della vita emotiva”, l’invito a tradurla in parole, spunti di riflessione, pensieri riportati sulla carta venisse offerto a tutti, senza limiti spazio-temporali. Ci era sembrato che la scelta del web, una delle tante possibili, rispondesse alle aspettative. I post registrati (con il corollario dei commenti) sono stati tuttavia il frutto della collaborazione offerta da pochi, nonostante gli inviti e le sollecitazioni, a dimostrazione che non è lo strumento a determinare il bisogno, e ciò in controtendenza rispetto al mercato che si caratterizza per la capacità di creare le attese anticipandole con i prodotti che le soddisfano. Continuo tuttavia a credere che molte riflessioni presenti nel blog abbiano una loro validità intrinseca e meritino di essere conservate. Un'idea poteva essere quella di trasferirli su un e-book, ma il farlo richiede un impegno che non mi sento di assumere. Ho quindi pensato di “liberalizzare il blog” consentendo che le tematiche trattate non siano più legate ad esperienze di volontariato o a riflessioni inerenti il servizio EmmauS (già molti post se ne scostavano), ma possano toccare tutti i temi di interesse di chi scrive. Manterrò tuttavia un ruolo di filtro onde evitare che vengano pubblicate cose illegali o lesive della privacy, del decoro e del rispetto che caratterizzano il blog. Avrei voluto anche consentire a chiunque di aggiungere post (come già avviene per i commenti), ma la struttura del server non me lo consente. Invitate quindi i vostri amici (anche se non sono volontari EmmauS) a consultare questo blog e proponete loro di registrarsi come autori. E’ un esperimento e non è detto che riesca, ma finché non ci si prova … Gianpietro

23 marzo 2011

GRAN TORINO

Direi che questo è un post provvisorio che poi Gianpietro domani potrà cancellare.
Ho visto solo ora che questa sera su Rete4 alle ore 21 c'è in programmazione il film "Gran Torino". Paolo (amico comune di Gianpietro e mio) lo aveva visto durante un incontro, sul tema della conversione, organizzato per i genitori dalla parrocchia che frequenta. A lui era piaciuto moltissimo e me lo aveva consigliato. Potremmo guardarlo e poi commentarlo insieme; e se non ci sarà piaciuto sapremo con chi lamentarci!! Maria Maddalena

21 marzo 2011

... ed è solo lunedì

Chissà perchè devo ficcarmi sempre in situazioni simili. E' sempre così: sono la persona sbagliata nel posto sbagliato! Sono astemia e allergica alle nocciole e vivo circondata da vigneti nella patria del buon vino e... della nutella. Detesto lo shopping e non mi è mai interessata la moda e mi ritrovo a lavorare circondata da pizzi e merletti, a dover chiacchierare frivolmente con annoiate clienti sui colori di tendenza di questa primavera-estate o su quale sia il tessuto migliore per realizzare il cappottino di Filippo (che non è propriamente il figlio della cliente, quanto piuttosto il suo cane...). E ora questo. Mi trovo a scrivere sul blog creato da Gianpietro... io, che non ho mai amato scrivere, che mi facevo venire le coliche ogni volta che a scuola mi ritrovavo davanti ad una pagina bianca da dover riempire durante un compito in classe; io, che non ho mai svolto servizi di volontariato con persone in difficoltà, e l'unica "assistenza domiciliare" che porto avanti è quella della visita settimanale a mia nonna che, nonostante i suoi 87 anni, riesce sempre a ribaltare la situazione e a far sì che sia lei a fare "assistenza" a me, e non viceversa!! Ho chiesto a Gianpietro: "Cosa posso mai scrivere io nel tuo blog?". Mi ha risposto: "Scrivi quello che vuoi".
Bene. Penso che chiunque stia leggendo questo post abbia ormai capito che sto decisamente abbassando il livello delle erudite conversazioni che si sono susseguite negli anni passati. Non posso e non sono in grado di far altro che scrivere semplicemente qualcosa che riguarda il mio vissuto. Iniziamo allora dalla figuraccia che mi sono fatta questa mattina con una cliente. Entra in negozio una signora che non avevo mai visto prima. Non risponde al mio saluto ("Iniziamo bene", mi dico). Mi si avvicina un po' intimidita, con gli occhi bassi, e con i suoni gutturali propri dei sordomuti mi dice di aver bisogno di far riparare un abito. Ecco perchè non aveva risposto al mio saluto, non mi aveva sentita. Fortunatamente anni fa ho avuto modo di frequentare alcune persone sordomute e quindi non ho difficoltà a capirla e a farmi capire. La cliente lo intuisce presto e ne approfitta per lasciarsi andare a far quattro chiacchiere (mi ha raccontato una buona metà della sua vita!). Quando finalmente siamo riuscite a tornare al motivo della sua visita e a terminare la prova dell'abito, con estrema naturalezza le ho chiesto (come faccio con tutte le clienti) il numero di telefono in caso avessi avuto bisogno di contattarla. Lei spalanca gli occhi e mi dice: "Ma se tanto non sento!" ... sono letteralmente sprofondata sotto il bancone ("... ed è solo lunedì", mi son detta). Quando sono riuscita a trovare il coraggio di risollevare lo sguardo per scusarmi della mancanza di sensibilità dimostrata, mi sono ritrovata davanti alla cliente che sorridendo divertita mi stava dicendo: "La telefonata non la sento ma i messaggi li leggo. Le lascio il mio numero di cellulare". Probabilmente la nostra conversazione si era svolta con tanta naturalezza da avermi indotta a dimenticare di trovarmi di fronte ad una persona, come va di moda dire oggi, "diversamente abile". E sembra che lei abbia apprezzato quella che a me, in un primo momento, è sembrata solo una mancanza di sensibilità nei suoi confronti. Maria Maddalena

7 marzo 2010

La cassetta degli attrezzi

Se hai letto il post che precede questo (Cronologico vs Tematico), dimenticalo. Cancellalo dalla memoria e se lo hai messo nella "cassetta degli attrezzi", vedi di liberartene il più rapidamente possibile. Ho fatto la mia prima intervista ed è stata una rivoluzione copernicana. Mi verrebbe voglia di dire: fermate il mondo che voglio scendere. Nel post avevo parlato di “peccato di presunzione”: non ho avuto il tempo di commetterlo. Verrò rimproverato di non aver saputo gestire la situazione, ma il primo contatto, che nelle intenzioni doveva essere di sola presentazione, si è concluso con 90 minuti di registrazione e 11 cartelle di sbobinatura. Stimolatori? al più sacchetti di sabbia per arginare il flusso! Scelta dei temi? vari livelli di approfondimento? Ma quando mai! Probabilmente ho fallito l’approccio, ma ne sono ugualmente contento. Non è la mia storia che devo scrivere e allora perché imbrigliare il costante fluire dei suoi ricordi? Se al prossimo incontro vedrò che tenderà a ripetersi (oggi non lo ha fatto, quasi mai) cercherò di indirizzarlo. Nel riascoltare la registrazione, le poche volte che la mia voce si sovrapponeva alla sua mi procurava un moto di fastidio. Avrei voluto dirmi: “Ma non vedi che sei di troppo, che ti stai intromettendo nella sua storia? Lascia le briglia sciolte. Cavoli tuoi, dopo, riorganizzare il tutto, ma ora taci e ascolta.” E la tua “confessione” come è andata? Gianpietro

3 marzo 2010

Cronologico vs Tematico

Istintivamente, tra i due metodi suggeriti per la conduzione dell'intervista, sarei orientato a scegliere il secondo, quello tematico. Esso è sicuramente il più intrigante, ma anche il più difficile da gestire, sia perché non conosco in partenza quali possono essere stati i temi che hanno impregnato di senso l’esistenza del mio intervistato, sia per la obiettiva difficoltà ad incasellarli entro le rigide griglie temporali già definite. Metodo cronologico, allora? Non so. Mi piacerebbe deciderlo solo cinque minuti dopo avere appoggiato sul tavolo la bottiglia di Sangiovese, ed avere ascoltato con lo sguardo il racconto dei mobili e delle suppellettili. Ma Savino dice che dobbiamo scegliere adesso e quindi, senza dover ricorrere al lancio della moneta, ho deciso che cercherò di organizzare il lavoro leggendo i tempi dell’esistenza in base ai “punti di svolta”, alle “figure cruciali, ai maestri”. In questo modo conto di aiutare l'intervistato a ripercorrere il cammino della vita attraverso l’evolversi nel tempo dei suoi aspetti più significativi. Il mio peccato di presunzione sarà quello di attribuire una scala di significatività, forzatamente soggettiva, anche se mi riserverò uno spazio sufficiente per inglobare una sua, eventuale, richiesta per un tema da me non considerato. Metodo tematico quindi e questo potrebbe esserne il "canovaccio".

In avvio parleremo di famiglia, poichè mi sembra il tema più semplice ed immediato. Analizzeremo le relazioni familiari così come si sono sviluppate nel tempo; quali i legami più significativi e perché; quali le problematiche di relazione; quali i sogni realizzati e quelli ancora nel cassetto. Tratteremo poi il tema del lavoro, la sua progressione fino al momento attuale; quali i momenti di svolta, le scelte fatte e le occasioni perdute, le relazioni instaurate dentro e fuori gli ambienti di lavoro. Questo nel primo incontro.

Il secondo verrà dedicato all’imparare ed al tempo libero. Entreremo nel campo della cultura, degli hobbies, dei giochi e delle passioni sportive. La musica, la letteratura, la poesia, il teatro, il cinema, l’arte, le collezioni, i viaggi … serviranno da spunto per fare riaffiorare i ricordi e suscitare emozioni.

Nel terzo incontro, il più importante, vedrò di condurre l’intervistato sul terreno degli affetti. Partirò dall’amicizia, da come questo sentimento è evoluto negli anni, passando dai giochi dell’infanzia ai legami “per la vita” dell’adolescenza; dal cameratismo del periodo di guerra (e qui potrebbe aprirsi un filone incontrollabile – il mio intervistato è del 1922), alle relazioni con i vicino di casa ed i compagni di svago (bar, vacanza, stadio …) fino ad esaminare cosa è rimasto nel momento attuale. In parallelo (sarà difficile scindere temporalmente i due momenti) analizzeremo il tema dell’amore valutando quali e quante siano state le chiavi di lettura e di applicazione pratica di questo sentimento. Più che una scansione cronologica delle situazioni affettive, punterò ad una analisi introspettiva del tema. Dalla sua dimensione minima, fino alla sua espressione massima (dalla natura, agli animali; dalle singole persone, all’umanità nel suo insieme; dal sé, all’oltre il sé). Sarà, probabilmente, una chiacchierata molto a ruota libera, ma che recupererò e renderò organica in sede di stesura del testo.

Il quarto incontro sarà riservato ad approfondimenti degli aspetti trascurati nelle precedenti occasioni e ad inserire nuove tematiche proposte (se con valide motivazioni) dall’intervistato. Se ci sarà spazio (tempo e volontà), mi piacerebbe affrontare i temi della dimensione spirituale (metafisica in senso lato) e di quella sociale (politica, anch’essa intesa in senso lato). Su questi ultimi due temi credo che sarà gioco lasciare all’intervistato ampia discrezionalità di indirizzo. Mi immagino infatti una trattazione ricca di componenti filosofiche dalle quali emerga il "filo rosso" che, nel corso della sua esistenza, ha intrecciato entrambi i percorsi.

Credo che il metodo tematico, tra le diverse tipologie di scrittura, favorisca l’esplorazione interiore dando così forma ad una scrittura biografica di tipo katagocico e questo risultato mi vedrebbe soddisfatto.

Questo è quanto, e che Duccio me la mandi buona! Gianpietro

26 febbraio 2010

Raccogliere una storia

Sere fa, al corso sulla "Locanda della memoria", ho colto questa espressione: "raccogliere la storia di un anziano" e, istintivamente, l'ho associata ad una immagine di precarietà e di instabilità. Analogamente, l'immagine dell'anziano, che, con disinvoltura, classifichiamo nella fascia di coloro che sono "a rischio esclusione", provoca in me profonda tristezza e disorientamento. Mi viene allora da pensare a quanto c'è di vero nell'affermazione che "l'umanità è sopravvalutata" (e non certo nell'accezione attribuita dallo squilibrato che l'adotta come alibi per compiere una strage dentro una scuola), se basta un nulla (nel fluire dell'universo) per trasformare una esistenza attiva in un relitto bisognoso di essere rimorchiato. Gli anni scorrono, i congiunti ci lasciano e, senza occupazione, la vecchiaia è fatta di tante attese tra un vuoto ed il successivo. La società si accorge di te solo per spostarti di una casella nello stilare le proprie statistiche. Non più popolazione attiva, ma soggetto a rischio esclusione. E se vorrai sopravvivere a te stesso hai bisogno di qualcuno che "raccolga" la storia che ti stai lasciando alle spalle. Spera allora di averlo già fatto, di essere stato capace di scriverla da solo quella storia, perchè non è detto che troverai una penna pronta a farlo al tuo posto, nè una voce che ne legga alcuni brani davanti alla tua bara. Gianpietro