31 gennaio 2012

Il valore della solitudine

“Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscere nulla. La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell'inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.” Trovo che ci sia una profonda verità in questo inciso, tratto dall’autobiografia di Carl Gustav Jung. Oggi si parla molto di solitudine, ma stranamente la si associa sempre a stati depressivi, eccentricità, nevrosi, misantropia. Si insegna come fuggirla, la si paventa come minaccia, nessuno insegna ai giovani che essa è prima di tutto un valore, perché, come rileva giustamente Jung, è nel momento di differenziazione e non identificazione con l’altro che scopriamo la bellezza e il valore dell’incontro con tutto ciò che è al di fuori di noi. Invece, spaventati dalla solitudine, che tutti ci insegnano a temere, ci perdiamo in mille inutili cose, stordendoci con le false solidarietà, circondandoci di persone e di cose di cui poco ci importa, pur di non restare soli con noi stessi.

Certamente, ci sono anche forme di solitudine patologica, causate dalla incapacità di avere delle relazioni, ma queste restano nell’ambito della malattia e vanno curate per quello che sono. Io penso che una corretta pedagogia dovrebbe insegnare al bambino sia la solitudine, nella quale far crescere la sua capacità critica e creativa, sia la capacità di sviluppare relazioni corrette con gli altri. Osservo, invece, nei genitori un gran desiderio di vedere il bambino perfettamente integrato e socializzato e mal sopportano eventuali momenti di malinconia o di tristezza, quando lui si trova da solo e si annoia. Penso che quei momenti siano invece importantissimi per la sua crescita, perché impara a prendere coscienza della sua individualità e a ragionare con la sua testa e non come gli altri vorrebbero. Occorre anche dire che il percorso vero di relazione è quello lunghissimo e unificante del nostro mondo interiore con l’esterno e forse non basta una vita intera per imparare a percorrerlo. Non esiste però nessun percorso alternativo, nessuna scorciatoia. Certe droghe, e a volte anche l’alcool, producono questa profonda sensazione di armonia tra il dentro e il fuori, ma sappiamo bene che in quei casi è solo un’illusione e i danni che queste dipendenze provocano vanno ben oltre i benefici che si conseguono.

Anche tra gli anziani, che mi è capitato di assistere per il servizio, ho notato un uso eccessivo di antidepressivi, che io assimilo alle droghe, prescritti e somministrati il più delle volte senza nemmeno una psicodiagnosi attenta di un medico competente. Ma è chiaro che nell’età avanzata appare troppo tardi per fare qualsiasi altra cosa e l’educazione o l’auto apprendimento alla solitudine come valore andrebbero cominciati molto prima. Cristina

Il labirinto

Ho letto un articolo, piuttosto interessante, di Rossella Passavanti, sul simbolo del labirinto, che ha diversi significati, tra i quali quello della scelta dell’uomo che, a un certo punto della sua vita, si può trovare in una situazione nella quale non riesce a prevedere l’esito del suo cammino, ma comunque sceglie. L’individuo è all’interno del labirinto stesso e deve sapersi orientare, capire dove si trova per raggiungere il centro, la meta. Una situazione questa molto comune, eppure non penso ci abbiamo mai riflettuto molto e questo perché, ricorda sempre la Passavanti, l’uomo moderno è abituato a procedere in forma assolutamente binaria, ossia per sì o no, per il buono contrapposto al male, e con questi parametri crede di essere in grado di giudicare tutto. Ma questa semplificazione tra buono e cattivo è un errore, perché quello che è cattivo oggi è il buono di ieri e ciò che oggi potrebbe considerarsi buono è stato cattivo in tempi passati. Questo pensiero in questi giorni mi sta facendo riflettere sulla mia vita, ma anche su quella delle persone che assistiamo, che spesso si trovano a dover prendere delle decisioni importanti sulla loro vita, sulla loro salute, sulla loro famiglia, pur senza poter conoscere l’esito della loro decisione. Porterà dei benefici quella cura costosa o dolorosa che i medici hanno consigliato o sarà l’ennesimo esperimento di una medicina che a volte procede in modo empirico, senza pensare che il malato non può essere una cavia di laboratorio? Oppure, come sarà la vita della mia famiglia con un malato in casa e sarò in grado di assisterlo bene e serenamente e con gioia, senza alimentare conflitti e malumori, sacrificando la mia vita, quella dei miei familiari e, alla fine, anche quella del malato, che finirò per detestare? Io penso che ci aiuti già molto la consapevolezza di trovarci dentro un labirinto, nel quale dobbiamo per forza trovare l’orientamento, senza il quale non è possibile trovare la via che ci liberi dalla confusione e dalla sensazione di sentirci irrimediabilmente persi. Molto efficace, a questo proposito, è il mito di Arianna, che diede a Teseo un gomitolo di lana (il proverbiale filo d'Arianna) per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne agevolmente. Anche noi, dunque, quando ci troviamo in una situazione di immobilità, dobbiamo cercare il filo che ci porti fuori dal labirinto, la forza dinamica cioè che mette in moto la nostra volontà. Anch’io mi sono trovata, a un certo punto, in un labirinto, in cui mi sembrava di non andare più né avanti né indietro e in cui la vita non era né buona né cattiva, ma ferma. Poi, ho trovato il mio filo di Arianna e così ho ripreso il cammino con gioia verso l’uscita. Cristina

26 gennaio 2012

Alcuni aspetti psicologici del servizio

"Per essere puro il servizio deve essere anzitutto amorevole, saggio, misurato, delicato, opportuno, sostanzioso, prolungato quanto basta, innocuo, discreto, intelligente, non ostentato, non sottolineato, non bisognoso di plauso, non rivendicato, paziente, dignitoso, disinteressato, non egocentrico competente, efficace, tempestivo e così via." In un articolo sul servizio, lo psicologo Piermaria Bonacina cerca di dare una definizione ideale del servizio, che comunemente chiamiamo volontariato. E’ abbastanza evidente, però, che ben difficilmente ci potremo riconoscere in una simile definizione. Questo avviene principalmente perché nell’uomo agiscono simultaneamente istinti contrari che vale la pena riconoscere per correggere quelli negativi che rischiano di rendere vano il nostro impegno. Certamente nel servizio prevalgono gli istinti positivi: la bontà, l’amore, la solidarietà, la comprensione e altri ancora. Latenti, però, agiscono anche fattori piuttosto insidiosi che possiamo facilmente riconoscere negli altri, ma facciamo fatica a riconoscere in noi stessi, se non quando esplodono, creando conflitti e malumore. Tra questi istinti negativi, c’è il desiderio di potere e proprio recentemente un mio conoscente, che aveva grandi meriti per avere costituito una cooperativa no profit, ha dato le dimissioni, per non essere stato rieletto presidente del consiglio di amministrazione, per la prima volta, dopo tanti anni. Una grande incoerenza in una persona che si pensava impegnata per un bene comune e non solo per una questione di prestigio personale. Un altro aspetto negativo è il sentimentalismo, che porta con sé latente il desiderio di ringraziamento. Con gli ammalati questo aspetto resta nascosto, perché generalmente sono tutti molto grati del servizio che svolgiamo, mentre nei luoghi dove esiste un disagio di povertà, questo desiderio è più evidente, e sono tante le persone che svolgono un servizio e si lamentano che i poveri non ringraziano nemmeno, dimenticando che chi è povero e derelitto è molto più facile che sviluppi sentimenti aggressivi e rivendicativi, che non la riconoscenza. Un altro aspetto negativo, che si può definire proprio della personalità immatura, è la tendenza a mettersi al posto dell’altro, ma non per comprenderlo, bensì per pretendere che faccia quello che noi faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione, dimenticando che noi in quella situazione non ci siamo e molto probabilmente non ci saremo mai. Ci può essere, infine, il desiderio di evasione: il volontariato come evasione da un quotidiano che non vogliamo affrontare. Nella mia stessa esperienza di servizio, ho visto sviluppare, di volta in volta, una parte di questi aspetti negativi e sempre li ho osservati sorprendendomi, perché non pensavo mi appartenessero. In questo senso, dunque, il servizio può essere un test prezioso, che permette di conoscerci meglio e correggere, quando è necessario, un comportamento sbagliato. Cristina

24 gennaio 2012

La piccola fiammiferaia

Le relazioni con le persone che assistiamo, per il servizio o in famiglia, non vanno sempre bene, e in questo caso occorre avere il discernimento per trovare un rimedio o una soluzione alternativa, perché aiutare gli altri deve essere sempre una gioia, e se si arriva a farlo mal volentieri diventa controproducente per noi e per l’altro e una situazione già di per sé critica può degenerare e diventare insostenibile per entrambi. Una volta che abbiamo messo la solidarietà tra i valori intorno ai quali orientare la nostra vita, diventa difficile ammettere la sconfitta, ma se ragioniamo in termini di successo o fallimento sbagliamo, perché non c’è solidarietà verso gli altri se restiamo dentro queste categorie materiali e non facciamo nostra invece l’umiltà di riconoscere che abbiamo dei limiti, e che non dobbiamo perseguire nessuna vittoria, ma solo cercare, in ogni situazione, una soluzione ragionevole ed equilibrata, per vivere serenamente insieme agli altri. Le soluzioni da prendere, in questi casi, possono essere graduali e spesso non è nemmeno necessario ricorrere a soluzioni drastiche. F. - un’amica con la quale condividevo una assistenza a domicilio - presa dall’entusiasmo degli inizi, andava due giorni alla settimana. Dopo un po’, incominciò a sentire la stanchezza di questo servizio e un po’ mortificata chiese di poter andare solo una volta. Poi, quando anche questa periodicità finì per renderla nervosa e stanca, ogni volta che usciva da quella casa, chiese di andare ogni quindici giorni, alternando quel servizio con un altro, presso un’altra persona, e le cose incominciarono ad andare molto meglio. In “Donne che corrono con i lupi”, la psicologa Clarissa Pinkola Estés descrive molto bene la situazione paralizzante in cui la donna (ma questo succede, a mio avviso, anche agli uomini) resta ferma in una situazione critica per viltà, paura, sensi di colpa o altro e per farlo si serve di una favola, “La piccola fiammiferaia”, che è la storia di una bambina che vive nei boschi al freddo e ha intorno a sé persone che non si curano di lei e non comprano i suoi fiammiferi. Invece di allontanarsi da quel luogo gelido, si culla nei sogni e alla fine muore per il freddo. “La donna congelata, priva di nutrimento, tende a elaborare continui sogni ad occhi aperti, sul "come sarebbe se": un bel giorno…, se solo avessi…, lui cambierà…, quando sarò davvero pronta…, quando mi sentirò più sicura…, quando troverò un altro. Ma questa fantasia confortevole è una fantasia che uccide. E' una distrazione seducente e letale dalla realtà.”Per tornare al nostro servizio, mi è stato molto utile, in questi anni, il discorso che mi fece un’assistente sociale, con la quale mi trovavo, periodicamente, agli inizi del volontariato, per discutere la situazione particolarmente difficile di una malata oncologica, che non aveva una famiglia che la seguisse. L’assistente sociale mi disse di ricordare che ogni persona ha in sé, fino alla fine, la capacità di fare del male a un altro e che non bisogna idealizzare mai troppo il volontariato né sentirci superiori e capaci di affrontare tutte le situazioni sempre e da soli. Diversamente dalla piccola fiammiferaia, dobbiamo evitare il facile ottimismo e le idealizzazioni e vigilare sempre sul nostro bisogno di equilibrio e di calore nella vita e fuggire dai luoghi freddi, a volte anche la nostra stessa famiglia, dove rischiamo di morire. Cristina

23 gennaio 2012

Il cielo è per tutti

Nascosta in ogni uomo, c’è una sorgente di gioia che il nostro egoismo, la nostra avidità e gli avvenimenti della vita tendono a inaridire. Ma se vogliamo diventare volontari e aiutare il prossimo, dobbiamo ritrovare questa sorgente, perché il primo dovere di un volontario è quello di irradiare gioia e serenità a questa umanità che soffre, ha paura e spesso vive nell’angoscia. Mi hanno raccontato che una volontaria era solita recarsi da una anziana ammalata, che viveva costantemente a letto. La volontaria, china sull’ammalata, mentre le rassettava le lenzuola, riversava su di lei tutti i problemi e il malcontento della sua vita. A un certo punto, l’anziana malata le disse in dialetto: “La guerda sgnora che me 'd problema agh'no a bel a se di me/Guardi signora che io di problemi ne ho già abbastanza dei miei”. Ma come facciamo, allora, a mostrare un volto lieto e sereno, quando non solo la nostra, ma la vita di tutti, è così piena di problemi e di insidie? Penso che occorra un lungo lavoro su se stessi prima di trovare, nella propria vita, un centro di calma, di armonia, di soddisfazione; e il percorso, il più delle volte, non è lineare, ma costellato da frequenti ricadute. Credo che occorra, innanzi tutto, passare in rassegna tutto ciò che ci provoca dolore e malcontento. Per prima cosa, ci sono gli eventi negativi gravi, che ci sono capitati nella vita: la morte di una persona, una delusione d’amore, una malattia grave, la perdita del lavoro e tanti altri. A questi eventi negativi, istintivamente, noi ci attacchiamo e se non opponiamo un fermo rifiuto a questo attaccamento, essi finiscono per avvelenarci la vita, anche quando fanno parte, irrimediabilmente, del passato e non potrebbero più nuocerci. Il passato, se ci ha provocato dolore, non è più in grado di farci del male, ma continua a farcelo se noi lo permettiamo, amplificando questi eventi nella memoria e ridandogli forza. Per questo, molto spesso, a meno di non avere gravi disturbi della psiche, è meglio non ricorrere a psicologi e psichiatri, perché essi non fanno altro che amplificare problemi del vissuto, che un io normale è perfettamente in grado di attraversare da solo, ma lo può fare solo se li ridimensiona e attribuisce a questi l’esatta posizione nel tempo e nello spazio, e non se li fa rivivere in continuazione. Poi, ci sono gli avvenimenti negativi che portano dolore nel presente e verso questi credo che la fonte maggiore di sofferenza non siano tanto gli avvenimenti stessi, ma la nostra ribellione. Quante persone sento lamentarsi perché hanno un nonno in casa che non ci sta più tanto con la testa oppure un figlio che non vuole fare l’università o uno stipendio che non basta per far fronte alle necessità della vita. Sono certa che se smettessimo di brontolare in continuazione su queste situazioni così comuni, troveremmo facilmente un rimedio. Un altro atteggiamento, che il più delle volte ci permette di soffrire meno, è quello di essere meno esigenti. Se analizziamo bene i motivi del nostro scontento, le ragioni vere non sono nelle cose stesse, ma nel fatto che esse non rispondono alle nostre aspettative e, se analizziamo bene queste aspettative, scopriremo che non sono nemmeno nostre, ma sono solo costruzioni mentali, che ci derivano in buona parte dall’esterno, dalla società, dove, al centro, non c’è la felicità dell’uomo, ma solo interessi economici e consumistici. Infine, il sistema migliore per purificarci dall’egoismo, che il più delle volte è la principale causa della nostra sofferenza, penso sia quello di coltivare la gratitudine per tutte le cose belle che abbiamo intorno e che diamo per scontate. Sono tante e alcune sono diverse per ciascuno di noi, ma ne indico una che è per tutti ed è il cielo, riportando questo suggestivo passaggio di Ruskin tratto da "Lo sviluppo transpersonale" di R. Assagioli: "Strano come la gente conosca poco il cielo. Esso è la parte del creato in cui la natura ha espresso meglio che altrove il suo evidente proposito di ricreare l’uomo, di parlare al suo spirito, di educarlo. Ed è appunto la parte educativa che conosciamo meno. Qualunque persona, dovunque situata e comunque lontana da ogni altra fonte di attrazione o di bellezza, ha questo almeno in ogni momento: il cielo. I più nobili miracoli della terra possono essere visti e conosciuti da pochi, né uno è destinato a vivere in mezzo a essi continuamente; cesserebbe di sentirli se li avesse sempre davanti agli occhi. Ma il cielo è per tutti. Il cielo è eminentemente adatto in tutte le sue funzioni a confortare ed esaltare i cuori, a blandirli e liberarli dalle loro impurità." Cristina

21 gennaio 2012

Il guardiano del faro

Nel volontariato, troppo spesso dimentichiamo che il primo e più urgente dovere è quello di migliorare noi stessi. In uno dei suoi saggi aforismi, Tagore diceva: “Chi è troppo assorto nel fare il bene, non ha tempo per essere buono”. “Ogni anima che si eleva, eleva il mondo” diceva la mistica Elisabetta Leseur. Troppo spesso, invece, ci affaccendiamo solo per aiutare gli altri e se vogliamo analizzare bene i motivi che ci stanno dietro, scopriamo a volte che dietro l’oro che luccica ci sono solo presunzione, vanità e un vago desiderio di acquietarci la coscienza. Ma anche quando le nostre motivazioni sono pure, si possono commettere lo stesso degli errori, per una concezione troppo rigida ed esteriore del dovere. “Evitiamo – diceva Maurice Maeterlink – di agire come il guardiano del faro di cui parla la leggenda, il quale distribuiva ai poveri delle vicine capanne l’olio delle lampade che dovevano rischiarare l’oceano. Ogni anima, nel suo centro, è la guardiana di un faro più o meno necessario. La madre più umile, che si lascia rattristare, assorbire, annientare tutta dai suoi ristretti doveri di madre, dà il suo olio ai poveri e i suoi figli soffriranno durante tutta la vita per il fatto che l’anima della loro madre non sia stata tanto chiara quanto avrebbe potuto esserlo. La forza immateriale che riluce nel nostro cuore deve risplendere anzitutto per se stessa. Solo in tal modo essa potrà risplendere per gli altri. Per quanto sia piccola la vostra lampada, non date mai l’olio che l’alimenta, ma la fiamma che la incorona.” Ho avuto più di una occasione per ricordare la saggezza di questo monito soprattutto alle donne, che spesso si assumono compiti, in famiglia e sul lavoro, che vanno oltre le loro forze fisiche e morali e dopo un po’ stremate non hanno più nulla da dare, se non la loro stanchezza. Cristina

20 gennaio 2012

Ah sì?

Il nostro tempo è caratterizzato da una grande entropia. Si agitano tutti come mulini a vento per niente e quando invece c’è qualche problema serio da affrontare, si fa di tutto tranne quello che sarebbe più opportuno o sensato fare. Ci si arrovella inutilmente sul futuro e ci si dimentica di vivere il presente. A questo proposito, c’è una storiella zen, che mi mette sempre di buonumore e che nella sua semplicità contiene una profonda saggezza.
"Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin. I genitori furibondi andarono dal maestro. "Ah sì? " disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce. La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: "Ah sì?". Cristina

Sotto la presa dell'amore

Nella malattia o accanto alla malattia, ci può capitare di vivere nello spazio angusto di una stanza di ospedale o di un ospizio, termine che l’evoluzione linguistica ha reso meno inquietante con parole come “centro residenziale” oppure “struttura”; resta il fatto, comunque, che in quegli spazi ristretti possiamo sentire un senso di angoscia e di oppressione. Un limite questo che solo gli innamorati sembrano non conoscere. Negli anni ’60, Gino Paoli cantava “Il cielo in una stanza” e diceva che quando lei era vicino a lui quella stanza non aveva più le pareti, ma solo alberi infiniti, e il soffitto non esisteva più e al suo posto vedeva, in alto, il cielo. Un altro innamorato, questa volta però di Dio, il mistico Carlo Carretto, scriveva: "Avevo fatto del treno il "luogo " della mia preghiera. Facevo il pendolare per motivi di lavoro e tu sai cos'è un vagone ferroviario che parte e arriva in città, al mattino e alla sera, stracarico di operai e studenti. Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigia-pigia. Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla. Leggevo il Vangelo. Chiudevo gli occhi. Ascoltavo Dio. Che dolcezza, che pace, che silenzio! La potenza dell’amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza […] Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre. Sotto la presa dell'amore ero in pace. Sì, doveva essere proprio l'amore a creare unità in me. Difatti gli innamorati che si trovano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia, senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno. Io bisbigliavo col mio Dio." Cristina

19 gennaio 2012

Nell'eterno azzurro

“L’igiene fisica – scriveva Roberto Assagioli, negli anni ’70 - ha fatto negli ultimi 50 anni grandi progressi: i grossolani errori di un tempo sono evitati, i corpi sono sempre più esposti agli influssi benefici degli elementi naturali e nutriti con cibi più adatti. Per quanto riguarda, invece, l’igiene psichica, siamo ancora a 50 e più anni fa. In questo campo regnano ancora grande ignoranza, incoscienza, leggerezza, si manca di ogni elementare cautela. Chi prenderebbe cibi senza curarsi se siano o meno sani? Chi ingerirebbe dei farmaci scegliendoli solo in base al loro sapore più o meno gradito senza curarsi della loro composizione e dei loro effetti? Eppure facciamo continuamente proprio questo con quelle medicine e quei veleni psichici che sono le compagnie, gli spettacoli, le letture e così via. […] E’ quindi norma fondamentale di sana vita psichica l’evitare il più possibile gli influssi nocivi dell’ambiente.” Assagioli fu un grande psichiatra del ‘900 stranamente non tanto ricordato in Italia, dove visse buona parte della sua vita. Il tema che ho riportato è di fondamentale importanza per chi, come noi, sta accanto al disagio, alla malattia e alla morte, ma penso che sia ugualmente importante per tutti, perché è praticamente impossibile, e non sarebbe nemmeno raccomandabile, estraniarsi dalla vita. Così, quando i nostri doveri ci obbligano ad esporci alle infezioni psichiche della vita moderna, dovremmo stare ben vigili e purificarci, lavando e disinfettando spesso la psiche, come fanno i dottori e le infermiere, che lavorano in corsia fra i malati, ma si salvaguardano con opportune cautele e disinfezioni. Assagioli spiega che ci sono modi facili ed efficaci per farlo e uno, che ho sperimentato più volte io stessa, è l’uso di motti, frasi e brani suggestivi. “L’esercizio di suggestione consiste nel ripetere a se stessi, o nell’ascoltare da altri, delle parole o frasi esprimenti le suggestioni adatte allo scopo. Possiamo lasciarci penetrare da quelle frasi anche per via visiva. Possiamo cioè scriverle e poi osservarle in uno stato di rilassamento, di calma, di raccoglimento, di ricettività dell’inconscio, sì che il loro significato possa penetrare ed operare profondamente in noi.” La mia casa e le pareti del mio ufficio sono piene di queste frasi e parole, che ogni tanto, però, vanno cambiate, perché perdono il loro effetto; poi, trascorso un periodo di tempo, si possono riutilizzare. Ne cito solo una - la mia preferita - che evoca la pace, la solenne quartina dell’Amiel: “Nell’eterno azzurro dell’insondabile spazio si avvolge di pace il mondo agitato. Uomo avvolgi così i tuoi giorni – sogno che passa – del cielo sereno della tua eternità.” Cristina

La materia

“Così ho scoperto il gusto del lavar la biancheria sporca. Non avendo la corrente elettrica non ho la lavatrice e debbo farlo a mano. Ma forse proprio questa manualità stabilisce tramiti più diretti tra me e le cose. […] Certo per coglier la bellezza delle cose e dei processi che le modificano, le rigenerano e le pongono al nostro servizio, occorre un occhio attento e amoroso; e una grande riserva di stupore. Ma se riusciamo a ricreare questa verginità di sguardo, allora ogni lavoro ha il suo sapore, il suo gusto, la sua materia da plasmare con la mente, la fantasia, le mani.” (da Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri). Quante volte, guardando la vita degli altri, l’abbiamo commiserata o invidiata, giudicandola superficialmente, secondo la ristrettezza delle nostre categorie mentali. Poi, svolgendo un servizio o semplicemente stando vicino a persone malate o addirittura morenti, ci siamo sorpresi, scoprendo che le persone non soffrono o non sono felici secondo condizioni prestabilite, ma in modo misterioso. Anni fa, ebbi un incidente in macchina e mi ruppi una gamba. In ospedale, dividevo la stanza con una signora molto anziana, che era stata completamente ingessata e rimpiangeva la sua vita piena e felice di casalinga, ricordando come le piacesse pulire la casa e fare tutti quei lavori che la mia generazione è stata ben contenta di non fare, preferendo la carriera professionale. Adesso, che sono praticamente agli arresti domiciliari, per la malattia di mia madre, scopro la bellezza di alcuni lavori, che non ho quasi mai fatto o fatto solo occasionalmente: cucinare, pulire, stirare, fare la spesa. Come dice Adriana Zarri, scrittrice, giornalista e teologa, che visse buona parte della sua vita in disparte, quello che è sbagliato, spesso, è il rapporto che abbiamo con le cose, non il lavoro stesso, perché ogni lavoro può essere bello, se guardato con “occhio attento e amoroso”. E’ il contatto con la materia, della quale siamo impastati, e che per troppo tempo abbiamo disprezzato. Cristina

18 gennaio 2012

In famiglia

Sono più che convinta che l’uomo sia nato per vivere in relazione, ma gli unici legami in cui credo sono quelli che hanno una base culturale o di pensiero comune, mentre non credo molto ai legami di sangue, essendo le parentele più che altro casuali. Nonostante questo, è indubbio che ci siano per tutti invece delle responsabilità ben precise o doveri. Questi però hanno il brutto vizio di opprimerci e di ridurre la nostra libertà. Come conciliare allora il sacrosanto diritto alla nostra felicità personale con la responsabilità? Penso che il lungo cammino per diventare adulti non possa che scontrarsi continuamente con questo dilemma, al quale, nel corso della nostra vita, daremo risposte diverse e a seconda di come sapremo affrontarlo proveremo gioia o dolore, senso di schiavitù o di libertà. Ho cominciato a scrivere su questo blog perché svolgevo un servizio di volontariato per EmmauS che adesso, dopo dodici anni, ho dovuto lasciare, per assistere mia madre, che vive con me ed è anziana e ammalata. Per i genitori anziani ci sono diverse possibilità e generalmente si lascia scegliere a loro. Mia madre ha scelto di vivere con uno dei due figli e avendo mio fratello una famiglia numerosa è apparso naturale che venisse a vivere con me, che vivevo da sola. Un anziano che entra in casa cambia sempre la vita delle persone e delle famiglie e la mia è cambiata tanto, ma per certi versi è cambiata in meglio, perché non mi affanno più in mille attività, ma mi concentro, soprattutto negli ultimi tempi, solo su questa, a parte il lavoro, naturalmente, nel quale però ho imparato a delegare e a uscire a orari regolari. Il resto del tempo lo passo per lo più a casa e lo dedico al lavoro domestico, alle letture, ai blog, alle relazioni con gli amici a distanza. Una vita molto diversa da quella che ho sempre fatto, ma ugualmente una vita felice e questo lo devo soprattutto alla comprensione e all’affetto degli amici, quelli di sempre, e quelli nuovi che ho conosciuto sul web, e poi di persona. La mia non è che una delle tante risposte al dilemma che ponevo all’inizio, ma ce ne saranno anche tante altre tra i lettori di questo blog, che mi piacerebbe conoscere. Cristina

31 maggio 2011

ECONOMIA SOLIDALE

Domenica ho trascorso la giornata a Calvatone. Cosa c'è a Calvatone da passarci un'intera giornata? si è chiesto Gianpietro!! A Calvatone c'è una persona: Maurizio Gritta. Una persona "scomoda" a cui sono stati offerti parecchi milioni di euro perchè chiudesse la sua attività. Una persona che con quei soldi avrebbe potuto vivere nell'ozio insieme a tutta la sua famiglia per il resto della sua vita, e che invece continua ad alzarsi prima dell'alba e a lavorare fino al tramonto. Una persona che lotta per le proprie idee, per restituire dignità al lavoro degli agricoltori con cui collabora. Una persona "pericolosa" perchè sta stravolgendo le leggi del mercato. Domenica scorsa come rappresentanti del Gas (gruppo di acquisto solidale) di Alba ci siamo quindi ritrovati a Calvatone, presso la Cooperativa agricola Iris, per il Convegno "I progetti che funzionano dell'economia solidale". Uno degli obiettivi del convegno è stato quello di dare la possibilità alle cooperative di economia solidale di mettersi in rete anche per costruire la propria capacità distributiva, andando lentamente e progressivamente in una direzione di autosviluppo e di indipendenza dai circuiti distributivi tradizionali. E' quello che l'Azienda di Maurizio Gritta fa da diversi anni, distribuendo la sua pasta attraverso "canali alternativi" a tutti i Gas d'Italia e a diverse realtà estere. La Iris produce la sua pasta seguendo una filiera rigorosamente italiana e come missione ha quella di riconoscere all'agricoltore un giusto prezzo che gli garantisca un lavoro dignitoso. Sono belle parole che si sentono in bocca a molti, ma qui in questa Azienda si passa dall'idealismo all'attuazione del progetto tirandosi fuori dal meccanismo della borsa che stabilisce i prezzi delle materie prime. La Iris in questo modo riesce a mantenere costante il prezzo dei suoi prodotti, prodotti che, a parità di qualità, costano meno di quelli della grande distribuzione, pur essendo più caro il costo della filiera. A voi le debite conclusioni.
E' ora di rendersi conto che come consumatori abbiamo un grande potere, e che, ogni volta che facciamo un acquisto, esprimiamo un voto. Se siete ancora di quelli che riempiono il carrello dei supermercati senza porsi domande, è ora che facciate una piccola riflessione. Associatevi al Gas della vostra città, aiutateci a cambiare le regole del mercato. E, visto che siete proprio lì a due passi, andate a fare due chiacchiere con Maurizio: ci penserà lui a convincervi!!
Maria Maddalena

10 aprile 2011

the bear

Sbaglio i tempi e i modi. C’è un orso che non rispetta i limiti: che si fa spazio anche dove spazio non c’è. Dovrei tenerlo al guinzaglio, ma quando viene il momento non distinguo più l’orso dal suo padrone. Dei due, io chi sono? Maria Maddalena ha scritto un haiku molto bello:

Ombra di quercia

Tra risa e schiamazzi

Calma i cuori

e l’orso lo ha respinto, confondendo la metafora con la regola. Le ho inviato un regalo e spero accetterà le mie scuse. Perché lo scrivo su questo blog? La risposta è racchiusa nell’immagine che ho scelto ed in queste parole.

Sapersi vecchio

È l’età che s’invola

L’animo fermo

Conosco le parole chiave: consapevolezza e accettazione. Ma ancora non mi appartengono. Quando mi sarò arreso, anche l’orso che urla attraverso quel muro perderà la sua forza e rimarrà solo l’ombra della quercia. Gianpietro

3 aprile 2011

lo scompartimento

Eravamo in due nello stesso scompartimento del treno. La giornata era fredda e piovosa. Dai finestrini si vedeva scorrere un paesaggio grigio e nelle stazioni i pochi passeggeri erano intabarrati in cappotti e sciarpe. Ma lo scompartimento era confortevolmente riscaldato e il ritmico sferragliare del treno conciliava una quieta beatitudine. Il passeggero che divideva lo scompartimento con me invece era stranamente inquieto. Ad ogni fermata del treno scattava in piedi, correva al finestrino e leggeva ad alta voce il nome della stazione. Poi si sprofondava nel sedile emettendo un sospiro da strappare il cuore. Dopo sette o otto stazioni, preoccupato gli chiesi: "C'è qualcosa che non va? Non ti senti bene?" Con un nuovo desolato sospiro rispose: "Non proprio. E' che sto andando nella direzione sbagliata. Ma si sta così bene e al calduccio, qui...". Maria Maddalena

31 marzo 2011

la macchina della verità

indifferenti

... L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti ...

tiepidi

… Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca ...

ignavi

Questo misero modo
tengon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo

misericordia e giustizia li sdegna:

non ti curar di lor, ma guarda e passa".

Da Gramsci a Dante passando per l’Apocalisse (nell’elenco dei “links utili” trovi il collegamento ai testi completi). Sono alcune citazioni, penso note, che invitano all’impegno individuale e sociale (la citazione del brano dell’apostolo Giovanni appare forzata se si esamina il testo alla lettera, ma diamo per buona l’interpretazione corrente).

Il dibattito è aperto e non ne dò per scontato l’esito. Esiste l’ineluttabilità del destino? C’è una predestinazione che impedisce la modifica di quanto starebbe già scritto nel libro della vita? Ho uno straccio di vita da percorrere: a che pro dannarmi per cambiarla, per imporre agli altri le mie scelte, per impedire che i voleri degli altri mi coinvolgano? Non è meglio cogliere l’attimo, godere di quello che si ha e lasciare che la vita ci scorra addosso senza intaccarci e facendoci soffrire il meno possibile? Seguire il corso della corrente, lasciarsi trasportare, passare inosservati. Ricercare altre vie che non richiedano la “moneta di Cesare”? «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite» scriveva Etty Hillesum, mentre la portavano nel forno crematorio. Anche nella condizione più disperata essere quindi parte attiva, impegnati in ciò in cui si crede al di là dell’assurdità del contesto? Scendere nell'arena politica, issare il vessillo del bene comune, essere genitori anche dei figli degli altri, parteggiare e lottare per imporsi. Credere veramente in un mondo migliore, fatto di gente moralmente onesta. Impegnarsi solo in ciò che può cambiare il mondo o seguire il consiglio di Madre Teresa di Calcutta: "Fai la cosa che ti sta davanti"? Morire da partigiano, o vivere da imboscato?

In attesa di decidere ti guardi attorno e ti accorgi che sei dentro a un sogno, paradossale, nel quale ti credi l’unico sano in un mondo di ciechi. La corda che ti lega a loro ha un nodo troppo stretto per riuscire a scioglierlo e nel sogno inventi una macchina della verità che non può essere manomessa. La inserisci nel cervello di ogni individuo e questa ti segnala quando mentono, agli altri come a se stessi. Sono costretti a dire non quello che si sono imposti essere la verità, ma quello che sanno essere la verità. Per ora la macchina non va oltre. Devi ancora fare molti sogni per perfezionarla, per farli passare dall’ammettere di aver rubato al pentirsi di averlo fatto, fino al promettere di non farlo più. Per ora, ogni mattina, al risveglio, ti rendi conto che il nome di quella macchina è ancora kalasnikov e non riesci a trovarne uno migliore. Gianpietro

27 marzo 2011

un po' di storia

Questo blog nacque a fine 2007 come prosecuzione di un ciclo di “incontri di scrittura formativa”. Volevamo che altri si unissero a quella esperienza, che “l’aver cura della vita emotiva”, l’invito a tradurla in parole, spunti di riflessione, pensieri riportati sulla carta venisse offerto a tutti, senza limiti spazio-temporali. Ci era sembrato che la scelta del web, una delle tante possibili, rispondesse alle aspettative. I post registrati (con il corollario dei commenti) sono stati tuttavia il frutto della collaborazione offerta da pochi, nonostante gli inviti e le sollecitazioni, a dimostrazione che non è lo strumento a determinare il bisogno, e ciò in controtendenza rispetto al mercato che si caratterizza per la capacità di creare le attese anticipandole con i prodotti che le soddisfano. Continuo tuttavia a credere che molte riflessioni presenti nel blog abbiano una loro validità intrinseca e meritino di essere conservate. Un'idea poteva essere quella di trasferirli su un e-book, ma il farlo richiede un impegno che non mi sento di assumere. Ho quindi pensato di “liberalizzare il blog” consentendo che le tematiche trattate non siano più legate ad esperienze di volontariato o a riflessioni inerenti il servizio EmmauS (già molti post se ne scostavano), ma possano toccare tutti i temi di interesse di chi scrive. Manterrò tuttavia un ruolo di filtro onde evitare che vengano pubblicate cose illegali o lesive della privacy, del decoro e del rispetto che caratterizzano il blog. Avrei voluto anche consentire a chiunque di aggiungere post (come già avviene per i commenti), ma la struttura del server non me lo consente. Invitate quindi i vostri amici (anche se non sono volontari EmmauS) a consultare questo blog e proponete loro di registrarsi come autori. E’ un esperimento e non è detto che riesca, ma finché non ci si prova … Gianpietro

23 marzo 2011

GRAN TORINO

Direi che questo è un post provvisorio che poi Gianpietro domani potrà cancellare.
Ho visto solo ora che questa sera su Rete4 alle ore 21 c'è in programmazione il film "Gran Torino". Paolo (amico comune di Gianpietro e mio) lo aveva visto durante un incontro, sul tema della conversione, organizzato per i genitori dalla parrocchia che frequenta. A lui era piaciuto moltissimo e me lo aveva consigliato. Potremmo guardarlo e poi commentarlo insieme; e se non ci sarà piaciuto sapremo con chi lamentarci!! Maria Maddalena

21 marzo 2011

... ed è solo lunedì

Chissà perchè devo ficcarmi sempre in situazioni simili. E' sempre così: sono la persona sbagliata nel posto sbagliato! Sono astemia e allergica alle nocciole e vivo circondata da vigneti nella patria del buon vino e... della nutella. Detesto lo shopping e non mi è mai interessata la moda e mi ritrovo a lavorare circondata da pizzi e merletti, a dover chiacchierare frivolmente con annoiate clienti sui colori di tendenza di questa primavera-estate o su quale sia il tessuto migliore per realizzare il cappottino di Filippo (che non è propriamente il figlio della cliente, quanto piuttosto il suo cane...). E ora questo. Mi trovo a scrivere sul blog creato da Gianpietro... io, che non ho mai amato scrivere, che mi facevo venire le coliche ogni volta che a scuola mi ritrovavo davanti ad una pagina bianca da dover riempire durante un compito in classe; io, che non ho mai svolto servizi di volontariato con persone in difficoltà, e l'unica "assistenza domiciliare" che porto avanti è quella della visita settimanale a mia nonna che, nonostante i suoi 87 anni, riesce sempre a ribaltare la situazione e a far sì che sia lei a fare "assistenza" a me, e non viceversa!! Ho chiesto a Gianpietro: "Cosa posso mai scrivere io nel tuo blog?". Mi ha risposto: "Scrivi quello che vuoi".
Bene. Penso che chiunque stia leggendo questo post abbia ormai capito che sto decisamente abbassando il livello delle erudite conversazioni che si sono susseguite negli anni passati. Non posso e non sono in grado di far altro che scrivere semplicemente qualcosa che riguarda il mio vissuto. Iniziamo allora dalla figuraccia che mi sono fatta questa mattina con una cliente. Entra in negozio una signora che non avevo mai visto prima. Non risponde al mio saluto ("Iniziamo bene", mi dico). Mi si avvicina un po' intimidita, con gli occhi bassi, e con i suoni gutturali propri dei sordomuti mi dice di aver bisogno di far riparare un abito. Ecco perchè non aveva risposto al mio saluto, non mi aveva sentita. Fortunatamente anni fa ho avuto modo di frequentare alcune persone sordomute e quindi non ho difficoltà a capirla e a farmi capire. La cliente lo intuisce presto e ne approfitta per lasciarsi andare a far quattro chiacchiere (mi ha raccontato una buona metà della sua vita!). Quando finalmente siamo riuscite a tornare al motivo della sua visita e a terminare la prova dell'abito, con estrema naturalezza le ho chiesto (come faccio con tutte le clienti) il numero di telefono in caso avessi avuto bisogno di contattarla. Lei spalanca gli occhi e mi dice: "Ma se tanto non sento!" ... sono letteralmente sprofondata sotto il bancone ("... ed è solo lunedì", mi son detta). Quando sono riuscita a trovare il coraggio di risollevare lo sguardo per scusarmi della mancanza di sensibilità dimostrata, mi sono ritrovata davanti alla cliente che sorridendo divertita mi stava dicendo: "La telefonata non la sento ma i messaggi li leggo. Le lascio il mio numero di cellulare". Probabilmente la nostra conversazione si era svolta con tanta naturalezza da avermi indotta a dimenticare di trovarmi di fronte ad una persona, come va di moda dire oggi, "diversamente abile". E sembra che lei abbia apprezzato quella che a me, in un primo momento, è sembrata solo una mancanza di sensibilità nei suoi confronti. Maria Maddalena

7 marzo 2010

La cassetta degli attrezzi

Se hai letto il post che precede questo (Cronologico vs Tematico), dimenticalo. Cancellalo dalla memoria e se lo hai messo nella "cassetta degli attrezzi", vedi di liberartene il più rapidamente possibile. Ho fatto la mia prima intervista ed è stata una rivoluzione copernicana. Mi verrebbe voglia di dire: fermate il mondo che voglio scendere. Nel post avevo parlato di “peccato di presunzione”: non ho avuto il tempo di commetterlo. Verrò rimproverato di non aver saputo gestire la situazione, ma il primo contatto, che nelle intenzioni doveva essere di sola presentazione, si è concluso con 90 minuti di registrazione e 11 cartelle di sbobinatura. Stimolatori? al più sacchetti di sabbia per arginare il flusso! Scelta dei temi? vari livelli di approfondimento? Ma quando mai! Probabilmente ho fallito l’approccio, ma ne sono ugualmente contento. Non è la mia storia che devo scrivere e allora perché imbrigliare il costante fluire dei suoi ricordi? Se al prossimo incontro vedrò che tenderà a ripetersi (oggi non lo ha fatto, quasi mai) cercherò di indirizzarlo. Nel riascoltare la registrazione, le poche volte che la mia voce si sovrapponeva alla sua mi procurava un moto di fastidio. Avrei voluto dirmi: “Ma non vedi che sei di troppo, che ti stai intromettendo nella sua storia? Lascia le briglia sciolte. Cavoli tuoi, dopo, riorganizzare il tutto, ma ora taci e ascolta.” E la tua “confessione” come è andata? Gianpietro

3 marzo 2010

Cronologico vs Tematico

Istintivamente, tra i due metodi suggeriti per la conduzione dell'intervista, sarei orientato a scegliere il secondo, quello tematico. Esso è sicuramente il più intrigante, ma anche il più difficile da gestire, sia perché non conosco in partenza quali possono essere stati i temi che hanno impregnato di senso l’esistenza del mio intervistato, sia per la obiettiva difficoltà ad incasellarli entro le rigide griglie temporali già definite. Metodo cronologico, allora? Non so. Mi piacerebbe deciderlo solo cinque minuti dopo avere appoggiato sul tavolo la bottiglia di Sangiovese, ed avere ascoltato con lo sguardo il racconto dei mobili e delle suppellettili. Ma Savino dice che dobbiamo scegliere adesso e quindi, senza dover ricorrere al lancio della moneta, ho deciso che cercherò di organizzare il lavoro leggendo i tempi dell’esistenza in base ai “punti di svolta”, alle “figure cruciali, ai maestri”. In questo modo conto di aiutare l'intervistato a ripercorrere il cammino della vita attraverso l’evolversi nel tempo dei suoi aspetti più significativi. Il mio peccato di presunzione sarà quello di attribuire una scala di significatività, forzatamente soggettiva, anche se mi riserverò uno spazio sufficiente per inglobare una sua, eventuale, richiesta per un tema da me non considerato. Metodo tematico quindi e questo potrebbe esserne il "canovaccio".

In avvio parleremo di famiglia, poichè mi sembra il tema più semplice ed immediato. Analizzeremo le relazioni familiari così come si sono sviluppate nel tempo; quali i legami più significativi e perché; quali le problematiche di relazione; quali i sogni realizzati e quelli ancora nel cassetto. Tratteremo poi il tema del lavoro, la sua progressione fino al momento attuale; quali i momenti di svolta, le scelte fatte e le occasioni perdute, le relazioni instaurate dentro e fuori gli ambienti di lavoro. Questo nel primo incontro.

Il secondo verrà dedicato all’imparare ed al tempo libero. Entreremo nel campo della cultura, degli hobbies, dei giochi e delle passioni sportive. La musica, la letteratura, la poesia, il teatro, il cinema, l’arte, le collezioni, i viaggi … serviranno da spunto per fare riaffiorare i ricordi e suscitare emozioni.

Nel terzo incontro, il più importante, vedrò di condurre l’intervistato sul terreno degli affetti. Partirò dall’amicizia, da come questo sentimento è evoluto negli anni, passando dai giochi dell’infanzia ai legami “per la vita” dell’adolescenza; dal cameratismo del periodo di guerra (e qui potrebbe aprirsi un filone incontrollabile – il mio intervistato è del 1922), alle relazioni con i vicino di casa ed i compagni di svago (bar, vacanza, stadio …) fino ad esaminare cosa è rimasto nel momento attuale. In parallelo (sarà difficile scindere temporalmente i due momenti) analizzeremo il tema dell’amore valutando quali e quante siano state le chiavi di lettura e di applicazione pratica di questo sentimento. Più che una scansione cronologica delle situazioni affettive, punterò ad una analisi introspettiva del tema. Dalla sua dimensione minima, fino alla sua espressione massima (dalla natura, agli animali; dalle singole persone, all’umanità nel suo insieme; dal sé, all’oltre il sé). Sarà, probabilmente, una chiacchierata molto a ruota libera, ma che recupererò e renderò organica in sede di stesura del testo.

Il quarto incontro sarà riservato ad approfondimenti degli aspetti trascurati nelle precedenti occasioni e ad inserire nuove tematiche proposte (se con valide motivazioni) dall’intervistato. Se ci sarà spazio (tempo e volontà), mi piacerebbe affrontare i temi della dimensione spirituale (metafisica in senso lato) e di quella sociale (politica, anch’essa intesa in senso lato). Su questi ultimi due temi credo che sarà gioco lasciare all’intervistato ampia discrezionalità di indirizzo. Mi immagino infatti una trattazione ricca di componenti filosofiche dalle quali emerga il "filo rosso" che, nel corso della sua esistenza, ha intrecciato entrambi i percorsi.

Credo che il metodo tematico, tra le diverse tipologie di scrittura, favorisca l’esplorazione interiore dando così forma ad una scrittura biografica di tipo katagocico e questo risultato mi vedrebbe soddisfatto.

Questo è quanto, e che Duccio me la mandi buona! Gianpietro

26 febbraio 2010

Raccogliere una storia

Sere fa, al corso sulla "Locanda della memoria", ho colto questa espressione: "raccogliere la storia di un anziano" e, istintivamente, l'ho associata ad una immagine di precarietà e di instabilità. Analogamente, l'immagine dell'anziano, che, con disinvoltura, classifichiamo nella fascia di coloro che sono "a rischio esclusione", provoca in me profonda tristezza e disorientamento. Mi viene allora da pensare a quanto c'è di vero nell'affermazione che "l'umanità è sopravvalutata" (e non certo nell'accezione attribuita dallo squilibrato che l'adotta come alibi per compiere una strage dentro una scuola), se basta un nulla (nel fluire dell'universo) per trasformare una esistenza attiva in un relitto bisognoso di essere rimorchiato. Gli anni scorrono, i congiunti ci lasciano e, senza occupazione, la vecchiaia è fatta di tante attese tra un vuoto ed il successivo. La società si accorge di te solo per spostarti di una casella nello stilare le proprie statistiche. Non più popolazione attiva, ma soggetto a rischio esclusione. E se vorrai sopravvivere a te stesso hai bisogno di qualcuno che "raccolga" la storia che ti stai lasciando alle spalle. Spera allora di averlo già fatto, di essere stato capace di scriverla da solo quella storia, perchè non è detto che troverai una penna pronta a farlo al tuo posto, nè una voce che ne legga alcuni brani davanti alla tua bara. Gianpietro

21 febbraio 2010

Diritti e doveri

Quando ho accettato di scrivere l’autobiografia di un anziano avevo in mente la costruzione di una storia attorno a singoli episodi di vita appena abbozzati. Spunti buoni per sviluppare un intreccio, magari infarcito di una qualche velleità letteraria. Le lezioni di Savino e, soprattutto, le prime simulazioni d’aula mi portano a contenere lo slancio iniziale, ridimensionando le aspettative personali. L’intervistato ha tutti i diritti, mentre all’intervistatore restano solo i doveri, ci dice Savino, e ciò si comprende e lo si può accettare solo modificando l’obiettivo. Dallo “scrivere una storia” si deve passare al “trascrivere un’autobiografia”. Non più creatori, seppure guidati, ma amanuensi, non importa quanto informatizzati. Se non fossimo partiti per quest’avventura con l’immagine del cofanetto, tutto sarebbe ora più facile. Meglio, comunque, una brusca frenata adesso, che la delusione domani verso un prodotto che sentiremo non appartenerci. Mi è stato negato anche il diritto al rifiuto, prerogativa che, tuttavia, dovrò riconoscere al mio intervistato. Lui potrà non rispecchiarsi in ciò che mi avrà detto, mentre io non potrò dissociarmi da ciò che lui vorrà che io scriva. Dovendo accettare questa asimmetria, credo che la mia non sarà una storia da pubblicare, ma da lasciare sulla poltrona della casa che mi avrà ospitato. Gianpietro

20 gennaio 2010

Momenti di svolta

Momenti di svolta. Quali sono stati? E quanti? Come devo misurarli? In base al rilievo, al clamore suscitato, alla sorpresa destata negli altri? Oppure soppesando le conseguenze che hanno generato, o quantomeno quelle che ritengo di potere ad essi ricondurre? Nella debita scala, si torna sempre alla teoria del caos. All’abusata metafora del batter d’ali di una farfalla che scatena un terremoto nell’emisfero opposto. L’idea delle conseguenze, sia a breve termine, sia quelle scoperte a distanza di tempo e di luogo, mi stimola e la reputo corretta. E’ in questa accezione che penso di classificare i ricordi, sempre che abbia senso fissare delle priorità. Mi tornano alla mente episodi minimi, parsi poco significativi al momento e riascoltati oggi con sufficienza, se non compatimento (“tutto qui!?”), che io invece colloco, con consapevole sicurezza, all’origine di significativi cambiamenti della mia esistenza. Si tratta certo di una rielaborazione critica del ricordo, di una sua attualizzazione, anch’essa tuttavia figlia della verità dell’oggi. Certamente diversa, meno coinvolta e partecipe di quella di allora, ma forse, proprio per questo, più oggettiva in quanto letta da un osservatore esterno. O non è proprio l’esigenza di dare soddisfazione ai bisogni di questo osservatore esterno che, nella ricerca di una motivazione (il “capro espiatorio” di Pennac), sono indotto ad aggrapparmi a ciò che meglio mi giustifica, sollevandomi magari dal condurre una ricerca più approfondita e, quasi certamente, più dolorosa? Non ho una risposta. Ho però dei ricordi. Molti sono vividi e capaci di ridestare intense emozioni. Altri sono stati oggetto di rielaborazioni che oltre a farli rivivere, temo li abbiano adattati. Non scopro nulla se dico che certi profumi, certe situazioni, certi sguardi, riprodotti oggi, hanno un’intensità mille volte maggiore di quella sviluppata allora. Alcuni eventi, nel momento in cui accadevano, neppure ero in grado di registrarli, di coglierne la rilevanza e, ancor meno, prevederne gli sviluppi. Solo a distanza e come risultato di un processo di ricongiunzione ho acquisito la consapevolezza del legame esistente tra evento e modificazioni intervenute. Esercizio anche facile, come capita con la rilettura, a posteriori, delle profezie. Altri, forse i più, hanno marcato profondamente ed in modo consapevole l’animo nell’attimo stesso in cui hanno preso vita. Taluni erano forti solo al momento, mentre sarebbero risultati ininfluenti il giorno appresso, o in un differente contesto. Tralascio l’analisi dell’ambiente, delle circostanze e delle influenze esterne. Esercizio troppo soggettivo ed autoassolvente. Spesso l’incidenza dell’individuo è modesta rispetto alle cause naturali, alle volontà di terzi, o all’ineluttabilità del caso. Credo invece necessario distinguere l’ambito nel quale hanno giocato il proprio ruolo. Alcuni momenti hanno comportato adattamenti al processo di vita materiale, orientandomi verso determinate scelte a scapito di altre. Alcuni hanno invece inciso solamente a livello di coscienza, stati d’animo che hanno modificato la percezione del “sé” senza incidere, pur non potendolo escludere, sul corso materiale dell’esistenza e sul dipanarsi dei rapporti interpersonali. Altri, infine, hanno influito, per certo, nell’uno, come nell’altro campo. Sono tanti i momenti di svolta, da indurmi a dire che …

Il ricordo è

somma che dà sostanza

a ciò che siamo
Gianpietro

24 dicembre 2009

La fede

Come molte persone della mia generazione, ho ricevuto un’educazione cattolica deviante, centrata più sull’agire dell’uomo, che non sulla grazia dello spirito. Solo lontano dalla Chiesa o, in tempi più recenti, con una vicinanza un po’ defilata, ho potuto intraprendere un cammino personale di ricerca e di studio che, partendo da me stessa e dalla mia dimensione psichica e spirituale, maturasse la consapevolezza di una realtà che, comunque la si voglia chiamare, non finisce con l’uomo. Questo non mi ha comunque impedito di conoscere figure luminose del pensiero cristiano, che mi sono state di grande aiuto, ma si è trattato per lo più di voci un po’ fuori dal coro, rispetto a quella che è la gerarchia della chiesa cattolica. Sento talvolta fare delle distinzioni tra associazioni di volontariato laiche e religiose: se c’è una differenza e ci sarà sicuramente, questa non riguarda, a mio avviso, il ruolo di chi svolge un’attività di volontariato. La scelta personale credo debba stare molto più a monte ed è certamente libera e laica. Nella storia del servizio, ci sono stati - e tuttora persistono - modelli diversi, a cui si può fare riferimento. Quello più vecchio è senza dubbio quello tradizionale cattolico di aiutare gli altri, in vista di una ricompensa futura, nella vita ultraterrena. Non credo che una simile motivazione potrebbe sostenerci a lungo, considerando che, per quanto grande possa essere la nostra fede, non potremmo mettere quella che è comunque un’ipotesi a fondamento della nostra vita. Un altro modello, che risale all’ottocento, ma è un po’ duro a morire, è quello del benefattore, che aiuta gli altri, perché pensa di avere di più degli altri, ma soprattutto crede di meritare di più degli altri, perché quello che ha è frutto del suo lavoro o della sua intelligenza o del lavoro della sua famiglia e, molto spesso, il benefattore, proprio per questo motivo, contribuisce a mantenere nella società quella ingiustizia che crea il disagio, che poi lui vorrebbe attenuare con un atto di generosità. Ne sono un esempio tutti quelli che ritengono giusto accogliere gli stranieri, perché fanno un lavoro che noi non vogliamo più fare. Ma se crediamo nell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, perché uno dovrebbe mai fare un lavoro che altri non vogliono fare? La politica ha invece contribuito a creare un modello diverso, che è quello dell’operatore sociale, posizione profondamente sbagliata anche questa, perché non riconosce la dignità dell’altro a decidere per la sua vita, ma stabilisce lui quello che deve andare bene per un'altra persona: usa termini come “caso”, "aprire un caso" o “prendere in carico”, tutti indicativi del fatto che l’altro è il disgraziato, lo sfortunato. Inutile dire che tutti questi modelli, anche se superati, si intersecano ancora oggi e spesso ci inducono in errore: occorre dunque fare chiarezza, perché, anche se ognuno di noi cerca di fare il bene ed è in assoluta buona fede, è molto facile cadere in contraddizione. La conclusione, a cui mi ha portato la riflessione su questo argomento, è che alla base c’è una scelta libera dell’uomo e che non riguarda solo il servizio o aiutare gli altri, ma è quella che Einstein ha definito il fattore più importante nel dar forma alla nostra esistenza umana, che è quello di fissare una meta, laddove la meta è “una società di esseri umani liberi e felici che si prodighino con costante sforzo interiore per liberarsi dal retaggio degli istinti antisociali e distruttivi”. Sulla base di questa scelta, che dovrebbe orientare tutta la nostra vita, è facile allora capire che il fondamento, che sta alla base dell’aiutare gli altri, non è un criterio di carità o di fede, ma un criterio più ampio di giustizia, che considera il diritto di cittadinanza di tutti gli uomini a vivere in pace, a stare bene e a non soffrire. Cristina

22 dicembre 2009

Ancora sulla verità

L’ultimo post di Cristina “Quale verità?”, oltre a generare una nutrita ed inusuale serie di commenti, mi ha indotto a riesumare un vecchio quesito sulla “verità” (oggettiva o soggettiva che sia) e che mi vede tuttora indeciso sulla risposta da dare. Il tema è delicato e può interessare tantissime situazioni (da quelle politiche a quelle mediche; da quelle assistenziali a quelle educative ….). L’immagine dell’attore Raymond Burr (il mitico avvocato Perry Mason) mi aiuta a delimitare il campo entro confini facilmente descrivibili. Ed ecco la domanda: “Se l’obiettivo della giustizia è la ricerca della verità e, di conseguenza, l’attribuzione delle responsabilità, come può un avvocato sostenere il falso, sapendo di farlo?”. Esemplificando: se difendo A e questi mi confessa di essere colpevole, in virtù di quale principio mi adopero per farlo assolvere, mettendo in dubbio le prove, le testimonianze, fino ad indirizzare i sospetti verso terze persone che so non colpevoli? E non ditemi che tutti gli avvocati sono in buona fede convinti dell’innocenza dei propri assistiti. Gianpietro

10 dicembre 2009

Quale verità?

Anni fa, in occasione di un incontro con un medico palliativista, che seguiva la formazione dei volontari, dedicati all’assistenza degli ammalati in fase cronica e irreversibile, a proposito di una sua affermazione sulla opportunità, da parte del medico, di dire la verità al malato, gli venne chiesto come doveva essere annunciata una notizia dolorosa e, soprattutto, fino a che punto doveva essere la verità. Rispose che la verità doveva essere quella che l’altro era in grado di sopportare. Verità, dunque, non fondata su un principio assunto (il nostro) e unico (scientifico), ma verità relazionale, rapportata ad un contesto più ampio della realtà, che è quello della dimensione psichica e spirituale del malato. Questo non significa certamente dire all’altro una verità non autentica, ma una verità che tenga conto dell’altro e non solo di noi stessi o di un ambito specifico, come sarebbe quello del solo quadro clinico. Questo concetto più ampio della verità relazionale mi torna spesso in mente nel rapporto con la persona da cui vado per il servizio EmmauS. Le indicazioni ricevute all’inizio di non interferire mai in una situazione familiare spesso complessa, di cui non disponiamo adeguate informazioni, non sono più sufficienti a supportare una relazione che dura da dieci anni. Il rapporto che ho adesso riflette pertanto la tensione tra un necessario distacco da una situazione che mi coinvolge limitatamente al tempo esiguo che le dedico ed un coinvolgimento emotivo e affettivo, che è pur necessario per mantenere viva una relazione, affinché questa cresca e sia produttiva per entrambi. Cristina

13 ottobre 2009

La responsabilità esistenziale

Quello che più preoccupava i partecipanti al corso di formazione per malati terminali, a cui partecipavo anch’io, era che il malato ci domandasse, ad un certo punto, se vedevamo, nella sua situazione, una buona ragione per vivere. Sarebbe stata una domanda alla quale non avremmo saputo cosa rispondere, perché noi certamente non ne vedevamo nessuna. Sorprendentemente, invece, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale con gli ammalati, la buona ragione me l’hanno sempre data loro. Noi, che non abbiamo ancora avuto esperienza di una situazione così grave, in cui i problemi e la loro relativa sofferenza non possano essere ridotti o eliminati, parliamo molto più facilmente di vuoto esistenziale, condizione che equivale già di per sé alla morte, almeno in senso spirituale. Gli ammalati, che ho assistito, mi hanno sempre fornito loro stessi una ragione per vivere: quando erano in una situazione non ancora così grave, c’era sempre un nipote o dei figli che avrebbero voluto veder crescere, una persona che amavano, che non volevano lasciar sola, o la loro bella casa, arredata con tanto amore, o i loro amati libri o studi: non è mai successo che qualcuno non avesse proprio nessuno o nessuna cosa per cui voler vivere. Anche quando la morte è ormai certa, gli ammalati che ho conosciuto hanno sempre trovato il modo di dare un significato alla loro esistenza. Ho avuto la possibilità di verificare questo, anche recentemente, con la mia referente di EmmauS: fino al giorno prima di morire, era preoccupata perché non era ancora riuscita a consegnare il numero delle ore di servizio svolte dai suoi volontari; la sua preoccupazione era anche costantemente rivolta al marito, che non voleva si preoccupasse per lei e per questo, sempre sorridendo, gli faceva capire che la sua fede era profonda in quel momento più che mai. Su questo tema del senso della vita, anche e soprattutto nel momento della sofferenza, ho trovato molto interessanti gli studi di Viktor E. Frankl, lo psichiatra fondatore della logoterapia, che partendo proprio dall’esperienza più dolorosa della sua vita, quella del lager e della perdita della sua famiglia, ha ricostruito la sua esistenza e messo a punto una terapia efficace per la cura del disagio esistenziale che porta al suicidio. Frankl parla di una dimensione orizzontale dell’homo sapiens (o abilis), l’uomo che è abile negli affari, in amore, in tutto e oscilla, nella sua vita, dal successo all’insuccesso; c’è invece una dimensione verticale, che è quella dell’homo patiens, l’uomo sofferente che ha, ai due estremi, invece, la disperazione e la realizzazione. E’ molto importante questa teoria, per capire come l’homo sapiens (abilis) possa trovarsi in una condizione di successo, ma di vuoto esistenziale e, perciò, di disperazione e, viceversa, l’homo patiens in una situazione di insuccesso, ma di realizzazione di senso della vita. In ultima analisi, Frankl dice che vivere non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone a ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora: l’uomo ha una piena realizzazione di se stesso quando smette di stare lì ad attendere quello che la vita può dare, ma capisce che quello che importa è invece soltanto quello che la vita si attende “da lui”. Cristina