23 settembre 2008

Un tu che mi viene incontro

Mi era stata chiesta la disponibilità per un servizio straordinario all’hospice, in occasione di un evento speciale. La giornata era stata molto intensa, per il grande afflusso di gente e la sera, per la stanchezza, avevo dovuto chiedere ad un carissimo amico di rinviare l’appuntamento che avevo con lui. Mi rispose con un messaggio durissimo, e da allora non ha più voluto vedermi. L’amico importante, buono, paziente, che sapeva ascoltare, capire, condividere i miei interessi, si è rivelato un despota inflessibile. Nel libro che lo rese famoso, “Ich und Du”, che l’italiano traduce, in modo abbastanza incomprensibile, con “Il sistema dialogico”, Martin Buber sostiene che l’uomo nasce nella relazione, ma che di questa ne esistono due tipi, che corrispondono a due parole e due atteggiamenti diversi. La prima è la relazione Io-Esso, ed è l’esperienza con un oggetto, che si può possedere, e del quale si conoscono esattamente la forma e le caratteristiche. Questa relazione ci dà la stabilità, la sicurezza, ma è un’esperienza frammentaria: se mi concentro su un oggetto, per esempio il bicchiere sul tavolo, non ho la visione dell’intera stanza. La seconda relazione è Io-Tu, ed ogni incontro con il Tu è un incontro totale, ma questa relazione non ha stabilità, infatti ne facciamo altre. Le due relazioni non sono organizzabili, si intersecano, scolorano di continuo l’una nell’altra: da una dipende la stabilità, dall’altra la felicità. Nella relazione Io-Esso, il mistero è fonte di angoscia, nella relazione Io-Tu, il mistero è fonte di gioia. Io penso che oggi siamo tutti meno disponibili a questa relazione con un Tu che ci viene incontro, e questo lo si percepisce soprattutto nella paura che abbiamo degli stranieri, che ci danno angoscia, perché non riusciamo a prevederne il comportamento: siamo tutti profondamente insicuri, e preferiamo la sicurezza di un rapporto che, alla fine, diventa una prigione. Cristina

22 settembre 2008

neanche un lembo di pelle

Avevo dieci anni e tutte le mattine venivo in treno da Bagnolo alle scuole medie di Reggio in via Malta. Passando per piazza Prampolini entravo spesso in Duomo e mi ricordo che quell’inverno c’era sempre una vecchietta accovacciata accanto alla porta che chiedeva l’elemosina. Non avevo soldi con me, però ogni volta ci guardavamo sorridendo. Una mattina mi fa segno di avvicinarmi e mi chiede di andare nel bar e prenderle un bicchiere di latte caldo. Rovista nella scodella che ha accanto ai piedi e mi allunga le poche monete che servono. Mentre attraverso la piazza ho l’impressione che da dietro alle vetrate, non solo del bar, ma di tutte le case intorno, migliaia di facce mi stiano osservando incuriosite. “Un bicchiere di latte caldo per quella signora là. Grazie” ed indico il sagrato della chiesa. “E’ per tua nonna, bambino?”, “Mia nonna? Oh no!”, poi mentre esco, mi volto e dico a tutti i presenti: “E’ solo una mia zia”.

Una sera di circa quarant’anni fa, terminato un corso di informatica, camminavo per le vie di Roma in attesa di trovare un buon ristorante. Ad un tratto vedo un giovane in carrozzina che, agendo sui cerchioni fissati all’esterno delle ruote, sembra procedere a fatica lungo la strada in leggera pendenza. Lo seguo per un tratto osservandone l’aspetto trasandato, i capelli lunghi, la barba incolta ed i lineamenti spigolosi, marcati da chiari segni di sporcizia sul viso e sulle braccia scoperte. Le mani calzano dei mezzi guanti sbrindellati e lerci. Fissati alla carrozzina diversi pacchi che sembrano sul punto di scivolare tra le ruote. L’apparenza è di un ragazzo forte e alto, che io leggo come un disabile diseredato e che potrei aiutare, quantomeno a superare quel tratto di strada. Ci penso a lungo, poi lo avvicino e prendo saldamente i manubri della carrozzina borbottando qualcosa come: “Scusi, posso aiutarla?”. Lui si divincola senza voltarsi neppure, dà uno strappo alle ruote e si stacca, allontanandosi imprecando. Avverto vampate di caldo al viso ed un tremore per tutto il corpo. Lo raggiungo e lo affianco: “Guardi che volevo solo darle una mano, nient’altro”. Agitando minaccioso le mani guantate mi snocciola una serie di epiteti e si allontana con energiche bracciate, sempre inveendo. Pieno di vergogna e di rabbia mi guardo attorno, ma l’indifferenza è totale. Una bottiglia di ottimo vino ed una cena che ne bastava per due, non sono valsi a riassorbire un malessere che mi sono tenuto dentro per diverso tempo.

Ho raccontato questi due episodi pensando allo stereotipo del bisognoso, che noi vorremmo anonimo, immediatamente identificabile, ma che di se stesso non mostra neanche un lembo di pelle, solo la richiesta di aiuto, in modo evidente, tanto ostentata quanto impersonale. Ma così è troppo facile.

Gianpietro

21 settembre 2008

Il mendicante

Tempo fa, un'amica mi raccontò che un giorno, mentre passeggiava con il marito, in una via del centro storico di Roma, vide un signore molto distinto, con tanto di sciarpa e cappotto di cammello, andare loro incontro e, tendendo la mano, chiedere l'elemosina. Stupito, il marito incominciò a chiedergli come mai, per quali circostanze, cause o imprevisti, si trovasse in quella situazione, e perché chiedesse dei soldi. L'uomo rispose soltanto: "Perché ne ho bisogno". Questa risposta mi viene sempre in mente quando, di fronte ad una richiesta di aiuto, che presupporrebbe solo un si oppure un no, divaghiamo, perdendoci in considerazioni superflue e, talvolta, anche un po' meschine. La domenica, per il silenzio che c'è nella strada e nella casa dove abito, mi piace dormire fino all'ultimo minuto e, così, finisco sempre, come questa mattina, per arrivare trafelata e di corsa dalla famiglia, da cui sono attesa per il servizio di EmmauS. Entrando in casa, racconto, ridendo, un espisodio al quale ho assistito venendo qua, e che mi ha divertito, ma mi fermo subito, fulminata dalle occhiate severe, che tutti mi lanciano. Il marito, con grandi gesti delle mani, mi fa segno di abbassare la voce e, venendomi vicino, mi sussurra all'orecchio che il figlio, questa notte, ha fatto le ore piccole con gli amici, e se lo svegliamo potrebbe arrabbiarsi. Mi metto a preparare la colazione, stizzita. Dopo un po', però, mi passa, e mi vergogno anche del mio malumore, perché, in fondo, se vengo in questa casa, non è perché chi vi abita è perfetto, ma perché ne ha bisogno. Cristina

18 settembre 2008

perchè lo faccio?

Non doveva essere un nuovo post, ma il commento a “Le domande inutili”. Ho optato per questa soluzione per dare maggiore visibilità ad alcune considerazioni sul “perché lo faccio?”, tema centrale della riflessione di Cristina, sia in riferimento al servizio, che alla costruzione del blog. E se anche queste cadranno nel vuoto, pazienza. Con riferimento al servizio le motivazioni possono essere di ordine etico, o estetico. Le prime si richiamano al dovere, alla morale, al senso civico, alla dottrina religiosa; le seconde hanno a che fare con il piacere, la gratificazione, la pace interiore, l’amore. Cristina dice: “il greco mi piaceva più di tutte le altre materie”. Quale risposta migliore di quel “mi piace farlo” per motivare il proprio servizio? Nessuno ci costringe, anche se saper dire di no implica coraggio. Nel “mi piace farlo” ci stanno anche i momenti di noia, di stanchezza, di tristezza, di insofferenza, a volte. Situazioni contingenti che vanno messe in conto ed accettate, magari calandosi sul viso una maschera perché l’altro non ne resti turbato. Anche la fedeltà al blog deve avere alla base il piacere, ma se “quasi nessuno legge” è assimilabile al prestare il servizio in assenza dell’assistito, ecco che allora subentra l’impegno verso se stessi al “limite delle proprie (e le tue sono tutt’altro che scarse) capacità”, ricercando la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità ed io aggiungo la sincerità e la passione, perché ad essere “under construction” non è solo questo blog, ma la nostra mente. Gianpietro

17 settembre 2008

Le domande inutili

Sono ormai dieci anni che vado per il servizio dalla stessa persona, e ancora mi chiede perché lo faccio. Questa è una delle domande a cui non so dare una risposta, e che mi sembrano sempre abbastanza inutili. Quando andavo a scuola, mi piaceva, più di tutte le altre materie, il greco, e ancora adesso, se prendo in mano un testo in greco antico, non riesco a trattenermi dall’impararlo a memoria o tradurlo: ma alla domanda, che tutti mi hanno sempre fatto, a cosa serva imparare il greco, proprio non so rispondere. Anche questo blog, che quasi nessuno legge, mi impegna abbastanza, perché, nei limiti delle mie scarse capacità, cerco di osservare le regole della buona scrittura: la leggerezza, che contrasti il peso della materia che siamo costretti a trattare, la rapidità, perché chi legge non si annoi, la esattezza, perché le citazioni siano corrette, la visibilità, perché si prenda coscienza di problemi non marginali, la molteplicità, perché il discorso non si consideri mai concluso. Eppure, se un giorno qualcuno, per caso, o semplicemente per curiosità, dovesse accedere a questo blog, sono certa che la sua prima domanda sarebbe: “Ma perché lo fa?”. Cristina

La lettera

La tecnologia ha sempre avuto su di me un grande fascino. Ricordo ancora il primo PC e un sistema informativo arcaico, chiamato DOS, che mi dava così tanti problemi, che tutti mi dicevano di lasciar perdere, e che avrei fatto prima a svolgere il lavoro manualmente; ma io saltavo il pranzo, e mi accanivo ancora di più. Da allora, non esiste problema al quale io non cerchi di dare una soluzione, sfruttando la tecnologia. Quando ho conosciuto la persona da cui vado per il servizio EmmauS, le ho subito proposto delle soluzioni, che lei, ogni volta, fermamente respinge. Non ha quasi voce, e molti mi hanno detto che non riescono più a comprendere quello che dice; un sintetizzatore vocale, collegato ad un computer, con una tastiera visiva, credo che aiuterebbe. Lei però dice che, se smette di parlare, perderà la voce per sempre. La muscolatura non ha più tono, e occorre sistemarle ripetutamente l’assetto; operazione che sarebbe più agevole con una carrozzina attrezzata a questo scopo; ma lei sostiene che questo ridurrebbe, ancor di più, quella minima capacità di controllo sul corpo che le resta. Alla fine, penso che abbia ragione lei: la tecnologia va bene, ma deve andare di pari passo con la nostra capacità di comprenderla, altrimenti il rischio è quello di esserne usati e sopraffatti. Ho ricevuto una bella lettera, scritta a mano, con affetto, da una persona molto colta, che però non sembra usare il computer, almeno per la corrispondenza. Io ricevo sulle quindicimila e-mail all’anno, e ci si aspetta che a molte di queste risponda anche, essendo questo il mio lavoro. Ma una lettera scritta a mano, credo che non saprei più scriverla, abituata come sono a scrivere cose facilmente cancellabili, con un click del mouse: parole che possono sparire in un momento, e che non resteranno nella memoria e nel cuore di nessuno. Cristina

14 settembre 2008

ubriachi, umani, guerrieri

Tutti gli umani evolvono,
nel tempo.
Per brevi vite intanto vagano da ubriachi.
Legato a un Punto inutile,
l’ubriaco aggroviglia matasse di cui ha perso i capi.
Non pianti, non rimorsi, non ansie, non aneliti, non sguardi,
non speranze,
l’ubriaco ondeggia in bilico tra l’esser belva od umano.
Lo guida l’ignoranza, lo spinge la disperazione,
altre voci non ode, né potrebbe.
L’ubriaco vede solo ciò che le sue mani contengono,
possiede solo ciò che le sue mani toccano,
desidera solo ciò che altre mani gli mostrano,
distrugge tutto ciò che le sue mani non conoscono.

L’ubriaco ama il suo stato e lo difende da tutto,
delle conseguenze non si cura,
la sua sola meta è esserci fino a sera.
Dell’umano ha tutto
fuor che la consapevolezza.
Il lieve muover dell’ago segna passaggi nei due sensi.
Nessuna condizione è stabile, nessuna scelta definitiva.
Quante altre sofferenze graveranno il fardello di quell’anima
prima che la bilancia rompa l’equilibrio!
Della Casa del Padre occupa la cantina
e la condizione lo aggrada.
Non ha specchi interiori ed il suo sguardo
riflette muri imbiancati.
Possiede trenta denari e sa come spenderli.


La storia risuona dei suoi strepiti
e il rumore rimbomba nella stanza
senza che l’eco varchi la parete.
L’ubriaco si ciba di se stesso
ed il passato gli è giustificazione
per nulla imparare.
In lui si compiace il maligno
che marca l’anima al proprio impero.
Ma la coscienza del suo stato
porterà lo spirito a ricercare nuove opportunità.
Nulla è per caso,
e i suoi denari non sono stati spesi invano.

Tra la moltitudine di ubriachi
talvolta l’umano apre una breccia,
e se ancora non geme sotto il peso di sè,
pure ne sente il giogo.
Fieri proponimenti, ampie promesse, solenni impegni,
s’infrangono davanti a
brevi attese, risultati non visti, la cura di ogni giorno.
Chiare visioni, momenti di conoscenza, prime certezze,
lasciano il passo a
ritorni dell’io, insidie del corpo, debolezze della mente.
Paziente è l’Uno,
ma questo non ti consoli,
ubriaco od umano che tu sia.
Se di non aver mai saputo, dir non potrai,
tua sarà la tromba nel dies irae.


Solo pochi rinascono già guerrieri,
nel tempo prevale l’umano.
E se i loro sentieri, già tracciati, s’incrociano,
è per altre mete.
Una stalla senza finestre è il giaciglio dell’umano,
l’acre odore della terra impregna il guscio
e nasconde la perla.
Il guerriero si è fatto cieco per vedere attraverso il muro,
ha chiuso le narici per sentire altri odori,
ha voluto esser sordo per udire.
Il guerriero non tocca, né si lascia toccare.
L’umano geme e strepita,
il guerriero è sceso in picchiata tra le nubi.
L’umano conta e accumula,
il guerriero è divenuto ricco spogliandosi.

Il guerriero e l’umano convivono,
ma non abitano la stessa casa.
Il passato dell’uno è il solo legame con il presente dell’altro.
L’umano è dentro le stanze,
il guerriero ha già varcato la soglia.
Il guerriero possiede armi che nessun umano sa costruire.
Egli ama combattere perché il suo nemico è l’inedia
ed egli ha scelto.
L’umano verrà vomitato perché l’attesa è spreco
e per quanto impegno metta a profumare l’esistenza,
ogni giorno che passa
il lezzo della morte ne impregna le carni.
Il guerriero spande luce attorno a sé
perché ad ogni scoria che toglie
attinge sempre più alla luce della perla.

La sua luce è tagliente
come lama che egli non controlla né dirige.
Entrambi hanno fame e sete,
ma il cibo e l’acqua avvelenano l’umano
rendendolo insaziabile.
Le parole di vita danno forza al guerriero
e turbano i sonni dei suoi nemici.
Chi oserà sfidare il guerriero?
Nessuno sale sul suo campo di battaglia.
E’ facile ucciderlo,
impossibile vincerlo.

Talvolta un umano incontra un guerriero.
Tanti sono gli aiuti,
tante le occasioni per squarciare il velo.
Le voci urlano nei timpani per arrivare al cuore,
le immagini trapassano lo sguardo
e s’inchiodano al cervello.
Le ferite della carne ripuliscono da vermi, terra e sterco.
Perché allora tanta ignavia resiste ancora?
Guerrieri nascosti e astuti s’insinuano nei pensieri,
tra le pieghe dei giorni,
nel vuoto di cui si riempie l’umano
e lanciano strali dolorosi e crudeli
che s’infrangono sulla terra
intaccandone appena la crosta.
Talvolta un guerriero,
nel percorrere le sue battaglie,
attraversa il sentiero di un umano e,
senza nulla perdere,
lascia che brandelli di luce scalfiscano timpani sordi
e stacchino immagini da pareti dimenticate.

Talvolta un umano studia per diventare guerriero.
Egli ha tante scuole ove andare
e tanti maestri vengono a lui.
Taluni sono guerrieri.
Che egli lo sappia poco importa
perché sentirà la lama aprirgli ferite profonde.
Urlerà vedendosi amputare le membra infette
finchè, con gioia,
rinnegherà suo padre e sua madre.
Sarà il rancore del mondo a dare il giusto voto all’allievo.
Da ogni pianta prenderà allora un frutto,
ma non dovrà fermarsi,
perché nessuna verità sarà l’ultima.
L’umano ha più di un modo per diventare guerriero,
e Ovunque è un buon posto per trasformarsi
e camminare su una Retta via,
purché vi sia silenzio.

Gianpietro

13 settembre 2008

i nostri saperi

Nel percorso di formazione 2008 rivolto ai nuovi volontari è prevista una “tavola rotonda” dal titolo “i nostri saperi: competenze e caratteristiche del servizio EmmauS” alla quale parteciperemo (al momento) Laura Morellini ed io. Più che di tavola rotonda direi che si tratterà di una chiacchierata a due stante le defezioni intervenute a vario titolo. In attesa di eventuali input sui temi da sviluppare, ho riletto i testi degli interventi effettuati nei corsi del 2005 e 2006. Mi sono sembrati quanto mai attuali. I temi che ho trattato (e che qui sintetizzo) hanno riguardato:
i limiti - l’inquadramento dell’attività del volontario entro i binari fissati da una organizzazione comporta la definizione degli ambiti, delle regole e delle responsabilità. E’ facile che il nuovo volontario si faccia prendere dalla fretta di scendere in campo, sia per superare la paura del primo impatto, sia per soddisfare il proprio ego con un segno tangibile di onnipotenza. E’ da mettere in conto l’ansia di far sapere in giro che si va ad assistere un anziano o un disabile sentendosi già al livello del missionario votato agli altri. Non mi pare superfluo allora rammentare che entrare in una casa per due ore la settimana significava soprattutto restarne fuori per altre 166, impegnando così una percentuale del proprio tempo pari all’ 1,2%. Un rendimento inferiore ai tassi di mercato di qualunque strumento finanziario, anche di basso profilo.
la capacità di adattamento – il volontario teme di dover dare prova di quanto vale per poter essere accettato. Nella pratica invece si trovano ambienti molto aperti, accoglienti e che non richiedono forzature. Ciò, tuttavia, non esclude l’esperienza del rifiuto. Ogni nucleo familiare ha una storia a noi non nota e vive su equilibri talvolta molto delicati. L’unico atteggiamento che ci è concesso è di umiltà e di accettazione. Non si può inoltre escludere a priori che si manifestino delle forme di gelosia, delle ritorsioni per disponibilità negate. Possiamo sentirci rinfacciare di riversare sull’assistito le attenzioni che non prestiamo nel nostro ambito familiare. Non sempre infine la domanda formalmente espressa corrisponde all’effettivo bisogno latente. Si tratta in questo caso di limiti legati alle aspettative, talvolta divergenti, tra l’assistito ed i suoi familiari. Per il volontario l’ancoraggio al compito offre tranquillità, ma occorre avere fantasia e la disponibilità ad attuare modifiche in corso d’opera, cercando di valorizzare le potenzialità residue del nostro assistito.
la comunicazione – è possibile che aspettative e disponibilità non si incontrino ponendoci in una situazione altalenante tra il sentirsi inadeguati, o del tutto sprecati. Talvolta le aspettative non saranno immediatamente riconoscibili per la difficoltà ad esplicitarle, causa anche l’indisponibilità di strumenti di comunicazione omogenei. In questo caso occorre essere consapevoli della diversità, senza farla pesare. Non va modificato il piano della relazione, né va preteso il riscontro di un attraversamento di campo.
andare oltre il ruolo – il rapporto che si instaura presso la persona assistita tende, col tempo, a toccare le corde della familiarità, finendo con il portare il volontario su di un terreno sul quale sente di volersi addentrare, in quanto persona fatta di sentimenti e di emozioni, ma che richiede di essere gestito e coordinato dall’organizzazione che ci rappresenta e della quale, in quel momento, siamo portavoce.
gratuità – dando per scontato che il volontario non deve essere retribuito per il servizio che fornisce (lo prevede lo statuto e lo impone l’etica), va detto che la gratuità non si esaurisce nel rifiuto di un corrispettivo economico, ma include le stesse aspettative di gratificazione del volontario. Rifiutare l’assaggio di una fetta di torta, o il vasetto di marmellata fatta in casa, non significa mostrarsi disinteressati, ma solo maleducati. Occorre tuttavia porre attenzione a non trasformare certe piccole attenzioni in un fatto dovuto e continuativo, poiché si finirebbe con l’innestare un meccanismo dal quale risulterebbe poi difficile uscirne. Ma la gratuità significa soprattutto accettare di sentirsi male al termine del servizio, quando invece ci si aspettava di uscirne ricaricati. Va messa in conto la possibilità di non avere il ritorno atteso, ed anzi provare delusione e rancore verso una scelta che sembra mostrarsi inadeguata. Gratuità, significa soprattutto non aspettarsi un grazie, un elogio, una citazione.
modestia – permea tutti gli aspetti sin qui citati ed implica la capacità di donare sapendosi adattare alla situazione prospettata, con tutta l’umiltà della quale si è capaci, con la modestia di chi sa di non sapere e nella consapevolezza che non si ha né il diritto, né il titolo per imporre la propria presenza, o le proprie convinzioni. Può succedere infatti che il volontario venga visto come il tecnico dal quale ci si aspetta la soluzione dei problemi. anche di natura medica. Occorre ricordare che un nostro parere, un: “… per me farei …“, oppure: “… io la vedo così …” può essere letto come il consiglio di un esperto. Questo non è il nostro ruolo. Occorre molta cautela ed umiltà, consapevoli che durante quelle poche ore siamo degli ospiti, disponibili, ma educati, rispettosi e che sanno adattarsi alle esigenze della casa che ci accoglie.
Pur con queste attenzioni, non dobbiamo avere timore a dare, dare e dare.
“Scegli la strada che nel cuore è scritta,
seguila e in fondo poni la tua vita.
Vesti umiltà e di speranza scarpe.
E d’ogni giorno fai che sia preghiera.”

Gianpietro

Le stelle

In una bella lectio sul Salmo 8, che Franco Mosconi, monaco camaldolese, ha tenuto per i volontari, operatori e familiari degli ammalati oncologici gravi, si parla di Davide, che il re Saul ha già tentato tante volte di far fuori. Ad un certo punto, Davide, braccato, tradito dal re, dalle sue guardie, fugge, correndo, nel deserto di Giuda e, a un certo momento, cade la notte. Davide si ferma, si sente solo, il nemico ha perso le sue tracce, tuttavia è ancora pieno di spavento, di paura, ha perso la fiducia nel re, ha quasi l'impressione che Dio l'abbia abbandonato. Si trova solo nel freddo del deserto, nella notte. Ed ecco, che in questo momento alza gli occhi e vede il cielo sopra di sé. Vede queste stelle meravigliose che stupiscono, con una chiarezza, con una limpidità che quasi trafiggono gli occhi. E Davide incomincia a pensare: "Come è grande Dio, come è immenso. O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra". Di fronte a questa visione com'è piccola la mia vicenda! Io mi sono fatto importante, ho creduto di essere qualcuno e ora tutta la mia fortuna è andata a rotoli. Che cosa sono io di fronte a questo immenso universo, di fronte a questo tempo senza fine di Dio, di fronte a queste ricchezze sterminate che le dita di Dio hanno intessuto nella volta del cielo? Di fronte a questo spettacolo, incomincia a capire la sua vicenda, che può anche ridimensionare. E mentre Davide si immerge in questa contemplazione, si placa gradualmente, dimentica i suoi affanni, dimentica il suo passato e si perde in questo sguardo, e ad un certo momento pensa: "Io sono amato da Dio. In fondo, tutto questo universo è per me. Dio si ricorda di me. Dio non può dimenticarmi, Dio mi visita".
Sono in attesa dell'esito di una biopsia che hanno fatto a mia madre, e sulla base di questo risultato si dovrà prendere una decisione molto importante. E' notte, guardo il cielo, ma nelle nostre città le stelle ormai non si vedono più da molto tempo. Cristina

10 settembre 2008

Haiku





“Tornando a vederli/i fiori di ciliegio, la sera,/son divenuti frutti.” (Yosa Buson).
Della cultura giapponese, mi piace più di tutto l’haiku, un componimento breve, di tre righe, diciassette sillabe, privo di titolo, che racchiude tutto l’amore di questa cultura per il minimalismo, l’essenzialità e la compattezza: un verso, un attimo di vita. Mi hanno chiesto di accompagnare fuori, in giardino, un ammalato sulla sedia a rotelle, mentre gli riordinano la stanza. E’ un coetaneo, con il quale giocavo da piccola, e che non ho più rivisto da allora. Ha conservato i lineamenti del viso che aveva da bambino. In mezzo c’è stata tutta una vita, di cui non so nulla, ma che questa sera mi sembra, più che mai, un soffio. Cristina

9 settembre 2008

Viaggio a Kandahar

Nafas è una giovane donna afgana, fuggita dal suo Paese durante la guerra civile dei Taliban e rifugiatasi in Canada, dove lavora come giornalista, impegnata nell'ambito sociale e nella rivendicazione dei diritti delle donne. In una lettera disperata, la sua sorellina, priva di gambe, per lo scoppio di una mina, e rimasta a casa in Afghanistan, comunica a Nafas di voler togliersi la vita prima dell'eclisse di sole, l'ultima del secolo, che sta per verificarsi. La donna decide di fare ritorno a Kandahar per salvare a tutti i costi la sorella. Ieri sera ho visto per la prima volta questo film, che mi ha colpito, oltre che per l’impegno del regista di far conoscere la condizione di miseria di questo popolo dimenticato da tutti, per l'idea del viaggio, faticosissimo, che intraprende chi accorre al grido di aiuto di qualcuno. Sono ormai dieci anni che una mia giovane cugina manifesta la volontà di uccidersi, senza peraltro averne il coraggio. All'inizio della sua depressione, aveva chiesto l'accompagnamento di un volontario ad una associazione, che non ha potuto aiutarla, perché quella dove abitava non rientrava nelle zone di sua competenza. A me aveva chiesto l’aiuto per trovare un lavoro, che io non sono riuscita a trovare. I medici, con cure che lei sostiene non appropriate, hanno peggiorato la sua situazione. Adesso, non vuole più vedere nessuno, nemmeno i parenti, e noi ci siamo arresi. Questo film mi ha ricordato che ci sono tante persone al mondo che non si arrendono mai, come la protagonista del film. Nella realtà, però, la vera Nafas, non è mai riuscita ad entrare in Afghanistan. E anche la nostra vita va sempre avanti così, come possiamo, tra utopia e realtà. Cristina

8 settembre 2008

I pensieri maligni

La mia famiglia ha sempre avuto una visione molto disincantata della realtà, esprimendo spesso giudizi negativi su situazioni e persone, anche in assenza di prove concrete. La considerazione che i fatti abbiano, qualche volta, dato loro ragione, non attenua l’irritazione che continuo a provare nei confronti di un simile atteggiamento. Anche nel servizio, mi capita spesso di incontrare persone che pensano male di medici, infermieri, associazioni, volontari, vicini di casa e dei loro stessi familiari. Io preferisco dare fiducia alle persone, perché questo, a volte, è l’unico atteggiamento che riesce a ottenere qualche risultato. Per lavoro, mi occupo, tra le altre cose, di qualità del prodotto, e trattandosi di prodotti abbastanza costosi, non è raro che, in presenza di danni dovuti in modo inconfutabile a cattivo uso, i clienti attribuiscano la responsabilità al costruttore. Io li ascolto sempre come se avessero ragione, e succede abbastanza spesso che, smorzata la aggressività iniziale, diventino più ragionevoli, riconoscendo, alla fine, la loro responsabilità. Cristina

5 settembre 2008

Il senso della vita

Nella rubrica “Lettere al Corriere” di ieri (4/9) un lettore scrive: “… il 90% delle persone non sa perché vive, lavora, procrea e muore e non sa neanche di non saperlo. Il 9% crede di saperlo, i religiosi in positivo e gli atei in negativo. Lo 0,9% non lo sa e sa di non saperlo, ci pensa e ripensa freddamente e “professionalmente”, sono i filosofi e gli agnostici. Infine ci sono io che non lo so, so di non saperlo, mi angoscio, mi dispero e non riesco a capire tutti gli altri, che comunque mandano avanti questo assurdo mondo senza senso. Perché?” Gli risponde Sergio Romano: “Credo che il quadro da lei dipinto sia verosimile. Ma non posso rispondere alla sua domanda. Posso soltanto suggerirle, pragmaticamente, di unirsi a una delle categorie descritte nella sua lettera. Si sentirà meno solo.” Nel Corriere di oggi un lettore torna sull’argomento per dire: “… Ho avuto anch’io periodi nei quali non conoscevo, ma ricercavo, il senso della vita. Ora non ho la risposta ma vorrei dare un piccolo consiglio che con me ha funzionato e sta funzionando: meglio non pensarci troppo, e godersi il presente.” Si tratta, ovviamente, di un campione d’indagine assolutamente privo di valenza statistica (al pari delle percentuali citate), tuttavia la tiratura del quotidiano fa si che diverse migliaia di persone possono essersi confrontate con quelle parole. Concetti grossolani, ma che sembrano avere quale unico sbocco l'invito ad abbandonare qualunque velleità di ricerca esterna, accettando per contro la condizione dell’esistere come un dato di fatto regolato dalle leggi della Natura. Vana pertanto ogni forma di speculazione che non sia rivolta a favorire la scoperta e lo sviluppo della propria virtù, il “demone” individuale che i greci assegnavano a ciascun individuo, ed alla cui valorizzazione e potenziamento dedicare ogni energia per il tempo che ci è concesso. Gianpietro

3 settembre 2008

Erica, la speranza

Il servizio che svolgo all’hospice è un po’ diverso da quello a domicilio, e consiste principalmente nell’accoglienza dei visitatori. Anche se può sembrare strano, succede abbastanza spesso che i familiari degli ospiti di questa casa continuino, anche in seguito, a tornare di tanto in tanto. Questo ci fa conoscere le loro storie, e vedere come, a volte, gli avvenimenti della vita si ricompongono in un modo che, quando eravamo nel dolore, mai avremmo pensato. Erica è una sgambettante bimbetta, nata un anno esatto dalla morte della sorella di cui porta il nome. Erica grande, una diciannovenne dalla incontenibile gioia di vivere, nei giorni in cui non stava bene, se ne stava sdraiata con il cucciolo di Labrador, che le era stato permesso tenere in stanza, accucciato ai piedi del suo letto; ma non appena stava meglio, si faceva portare in paese per una passeggiata e tornava, da quelle brevi esplorazioni, felice, come chi torna da un viaggio meraviglioso. Io penso che un po’ di quella gioia di vivere l’abbia trasmessa ai genitori dando loro la forza di concepire una nuova vita. Il poeta francese Charles Péguy, in un poema interamente dedicato alla speranza, scrive: “Tirata, appesa alle braccia delle sue sorelle più grandi (fede e carità ndr), che la tengono per mano, la piccola speranza avanza. E in mezzo alle due sorelle grandi ha l’aria di farsi tirare.Come una bimba che non avesse la forza di camminare. In realtà è lei che fa camminare le altre due” (da Il portico del mistero della seconda virtù). Cristina

2 settembre 2008

Saper dire di no

Guardo sgomenta la pila degli indumenti da stirare e sento arrivare, inarrestabili, le lacrime. Stirare non è tra le mansioni del volontario, ma nella casa in cui vado, le necessità sono così tante che, all'occorrenza, svolgo volentieri anche qualche piccolo lavoro domestico. Questa volta però, la stanchezza accumulata negli ultimi tempi si fa sentire tutta in un colpo, e capisco che è arrivato il momento di rinunciare a qualcosa. Passo mentalmente in rassegna tutte le mie attività e sento che il servizio EmmauS è quello più sacrificabile: anche se non ci siamo mai incontrati, so che i volontari che vengono in questa casa sono cinque, molti di più di quelli che l’associazione offre normalmente agli ammalati che prende in carico. Inoltre, la malattia di mia madre costituisce un buon motivo per rinunciare a questo impegno. Mentre stiro, preparo il discorso da fare a questa famiglia per spiegare che non verrò più. Con molta cautela, espongo la situazione, ma prima ancora di arrivare alla fine del discorso, così accuratamente preparato, vedo gli occhi della signora riempirsi di lacrime, e allora mi viene in mente la monaca di Monza, quando si trovò al momento di dire un no, inaspettato, o un sì tante volte detto, e lei disse sì e “fu monaca per sempre”. Con prontezza, devio il discorso assicurando tutti che l'intenzione era solo quella di avvertirli che, in caso di necessità, avrei potuto essere costretta a sospendere temporaneamente il servizio, ma per il momento, non c'è motivo di pensare a questo. Cristina

1 settembre 2008

Dialogo

Ho ascoltato, nel corso di alcuni giorni e per un totale di sei ore, la conferenza, interessantissima, di un relatore, che dicono essere il migliore in Italia sul tema trattato. Su sua proposta, è arrivato il momento di quella che, con un’espressione un po’ dotta, viene chiamata “collatio”, una specie di condivisione che si fa alla fine di queste conferenze, per raccogliere le impressioni. L’imbarazzo è generale: siamo tutti un po’ intimiditi e ci sentiamo del tutto inadeguati per fare una qualsiasi domanda. Decido di buttarmi e, con voce anche un po’ tremante, parto con le mie osservazioni, che non devono essere poi molto acute, perché il relatore incomincia vistosamente a sbadigliare e, alla fine, non mi risponde nemmeno. Questo è soltanto uno dei tanti episodi che dimostrano che il “dialogo”, in qualunque ambiente, sembra essere definitivamente morto, sostituito dal meno impegnativo “monologo”, di cui anche questo blog è un esempio. Ci sono indubbiamente dei vantaggi: in passato, quando c’era ancora la consuetudine al dialogo, se si parlava a sproposito, si veniva mortificati con le critiche: questo adesso non succede più. Per questo motivo, ovunque, assistiamo a persone che parlano, ma a chi non lo sappiamo bene. Se poi succede che qualcuno prenda il coraggio di fare una domanda, non sappiamo nemmeno più rispondere, perché questa era un’eventualità che non avevamo preso in considerazione. Io penso che dovremmo avere tutti il coraggio di smettere di parlare e, soprattutto con i giovani, incominciare, invece, a rispondere alle domande o, almeno, essere capaci di suscitarle. Cristina

31 agosto 2008

Meglio farsi straniero

"Meglio farsi straniero, che accogliere uno straniero" (E. Canetti). Un tempo, come molti europei occidentali, pensavo allo straniero come ad "un altro" che dovesse adattarsi alle nostre regole, o stare fuori. Più recentemente, ho cominciato a considerare una terza via, quella, appunto, degli ebrei: la "stranierità" come condizione umana, spesso non scelta, che accompagna tutta la vita, nella perenne ricerca delle proprie radici. E' una dimensione inquietante e destabilizzante, non semplice, sia quando l'abbiamo di fronte, sia quando ci riguarda; che, però, dilata esperienza e conoscenza, perché, se si accetta questa condizione, niente è dato una volta per tutte. Il difficile è che si deve continuamente abbandonare la casa, la strada già tracciata per noi, o che avevamo programmato, quella che ci dava sicurezza, e intraprendere la via della precarietà, del mistero, accogliendo anche quel lato oscuro, che ci abita silenziosamente, perché la "stranierità" è soprattutto dentro di noi. La malattia e la vecchiaia fanno spesso dire agli altri: "Non lo riconosco più" oppure a noi: "Non mi riconosco". Ma quando siamo più veri? Quando abitiamo la nostra terra, la casa paterna, nel lavoro di sempre, quando pensiamo che non potrà mai capitarci nulla di male, o nell'esilio di una situazione nuova e difficile? Ci sono persone con cui ho lavorato per anni, senza conoscerle; in un momento di difficoltà dell'azienda, ci siamo dispersi in cerca di nuove occupazioni, ma sono nate amicizie profonde tra di noi, perché in quel momento eravamo noi stessi, pellegrini e stranieri in casa nostra, senza un lavoro, con un futuro incerto, senza voglia alcuna di nasconderlo. Cristina

24 agosto 2008

L'ospitalità

"Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo" (Lettera agli Ebrei, 13,2). La figlia della mia vicina di casa mi racconta che la madre, novantenne, ha qualche difficoltà ad accettare la convivenza con la signora straniera, che i figli hanno scelto per assisterla, essendo rimasta sola, in una casa diventata troppo grande per lei. L'ospitalità, anche per gli ammalati da cui andiamo per il servizio, è una virtù difficile e generalmente trascurata nel nostro tempo. Nei ricordi della mia infanzia, la chiave di casa veniva sempre lasciata nella serratura esterna della porta; quando si usciva, si girava semplicemente la chiave, senza toglierla. Chiunque passasse di lì, se trovava la porta aperta, poteva entrare per due chiacchiere e una tazza di tè. Oggi, se si va a casa di qualcuno, senza preavviso, si ha sempre la sensazione di essere capitati in un momento poco opportuno: l'ospitalità richiede tempo e di questo, il nostro mondo diventa sempre più avaro. Chi è ammalato, o anziano, torna ad imparare, dopo le prime resistenze, ad accogliere con gratitudine chi viene in visita, e ad apprezzare anche il semplice scambio di due parole. "Ospite" è, inoltre, una parola dai due significati, perché l'ospite è sia chi riceve, sia chi viene accolto; entrambi hanno la possibilità di aprirsi ad una relazione che ha la caratteristica sostanziale della reciprocità. La mia vicina imparerà presto ad apprezzare le cure di questa signora che, a sua volta, potrà sostenere la famiglia lontana, con il suo lavoro: le due donne saranno, l'una per l'altra, una risorsa preziosa, se sapranno trasfigurare il loro bisogno in un dare reciproco. Cristina

20 agosto 2008

Il perdono

La persona da cui vado per il servizio EmmauS è ammalata da molti anni, ma i medici non hanno mai fatto una diagnosi precisa della sua malattia. Un tempo, pensavo che la medicina fosse una scienza esatta, ma poi ho scoperto che, spesso, si procede per tentativi e, a volte, anche esperimenti. I medici sono esseri umani, hanno dei limiti, e questo deve essere accettato. Se non lo si accetta, la mente del malato vaga per cercare delle cause, delle ragioni e, non trovandole, a volte crea rapporti misteriosi con il proprio male. Questa signora, da cui vado, mi ha parlato diverse volte di situazioni e persone che le hanno provocato malessere e, di conseguenza, uno squilibrio fisico, causa della sua invalidità. Per i sostenitori della medicina psicosomatica, questo discorso non si può escludere: resta comunque il fatto che, anche ammettendolo, produce solo rabbia e frustrazione. La rabbia, anche se a volte ci può persino sembrare una ragione di vita, nella realtà, ci allontana sempre più dal nostro centro interiore, unica fonte di serenità ed equilibrio. L'alternativa è il perdono, la riconciliazione con chi ci ha fatto del male, ma anche con noi stessi; perché il perdono non è mai unilaterale, ma ha sempre questa ambivalenza: da una parte, la chiarezza sui nostri errori, dall'altra, la comprensione per le debolezze altrui. Cristina

18 agosto 2008

Un cuore attento

Un episodio della bibbia che mi piace molto è quello di Salomone, nel Primo Libro dei Re. A Salomone, eletto re quando era ancora molto giovane, appare in sogno il Signore, che gli chiede di esprimere un desiderio. Il ragazzo, consapevole della sua incapacità a governare, con le sue sole forze, un popolo così numeroso, chiede a Dio un cuore docile, attento, capace di distinguere il bene dal male. A Dio piacque molto questa richiesta e, soprattutto, che non avesse chiesto per sé né una vita lunga, né la ricchezza, né la morte dei suoi nemici, e gli diede quello che aveva domandato. Io penso che un cuore attento sia davvero la qualità più importante che possiamo avere: il suo contrario è un cuore indifferente, non solo ai bisogni degli altri, ma anche al bene che c'è in noi e nella nostra vita. Alcune sere fa, su invito di un'amica, ho partecipato a un incontro di persone che fanno parte di un movimento religioso. Sono andata per curiosità, nonostante io abbia, per i movimenti in generale, alcune riserve e pregiudizi. Ho conosciuto, così, una realtà un po' diversa da quella in cui vivo abitualmente: persone molto semplici, anche un pò fragili, forse; alcuni hanno alle spalle problemi di dipendenza da alcool, droga o gioco. Quello che mi ha colpito, di questa serata un po' insolita, è stato che, ogni tanto, qualcuno andava al microfono e ringraziava per qualcosa di bello che gli era successo durante la giornata o la settimana: a volte, erano cose anche un po' insignificanti, altre, invece, erano importanti; ma, per tutte, sentivano il bisogno di ringraziare Dio. Sono persone che, nella loro povertà, hanno ricevuto un grande dono: un cuore attento, capace di ascolto e, insieme, sapiente. Cristina

15 agosto 2008

Il tempo

Tra le tante cose che il servizio ci insegna, c'è il buon impiego del tempo. Per chi, durante la settimana, lavora, quelle domeniche, dedicate al servizio, vogliono dire tempo sottratto al riposo, alla famiglia, ai fine settimana al mare e in montagna, agli amici: tutte cose che sarebbe impensabile sacrificare in modo definitivo. Abbiamo dovuto, allora, ridimensionare le nostre attività e, alla fine, abbiamo scoperto che la vita può essere anche più armoniosa e ci può essere spazio per tutto, se lo vogliamo: nel lavoro, per esempio, otto ore, lavorate con efficienza, possono essere anche più produttive delle tredici (a volte anche quindici) ore di un tempo; e uscire dal lavoro alle cinque del pomeriggio, invece delle otto o dieci di sera, cambia davvero la vita. Il servizio ci ha anche insegnato a ridurre l'ansia e l'affanno di fare più cose nello stesso tempo: i malati ci chiedono che quel tempo venga dedicato soltanto a loro e, così, abbiamo imparato a fare una cosa sola alla volta. In uno dei suoi mattutini su "Avvenire", Gianfranco Ravasi riporta una delle tante considerazioni sull'uso del tempo che Jean La Bruyère, scrittore moralista del '600, offre nei suoi "Caratteri". Si potrebbe trascrivere con un'esperienza che tutti fanno: quando si ha un favore da chiedere a un altro, non bisogna mai andare da chi ha poco da fare, perché ti dirà sempre che è troppo preso e occupato. Va', invece, dalla persona dalle mille attività e vedrai che ritaglierà il tempo per aiutarti. E questo non sempre perché il primo è pigro, quanto piuttosto perché "impiega male il tempo" e, quindi, pur avendo davanti a sé un arco di giorni ampio, si lamenterà sempre che "il tempo passa troppo in fretta". Cristina

14 agosto 2008

immagini

Ogni immagine ha la sua storia. Alcune mi sono subito parse perfette per quel post; la maggior parte, tuttavia, sono state scelte tra diverse altre e non sempre quelle scartate (che ho conservato) valevano di meno. In prevalenza si spiegano da sole. Alcune tuttavia meritano un cenno esplicativo circa i significati da me attribuiti. Eccone alcuni.
Amicizia
Ciò che ho colto nel post è il concetto di imparzialità, di eguaglianza in qualsiasi situazione o condizione. Cercavo un’immagine che rispecchiasse questi aspetti della vita e la rappresentazione (concordo sul terrificante) della grande “livellatrice” mi è parsa l’unica sulla quale sfido chiunque a vantare aspettative, o campare diritti negandoli agli altri. Quel giorno sarà la morte stessa il regalo maggiormente gradito e che non credo solleverà le gelosie di alcuno.
Nel bene e nel male
Al riempimento dell’esistenza concorre la presenza di ogni elemento che la compone. L’idea della morte come compagna costante, così come la gioia che deve “abbracciare tutta l’esistenza” e non solo singoli momenti sono raffigurate da un fiume saturo, fatto di esistenze tutte uguali tra loro anche se nessuna identica all’altra. Ad ogni sasso corrisponde una vita. Ognuna adattata nella forma in relazione allo spazio riservatole. Tutte orientate nella stessa direzione, ma con l’illusione dell’unicità data dal minimo margine che separa una pietra dall’altra. Una continuità fatta di diversità che si illudono di essere uniche in un fluire ordinato verso …. probabilmente il nulla.
Paura
Tu scrivi “portare sempre il malato sul terreno della razionalità”. E cosa vi è di più razionale di un frattale? Ogni sua forma non è altro che il risultato di un calcolo matematico, la riproduzione continua di se stessa sia nell’infinitesimamente piccolo come nell’infinitamente grande. La razionalità, come il frattale, non si discute; la si accetta e si applica, o la si rifiuta. E non è detto che quest’ultima scelta non sia la migliore.
Una morte che scaturisce dalla vita
L’immagine dello “specchio di ciò che in una vita è essenziale” mi è parsa ben raffigurata dal riflesso che la vita vissuta al di là della finestra (la soglia dell’esistere) proietta sul piano della realtà (il terreno sgomberato dal superfluo). Solo un piccolo frammento di ciò che ci caratterizza nel tempo che viviamo oltre il vetro si rispecchierà, inalterato, in ciò che saremo una volta ricongiunti alla terra. E quel frammento rappresenterà l’essenziale.
La via regale
Lo spunto è stata la frase “La sua bussola interiore gli dice dove si trova e non fa cose al di fuori della sua portata”. La bussola che ho scelto (adattandola) non rispetta l’orientamento canonico dei simboli e questo sta ad indicare che quand’anche sapessimo riconoscere di possedere una bussola interiore, avremmo ancora il compito di orientarla e senza un riferimento esterno ciò è impossibile. Una volta scelto il riferimento, questo potrebbe risultare fallace, frutto di un bisogno più che un’essenza oggettiva, inducendoci così ad assegnare ad ogni simbolo valori che non gli sono propri.
E qui mi fermo, per adesso. Gianpietro

9 agosto 2008

Amicizia

Sono tante le persone che, più o meno assiduamente, frequentano la casa della signora da cui vado per il servizio e, tra queste, lei non manca mai di eleggere la sua preferita. Per molti anni è stata Anna, una volontaria di San Remo, città a cui ha fatto ritorno per assistere la madre. Adesso, la sua prediletta è una giovane studentessa straniera che, nel tempo libero dagli studi, offre un po' di collaborazione nella gestione della casa. Saper esprimere i nostri sentimenti in tutte le loro sfumature è molto importante per una vera maturità affettiva. Nella mia famiglia, invece, una delle poche regole che venivano imposte era l'imparzialità, fino al punto che, ancora adesso, i compleanni dei bambini non vengono celebrati singolarmente ma, quando compie gli anni uno, anche tutti gli altri ricevono regali. La finalità pedagogica di evitare gelosie e invidie è poi fallita miseramente: siamo diventati tutti persone affettivamente viziate e gelose, dal momento in cui abbiamo scoperto che, nella società, non si osservava il medesimo criterio. Cristina

31 luglio 2008

Nel bene e nel male

La prima volta che sentii parlare Carlo Menozzi, pedagogista che da anni si occupa di assistenza rivolta ad infanzia, adolescenza, famiglie e disabili, fu al corso iniziale per volontari EmmauS. In quella occasione tenne una relazione dal titolo durissimo: “Papà, insegnami a morire, in cui parlava della tendenza, abbastanza diffusa, dei genitori ad educare i figli come se la vita fosse sempre facile e senza ostacoli, e a rimuovere la morte e la sofferenza, ritenendo sempre prematuro un simile discorso. Mi torna spesso in mente una sua considerazione sul fatto che si dovrebbe insegnare ai figli che il vero patto nuziale lo si deve fare con la vita: la promessa, fin da giovani, di abbracciare con gioia la vita sempre, nel bene e nel male. Anche Montaigne, che ricevette dal padre un’educazione secondo i principi dell'umanesimo del XVI secolo, e per questo venne inviato a balia in un povero villaggio perché si abituasse al modo di vivere più umile e comune, scrisse in uno dei suoi saggi: “Chi insegnerà agli uomini a morire, insegnerà loro a vivere”. In un altro saggio, osservando che le chiese erano sempre piene soltanto di persone anziane, parlò, con un certo umorismo, delle cosiddette virtù catarrose, quelle che uno si ritrova per forza verso la fine della vita, quando cerca Dio per ricevere aiuto: bisognerebbe cercare Dio anche prima, per lodarlo, e non soltanto per chiedergli aiuto. Nel famoso pendolo del tempo delle Ecclesiaste, originale libro del Vecchio Testamento, in cui si dice che c’è un tempo per ogni cosa, manca, dal lungo elenco, il tempo della gioia: perché la gioia non è un solo momento, ma abbraccia tutta l'esistenza, è la fedeltà alla vita che ci salva durante crisi e periodi di infelicità e ci dà la forza di vivere. Johann Sebastian Bach era tornato da un viaggio, durante la sua assenza erano morti la moglie e due figli. Egli scrisse sul diario: buon Dio, fa' che io non perda la mia gioia. Cristina

29 luglio 2008

Paura

Tra le tante paure del malato grave in fase cronica e irreversibile, ci può essere talvolta quella, più o meno reale, che il familiare, preso da raptus, decida di liberarlo per sempre dalle sue sofferenze. Molto verosimilmente si può trattare di una paura indotta dai fatti di cronaca, oppure dalla condizione di estrema fragilità del malato, che sente continuamente al suo fianco la morte che, come uno squalo, se ne sta lì pronta ad ingoiarlo in ogni momento: questa paura, allora, può prendere arbitrariamente la forma di chi gli sta più vicino. Il volontario si può trovare a ricevere la confidenza di questo timore ma, contemporaneamente, la raccomandazione di mantenere il segreto. Quando ero all’inizio del servizio il mio gruppo con la referente si riuniva, una volta al mese, da una psicologa che offriva la sua competenza come volontaria alla associazione. Si trattava di incontri molto utili dai quali ho imparato molto, soprattutto a delineare meglio il mio ruolo nel contesto della famiglia del malato. Una istruzione che ho ricevuto anche recentemente, e alla quale non do mai abbastanza ascolto, è quella che nella società ognuno deve fare la propria parte con umiltà e basta. Durante uno di quei primi incontri, un volontario manifestava la sua preoccupazione per quanto aveva udito dalla persona da cui andava. Non ricordo esattamente le parole, ma la sostanza della risposta della psicologa era di portare sempre il malato sul terreno della razionalità e delle proposte concrete e di chiedergli esattamente che cosa si aspettava che lui facesse. Ho fatto tesoro di questo messaggio e quando mi sono trovata in situazioni simili l’ho sempre applicato. Cristina

28 luglio 2008

Estate

Tra le cose che mi piace di più fare ci sono oziare in poltrona con un libro ascoltando musica e uscire a cena con gli amici. Negli indaffarati mesi invernali pregusto le vacanze estive per potermi dedicare con più agio a queste cose, ma l'estate del 2008 non sembra essere la più propizia sotto questo aspetto. Malgrado la chiusura estiva, devo andare al lavoro per recuperare certi arretrati causati da una vacanza che mi sono concessa prima del tempo. La malattia di mia madre poi richiede che ogni due o tre giorni io la debba portare da qualche parte per le visite e i controlli. Come se tutto ciò non bastasse, dopo aver dedicato buona parte del tempo libero, durante l'inverno, all'editing di un libro di Dossetti Jr. che deve essere consegnato alla casa editrice in settembre, nel correggere le bozze, lui ha pensato bene di cambiarlo tutto, ed io devo ricominciare daccapo. Ho chiesto a Cecilia, un'altra volontaria di EmmauS, se mi dà una mano e fortunatamente lei ha accettato. Miracolo della solidarietà tra i volontari, ma anche dell'insegnamento che ci viene dal servizio, di rinunciare a fare sempre tutto da soli, e di chiedere aiuto quando serve. Cristina

27 luglio 2008

Una morte che scaturisce dalla vita

La mia mamma è molto anziana e questa settimana le è stato diagnosticato un tumore. Per l'età, ma anche per suo espresso desiderio, non subirà interventi o accanimento terapeutico, ma solamente cure per contenere la malattia e controllare il dolore. Ci aspetta ugualmente tutta la trafila delle analisi, delle visite e dei controlli, e un mondo di parole come TAC, screening, mutazioni, recettori, per lo più sconosciute a chi, come me, non ha mai vissuto così da vicino l'esperienza del cancro. Ho trovato, nella prefazione di un libro che sto leggendo, alcuni versi di Rainer Maria Rilke, nelle cui parole e nella breve spiegazione dell'autrice mi ritrovo pienamente e sarà questa la preghiera che mi accompagnerà:
Oh Signore, dà a ciascuno la propria morte,
una morte che scaturisca da una vita in cui
ciascuno abbia avuto amore, senso, pena

Una morte che sia davvero una morte è quella che riesce a essere specchio di ciò che in una vita è essenziale: l'amore, che è la passione che ci guida e le relazioni che intrecciamo; il senso, sapere a cosa si è destinati, a quale compito siamo chiamati; e la pena, perché è anche nella mancanza (in ciò a cui manchiamo e di cui manchiamo) che cresciamo man mano in umanità e comprensione. Cristina

25 luglio 2008

La via regale

La persona da cui vado per il servizio EmmauS attraversa spesso momenti depressivi in cui dice che non vuole più vivere. Non c'è quasi esistenza umana che non conosca prima o poi un momento simile. Si tratta di uno stato mentale in cui la nostra anima resta immobile, apparentemente senza desideri ma, nella realtà, sotto pressione di due forze contrapposte: la concupiscenza di quello che non può avere (la salute, la vita, la giovinezza, l'amore o altre cose) e la irascibilità, il disgusto, per quello che non può avere. La filosofia e la psicologia hanno studiato in profondità questo aspetto della nostra mente, ma alla fine si sono sempre trovate a mal partito. C'è chi si induce la gioia di vivere artificialmente con farmaci o droghe, ma anche questo sistema non sempre produce grandi risultati. Ma allora che fare? La gioia di vivere appare essere un dono, una grazia che non tutti ricevono o sono capaci di accogliere sempre in ugual misura. La strada migliore che io ho sperimentato finora è quella che ci hanno indicato i padri del deserto: il ridimensionamento. E' chiamata anche via regale, o via leggera, perché è una strada che non sbanda né a destra, né a sinistra, ma tiene bene il centro. E' la strada che prende l'uomo che non si crede il padrone del mondo, che sa che non decide lui quello che succederà: ha un rapporto positivo con la sua finitezza, perché non la rimuove, non se ne spaventa, ma ne tiene conto. La sua bussola interiore gli dice dove si trova e non fa cose al di fuori della sua portata: nella sua vita c'è un polo freddo il nord la morte, un polo caldo il sud la gioia di vivere, un est da dove viene la luce, un ovest dove tramonta: ma anche qui sa che ci sono ancora due ore buone di luce e la sua anima gli dice: "Datti da fare, finché sei in tempo. Non rinunciare alla capacità positiva che è nelle tue mani, non sotterrare il tuo talento". Finché c'è luce: questa è la piccola sapienza che i padri ci insegnano a coltivare. E' l'uomo che smette di dire: "Io ... Io ..." ed è contento di esistere in una vita ordinaria e di questo rende lode a Dio. Cristina

18 luglio 2008

Condividere!

Da tempo ormai non scrivo sul blog. E' stato un periodo intenso per impegni, per problemi familiari e di salute. Di tutto questo e delle sensazioni che ho provato nei vari incontri con persone diverse, con situazioni di difficoltà, di tenerezza o altro avrei avuto voglia di scrivere. La stanchezza me lo ha impedito e mi sono ritrovata a leggere quanto scritto da altri e a raccogliere spunti di riflessione dai vostri testi. Credo che non sia giusto abbandonare questa esperienza del blog: certamente non è uno strumento per molti (e forse non lo sarà mai, pensando ai nostri volontari), ma è uno strumento raffinato. Sarebbe ingiusto fare delle valutazioni dopo solo alcuni mesi. Occorre ancora tempo per diffonderlo, per renderlo patrimonio di più persone. Occorre anche un impegno maggiore da parte nostra per dire (e stavolta a voce) che cosa è questo blog e quali obiettivi si propone. L'associazione è fatta di tante persone diverse, con menti diverse, con formazioni diverse, con tensioni e aspirazioni diverse. Ognuno di noi porta la sua esperienza e la sua visione della quotidianità, ognuno di noi ha altri impegni e altre relazioni che possono trovare spazio nel blog o in altro. Credo che sia molto importante offrire l'opportunità di esprimere tutte queste "diversità" nella convinzione che ogni individuo racchiude in sè una ricchezza unica. Mi viene naturale dire queste cose dopo la serata di danza (non solo danza!) a cui ho avuto la fortuna di partecipare martedì sera in piazza Prampolini. Ho provato grande emozione, intensa commozione e un desiderio forte di partecipare, di essere tra i danzatori in un qualche modo, anche solo con il battito delle mani. Ho desiderato fortemente ringraziare quanti hanno messo un po' di loro stessi (raccogliendo molto di più!) nella realizzazione di quell'evento. Anche lì , seppure ci fossero tante persone, ne mancavano altre che avrei voluto presenti e che mi sono mancate perchè con loro vorrei condividere le esperienze più significative del mio vivere quotidiano. Elena

1 luglio 2008

Ikea

Sono trascorsi 8 mesi dalla nascita del blog. La scadenza che, arbitrariamente, avevo fissato nel 30 giugno è superata. Per puro sfizio avevo inserito nel blog un sondaggio ove chiedevo quanti nuovi autori si sarebbero aggiunti tra la data dell’assemblea annuale di EmmauS ed il 30 giugno. C'è stata una sola risposta ed il fortunato giocatore meriterebbe un premio. La sua risposta “1” è risultata infatti vincente (o perdente a seconda dei punti di vista).
Un po’ di cifre sono quindi d’obbligo:
Gli autori registrati sono 15. Uno, anzi una sola di questi si è aggiunta nel corso del 2008 (vedi sondaggio soprariportato).
I post pubblicati sono 52 (questo incluso) e sono stati scritti da:
32 – Cristina
7 – Gianpietro
6 – Elena
4 – Claudia
1 – Dani
1 – Luisa C
1 – Pino
la suddivisione per mese è:
4 - 11/07
3 – 12/07
0 – 1/08
0 – 2/08
5 – 3/08
20 – 4/08
12 – 5/08
8 – 6/08
i commenti (redatti unicamente da autori registrati) sono 46, ripartiti su 24 post (con la punta massima di 6 in un singolo post).
Altre cifre non è il caso di darne. L’unica di un qualche interesse sarebbe il numero di persone che hanno sfogliato il blog leggendone i contenuti, ma è un’informazione che non posseggo. Un’ultima cosa però la posso dire. Grazie anche al contributo di Cristina i temi trattati dai post sono tutti particolarmente stimolanti, ricchi di spunti di riflessione e pienamente in linea con gli obiettivi prefissati.
Ho notato che le librerie esposte all’Ikea contengono libri “reali” con pagine effettivamente stampate (essenzialmente in inglese o svedese) anche se di autori in gran parte a me sconosciuti. Bene, questo blog non avrebbe nemmeno bisogno di eguagliare quello standard, gli basterebbe essere strutturato come i volumi esposti nelle librerie dei mobilifici nostrani. Eleganti confezioni di cartone, vuote dentro. Tanto …

Gianpietro

29 giugno 2008

Finale di partita

Devo solo impiegare il tempo in attesa della morte”. Questa è la risposta che mi sono sorpreso a dare a chi mi chiedeva quali programmi avessi per la giornata. Nelle intenzioni era solo una battuta, a volte mi vengono alla mente. Ma sono stupito di averla detta, non di averla pensata. Di solito simili considerazioni le tengo per me, al più le annoto, ma non le comunico. Allora ci ho riflettuto. Era vero? Se ero arrivato a parlarne superando il filtro della riflessione significava che era meglio fermarsi, rifletterci su. L’elenco delle cose da fare, delle scadenze, dei piccoli e grandi impegni è lungo. Prendo appunti in continuazione, ho foglietti sparsi dappertutto. Una volta tenevo tutto a mente, ora devo avere sempre l’agenda sotto mano. Allora ho tante cose da fare! Non è vero che ho del tempo da perdere! No, le cose stanno in modo diverso. Le mie azioni sono solo mosse di attesa. Il re è nell’angolo e attorno c’è un gran movimento di pezzi che sollevano polvere, fanno confusione, ben sapendo però che la battaglia è persa, che è solo questione di tempo. Quando lavoravo sapevo di doverlo fare per garantire entrate bastevoli per assicurare alla famiglia il pane, il companatico e qualche extra per tutti i componenti. Era l’impegno maggiore, rispettato il quale potevo, a buon diritto, sentirmi soddisfatto. Ma oggi? Sono pagato per non lavorare e così ogni altro modo di impiegare la giornata deve inventarsi nuove motivazioni. E quali? Risolvere, o, per meglio dire, accettare continui compromessi con i piccoli, fastidiosissimi e sempre uguali problemi di relazione quotidiana? Quelli sono i pedoni che, lenti, si trascinano per la scacchiera verso una linea di meta irraggiungibile, fermandosi a testa china davanti ad ogni pezzo avversario. Inutili fintanto che questi non cedono loro il passo. Fare delle letture, scrivere, coltivare amicizie, occuparmi di arte, di cultura? Quelli erano i nobili cavalli dalla ricca criniera, oggi ridotti a ronzini ansimanti che saltellano come pupazzi di cartapesta su giostre impazzite, in un continuo tornare sui propri passi senza costrutto e lungi dal conseguire risultati apprezzabili. Impegnarmi attivamente nel volontariato, sia socio-assistenziale, che socio-educativo? Quelli sono i due alfieri, scelta tardiva, alibi messi in gioco e che tagliano veloci svuotate diagonali lungo binari che non decido né controllo, regalandomi l’effimera illusione di essere utile. Armature lucenti allo sguardo, ma sostanza di latta. Affidarmi alla religione? La mia triste, disperata regina che tante volte ha fatto da scudo al re, proteggendolo coi suoi dogmi e le sue ferree certezze, ma che ora è scesa dalla scacchiera sacrificata sull’altare della ragione. Irrimediabilmente sconfitta dalla logica e dal buon senso, ma ancora viva ed operosa nei suoi tanti dettami. Anche la sicurezza che mi dava il lavoro, le mie amate torri, è stata spazzata via. Le ho scambiate in nome della libertà, convinto che la loro forza si stesse trasformando in oppressione soffocante e ancora non so se fosse maggiore la protezione che offrivano, o la vista che mi toglievano. Il re è solo, confuso, nell’angolo. Irrimediabilmente sconfitto, come questo blog.
Gianpietro

24 giugno 2008

La pietà

Non esiste sentimento che più di tutti gli altri abbia perso oggi il suo significato originale come la pietà. Sentimento nobilissimo per i latini, partecipazione alla natura divina per Dante, ai nostri tempi è diventata un’offesa oltraggiosa: dire a uno che ci fa pietà è uno degli insulti più grandi e nessuno di noi vorrebbe mai esserne l’oggetto, significherebbe il fallimento della nostra vita e delle nostre ambizioni. Facciamo sempre anche molta attenzione a non mostrarla e ci vantiamo, in questo, della nostra delicatezza. La signora da cui vado per il servizio EmmauS mi ha detto che c’è gente che esita a salutarla quando la vede fuori in carrozzina, la mamma di un bambino gravemente disabile dice che la gente distoglie lo sguardo da suo figlio quando l’incontra per la strada. Per uno strano concetto dell'educazione alcuni genitori rimproverano i figli quando guardano qualcuno che ha un handicap. Ci siamo dimenticati che nessuno di noi vive per se stesso soltanto, e che la vita non ci appartiene: ogni parte di noi, compresa la malattia, è anche parte degli altri e di un tutto. Il Nuovo Testamento è ricco di questi messaggi, ma trovo che la pietà sia qualcosa che travalichi una singola fede, perché la fede spesso mette degli argini, dei cancelli, e invece questo modo di sentire può essere sentiero comune di tutti e questi versi di Fernando Pessoa ne sono un esempio: "Tutto è la ragione di essere della mia vita. ... Mi sono moltiplicato per sentirmi,/ per sentirmi ho dovuto sentir tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,/ mi sono spogliato, mi sono dato, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente".
Cristina

20 giugno 2008

L'amore perfetto

Nella sala d’attesa di uno studio medico due donne parlano di un’amica ammalata da anni e del marito che con molta discrezione vive una vita parallela e segreta con un’altra donna. Tutte e due convengono che il poveretto ne ha diritto. Mi fa sorridere questo loro modo di esprimersi d’altri tempi, quando si sosteneva anche che un uomo ha le sue necessità, e mi chiedo se sarebbero capaci di mostrare la stessa benevola comprensione alla moglie se la situazione fosse capovolta. Ci sono coppie che una vita segnata dalla sofferenza e dalla malattia divide, ce ne sono altre che nelle difficoltà scoprono la forza di un legame che nemmeno loro pensavano di avere. Siamo soliti associare l’amore al breve attimo della giovinezza o al fremito altrettanto fugace di una relazione proibita, ma c’è una frase nei “Discorsi edificanti” di Kierkegaard che mi ha aiutato a capire meglio questo sentimento: “L'amore per quanto sia gioioso e indescrivibile sente il bisogno di legarsi. L'amore è assicurato eternamente solo quando è un dovere. La sicurezza che l'eternità concede all'amore elimina ogni inquietudine e lo rende perfetto. L'amore immediato, quello che si contenta di esistere, non può separarsi da un'angoscia, quella di poter sempre cambiare. Invece l'amore vero, che divenendo dovere ha assorbito in sé l'eternità, non cambia mai. Solo quando è dovere l'amore è eternamente libero, in una felice dipendenza”. Cristina

15 giugno 2008

Le case degli altri

Quando vado nelle case degli altri mi piace guardarmi intorno e osservare dagli oggetti e dalla condivisione degli spazi come vivono quelli che ci abitano. Quaderni e libri di scuola in cucina e in soggiorno parlano di un papà e di una mamma che aiutano i figli nello studio, o almeno ne condividono l’esperienza, la poltrona relax del nonno in soggiorno dice che gli anziani in questa casa non vengono isolati nell’angolo più remoto con la scusa che il chiasso dei giovani li disturberebbe, un certo ordine maniacale di chi vive solo suggerisce una inclinazione alla solitudine voluta e desiderata, forse un rifugio da una realtà un po’ inquieta che non tutti sopportano a lungo. Nelle case degli ammalati in fase cronica e irreversibile, questo inquilino scomodo e invadente che è la malattia si prende tutti gli spazi e soffoca quel diritto alla intimità di cui tutti abbiamo bisogno. Nella casa dove vado io non c’è più uno spazio libero, ogni stanza porta il segno di una condivisione totale e assoluta con la malattia: le medicine sono ovunque, per essere a portata di mano durante le diverse ore del giorno e della notte, nemmeno il frigorifero è stato risparmiato, perché alcuni medicinali devono essere conservati a una certa temperatura; ci sono diverse poltrone con le ruote: una più pesante per la casa, quella pieghevole per l’auto, una più piccola che serve solo per l’ascensore che, come in molte case, è ancora una barriera architettonica; poi ancora uno stabilizzatore per stare in posizione eretta, un sollevatore per alzare l’ammalato dal letto e viceversa, un carrello per i medicinali, una sedia particolare per la doccia, e poi attrezzi per gli esercizi respiratori, per i massaggi, misuratori di pressione analogici e digitali. Spesso il volontario viene mandato in una stanza a prendere una di queste cose e, pur con le dovute cautele, disturba il sonno o la quiete o la intimità di uno dei familiari. All’inizio è molto imbarazzante, la signora mi ha raccontato di una volontaria che mi ha preceduto e che provava molto disagio quando doveva entrare in una stanza dove c’era un altro familiare. La malattia mette in balia degli altri non solo l’ammalato, ma tutta la famiglia. Hanno bisogno dei volontari, dell’assistenza infermieristica, degli operatori sanitari, del medico, della collaboratrice domestica, di tutti: guai se non ci fossero. Sono molto gentili con tutti, ma nel profondo del loro cuore mi chiedo come vivano questa intrusione nello spazio più intimo che l’uomo ha e che è la sua casa. Cristina

13 giugno 2008

Sonata in Do maggiore K 330

Mi piace la musica e ho preso l’abitudine di annotare le emozioni che provo ascoltandola. La K 330 di Mozart non la si può non associare alla felicità. Inizia con un timbro brillante che la rende riconoscibile e prosegue con dei piccoli contrasti aspri e punteggiati che danno a chi l’ascolta delle piacevoli sferzate di energia. Un orecchio attento riesce a distinguere le diverse interpretazioni: l’esecuzione di Lang Lang, intensa ed emotiva, commuove, anche se difficilmente provoca il pianto, quella più distaccata di Krystian Zimerman evoca una grazia serena e imperturbabile. E’ una musica semplice che dà leggerezza al lavoro di ogni giorno. Quando sono con un ammalato, ma anche nel mio lavoro dove le tensioni sono tante, le mie emozioni rimangono imprigionate nel profondo, perché a un livello più superficiale la mia razionalità è impegnata a controllare che l'umore dell’altro non condizioni anche il mio. Quando torno a casa mi piacerebbe parlare con qualcuno, ma gli interlocutori ideali non sono sempre a portata di mano, e allora la musica assolve bene questa funzione di liberare la mia parte emotiva, restituendomi equilibrio e benessere. Cristina

10 giugno 2008

Etica professionale

Poche persone hanno la chiarezza e onestà intellettuale di Ignazio Marino, chirurgo specializzato in trapianti d’organo, che dopo aver lavorato diversi anni all’estero e soprattutto negli Stati Uniti, ha accolto nel 2006 la proposta di candidarsi al Senato in Italia per mettere la sua esperienza al servizio del bene pubblico. L’ho ascoltato per la prima volta il mese scorso ad una conferenza e mi ha impressionato perché riesce a parlare con molta semplicità di argomenti molto difficili dal punto di vista etico. Dice di avere imparato a vivere in una realtà completamente diversa da quella alla quale era abituato, perché il mondo della politica è complesso, molto diverso dalla precisione che caratterizza gesti e decisioni in una sala operatoria: tuttavia la politica per lui costituisce una sfida esaltante per tutto ciò che può essere realizzato per il bene di tutti e questa sfida lo ha stimolato e appassionato. Questo discorso mi ha particolarmente colpito perché io invece cerco sempre di evitare tutte le realtà che non contengono precisione, ma si prestano bene a sciatteria e confusione, compromesso e volgarità. E’ molto difficile credere e sperare in qualche cosa di buono, soprattutto quando si leggono notizie come quella di oggi di quattordici medici di una clinica privata arrestati perché usavano i malati come mezzo per arricchirsi, sicuramente con la collaborazione di tecnici e infermieri. Ma la rassegnazione non va mai bene, in fondo sarebbe solo la vittoria delle persone senza scrupoli e danneggerebbe tutti quelli che invece lavorano onestamente per il bene di tutti. Cristina