Da
bimbo, alla domanda: “Cosa farai da
grande?” avrò indicato, come tanti, il gioco del momento, ma non ne
conservo memoria. Negli anni, le domande sono diventate: “Che studi vuoi fare?”, “Quale
lavoro cerchi?”, “Su cosa ti vuoi
impegnare?”, “Insieme a chi vuoi
vivere?”. Domande comuni, che ben ricordo, anche se a nessuna posso
associare una risposta basata su solidi convincimenti. Chi invece può giurare
di avere risposto in piena libertà, cosciente delle proprie certezze? E quanti
hanno portato a compimento la scelta iniziale? Chi volevo essere, chi sono
diventato: spesso, sogni diversi. A decidere, il più delle volte, è stata
la vita stessa con la sua insondabile casualità, fatta di percorsi obbligati,
più che di reali alternative. Se oggi mi ritengo frutto delle circostanze, è
dovuto all’essermi trovato in un certo posto, in un dato momento e non altrove,
o in un’altra condizione. Ho deciso quasi nulla, accettando di rimanere entro
binari che non avevo tracciato. Ad ogni incontro mi sono limitato a cogliere
quel tanto che bastava per sopravvivere. Ho dato valore alle cose solo dopo
averle possedute, prima non esistevano, e non m’importa sapere che presto le
perderò definitivamente. Da vecchio, nel vedermi dall’alto, quando sono
generoso mi giustifico, se sono obiettivo mi condanno, volendo mentire non
nutro rimpianti. “Quanti talenti hai da
spendere? E per quale fine?” questa sarebbe stata la domanda giusta, a
patto di avere una colonna alta sei metri sulla quale rimanere appollaiato a
riflettere per il resto dei giorni. Nessun biografo mi aiuterà a rileggere il
passato, meglio allora accettare che il nulla prosegua nell’opera di spegnimento
della memoria. Gianpietro
16 marzo 2014
10 ottobre 2013
La ricerca del bene
La ricerca del bene è uno dei temi trattati nel corso
dell'intervista concessa da Papa Francesco ad Eugenio Scalfari, giornalista di
Repubblica (vedi questo link).
Sostiene il Papa: “La questione, per chi non crede in
Dio, sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi
non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad
essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa
decisione si gioca la bontà o la
malvagità del nostro agire.” Sono rimasto molto perplesso nel vedere convalidati i comportamenti delle
persone (e per estensione dei popoli) sulla base della sola "percezione
del bene". Così facendo: l'ignoranza, le tradizioni, le sottoculture, le superstizioni, le
suggestioni, gli indottrinamenti, le innumerevoli forme di auto-convincimento,
sia a livello individuale, che di gruppo (dalle più piccole sette, ai più importanti movimenti politici, religiosi, etnici) consentono di collocare un individuo tra i “buoni” solo che egli si ritenga in buona fede e “percepisca” il proprio agire “come bene”. Temo che
in questo modo sia possibile giustificare ogni obbrobrio! È lecito supporre che il Papa intendesse giustificare chi non si è ancora incamminato lungo il percorso tracciato da Gesù:
“Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6) e quindi, nel limbo di questa attesa, gli vada riconosciuta un'attenuante: "Padre, perdonali,
perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34)? Su questo punto
mi sento tuttavia di condividere l’opinione di Scalfari: “In un regime di libertà e di democrazia
convivono diverse visioni del bene comune, che si confrontano e si scontrano
tra loro. Chi ottiene la maggioranza dei consensi e quindi l'egemonia, cerca di
realizzare la sua visione del bene comune.” E alla domanda,
di rinforzo: “Santità, esiste una visione del Bene
unica? E chi la stabilisce? ” il Papa risponde: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e
anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa
sia il Bene”.
Mi domando allora se anche il kamikaze che si fa saltare tra i banchi di una scuola
elementare, o quelli di un mercato rionale, andrebbe incitato a procedere verso
quello che lui pensa sia il Bene. Di fronte all'insistenza del giornalista: “Santità, lei aveva detto che la coscienza è autonoma e ognuno deve
obbedire alla propria coscienza” il Papa non ha tentennamenti: "E qui lo
ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li
concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo".
A questo punto non ho altro da aggiungere. Gianpietro
6 ottobre 2013
sconvolgente banalità rivoluzionaria
Ho raccolto, sotto l’etichetta LINKS UTLILI; una parte di
quanto pubblicato sul dialogo intercorso tra il Papa ed Eugenio Scalfari.
Cliccando sulla voce “Papa Francesco” si apre un file pdf che contiene:
- La
lettera di Papa Francesco- La risposta di Eugenio Scalfari
- Il testo del loro incontro intervista
- I commenti di Hans Kung e di Vito Mancuso
Sono 18 pagine ricche di spunti di riflessione che credo meritino un’attenta lettura, perché ciò che in esse il Papa dice è, a mio avviso, di una “sconvolgente banalità rivoluzionaria”.
Sconvolgente - perché,
anche se si tratta di parole inserite in un contesto privato ed informale, lontano quindi dalle
comunicazioni fatte ex-cathedra, credo vada loro attribuita importanza pari a
quella di una enciclica, resa tuttavia comprensibile alla maggior parte
dei lettori, essendo priva degli orpelli e dei detto e non detto del linguaggio
ufficiale.
Banalità – perché,
in prevalenza, si tratta di affermazioni che il sentire comune riconosce come base
fondativa della dottrina di Cristo. Ovvie come lo può essere la ricerca del
bene ed il rifiuto del male, ma, al contempo, lontane dalla realtà come lo è il catechismo insegnato ai ragazzi, rispetto a quello praticato dagli adulti.
Rivoluzionaria - perché
se quegli impegni venissero effettivamente applicati, se la Chiesa accettasse di seguire l'insegnamento di Papa Francesco, ci troveremmo ad uno
sconvolgimento delle consuetudini e della pratica ecclesiale e temporale la cui
portata non riesco nemmeno ad immaginare.
Per natura, non sono facile all’ottimismo e credo che, anche
ammessa la sincerità e la buona fede di Papa Francesco, tali e tanti saranno
gli ostacoli che incontrerà il suo pontificato, da far svuotare di significato
gran parte di quanto ha promesso. Egli stesso mette le mani avanti ricordando i
“profondi cambiamenti e compromessi”
che il santo, suo omonimo, dovette a suo tempo accettare per vedere riconosciute dalla gerarchia e dal papa le regole del suo ordine. Tentativo velleitario?
A giudicare dalla portata delle sue affermazioni (e sempre che non si voglia continuare a giocare con il loro significato) sembrerebbe di si. Ma oggi è lui, il Papa, a proporle, non un frate straccione: e se non
ci prova lui e ora, chi altri e quando? Gianpietro
4 ottobre 2013
Una tragedia grande come il mare
La tragedia di Lampedusa, grande come il mare, nel quale è accaduta, mi ha fatto pensare alle tante persone, profughi o no, che vivono una vita tormentata dalla paura. E’ successo ai nostri genitori o nonni, che hanno vissuto il periodo della guerra, e non hanno più potuto dimenticare le incursioni, le perquisizioni e i bombardamenti.
Ma c’è ancora tanta gente, al mondo, che vive in questo stato costante di terrore e non c’è bisogno di leggerlo sui giornali, quando scoppia la tragedia, perché, spesso, questa gente è molto più vicina di quello che noi pensiamo.
Mi ero accorta, da tempo, che quando entravo in casa o in una stanza, dove lei era di spalle, la signora moldava, che da tanti anni viene in casa nostra, il giovedì, per aiutarci a fare le pulizie, sobbalzava e ci guardava con gli occhi spaventati per la paura. E’ una donna strana, che a me non ha mai ispirato troppa simpatia, e con mia madre aveva sempre da discutere e da litigare e minacciava sempre di andarsene. I motivi erano sempre piuttosto futili e tutti sul metodo di lavoro. L’una pensava che si dovesse spazzare prima di spolverare, l’altra l’esatto contrario. L’una pensava fosse meglio pulire una stanza alla volta, l’altra tutta la casa insieme. Fatto sta che con gli anni è invecchiata ed è diventata sempre più lenta, e tutte le volte che era ora di cena, dovevamo restare lì ad aspettare che lei finisse, perché non c’era una sedia su cui sedersi e la casa ancora sottosopra. Ma tutte le volte che minacciava di andarsene, mia madre, impietosita, la pregava di restare, e che facesse come credeva lei, perché a noi, le diceva, non importava. Questo anche perché, per il suo brutto carattere, veniva sempre licenziata dovunque andasse e certamente non avremmo potuto privarla anche di questo unico e stabile sostegno che era il magro stipendio che ha sempre preso da noi.
Ieri sera, quando sono tornata a casa, le ho chiesto se fosse stata lei ad aver portato i fiori che avevo trovato sulla tomba di mia madre al cimitero. E così, mi ha confessato che lei va ogni tanto e su quella tomba piange tutte le sue lacrime. Non piange solo per mia madre, con la quale vorrebbe ancora litigare, ma anche per lei stessa e per la sua vita disgraziata.
Le ho chiesto, allora, perché resti in Italia e se non ha una famiglia da cui tornare, soprattutto adesso che è anziana. Mi ha risposto, allora, che ha dovuto scappare, perché là ha un marito, che ha promesso di ucciderla e per di più sta occupando la sua casa, per cui non saprebbe nemmeno più dove andare.
Era nata in un villaggio in cui la madre era l’unica levatrice e per lavoro doveva spesso assentarsi, anche per più giorni, fino a quando il bambino della partoriente, in travaglio, non fosse nato.
Quando era bambina, piangeva, per questa lontananza dalla madre e allora il padre, un perito meccanico, che curava la manutenzione dei trattori, la portava con sé in campagna, dove lei era felice e tornava a sorridere dall'alto del trattore, guardando il volo degli uccelli e inebriandosi del profumo dei fiori, delle piante, dell’erba e dei campi. Aveva deciso, così, che da grande lì avrebbe voluto lavorare e vivere per sempre. Terminata la scuola, che aveva frequentato per dieci anni, aveva trovato un impiego in una grande azienda agricola, con centoventi dipendenti, dove il suo lavoro era quello di organizzare la manodopera dei braccianti, secondo il lavoro che c’era da fare. L’altro suo sogno era quello di costruire una casa e in questo progetto i genitori l’avevano aiutata e incoraggiata, all'inizio, dicendole che una casa era il bene materiale più prezioso, perché dava la sicurezza di non dover dipendere da nessuno. Nel frattempo, però, aveva sposato un uomo violento, che la riempiva di botte e senza una ragione. Quando picchiava più forte, lei andava a denunciarlo, ma dopo l’interrogatorio della polizia, quello, arrabbiato, picchiava ancora più forte. Subì trent’anni di violenze e sevizie inenarrabili, crescendo i figli e lavorando, per costruire questa casa. Ma quando la casa fu finalmente terminata, il marito, armato di una spranga di legno, l’aveva picchiata, fino a ridurla a una maschera di sangue, per potersene impadronire. Lei svenne e quando riprese conoscenza scappò, così, tutta piena di sangue, scalza e mezzo svestita, rifugiandosi in un canneto, lungo la strada, non appena vedeva qualcuno, perché si vergognava. Raggiunse, così, la casa della figlia, che l’aiutò a fuggire in Italia e a raccogliere i soldi, tremila dollari, necessari. La mamma levatrice è morta due anni fa, e l’intero paese ha riempito le strade per andare al funerale, tanti erano quelli che in sessant'anni di lavoro aveva fatto nascere, ma lei nemmeno al funerale della madre è potuta andare, perché il marito continua a dire a tutti che se la incontra, questa volta, l’ammazza davvero. E’ una storia triste, ma la compassione non basta e penso proprio che dovrò aiutarla a cercare un secondo lavoro, oltre a quello che le posso ancora offrire io, anche se di questi tempi non so davvero come. Ma porterò nel cuore il ricordo di quella bambina allegra, che dall’alto del trattore guardava il volo degli uccelli e si riempiva del profumo dei fiori dei campi, e so già che quando si hanno pensieri positivi, come questi, alla fine, c’è sempre qualche santo in cielo o sulla terra che ci aiuta. Cristina
Quando era bambina, piangeva, per questa lontananza dalla madre e allora il padre, un perito meccanico, che curava la manutenzione dei trattori, la portava con sé in campagna, dove lei era felice e tornava a sorridere dall'alto del trattore, guardando il volo degli uccelli e inebriandosi del profumo dei fiori, delle piante, dell’erba e dei campi. Aveva deciso, così, che da grande lì avrebbe voluto lavorare e vivere per sempre. Terminata la scuola, che aveva frequentato per dieci anni, aveva trovato un impiego in una grande azienda agricola, con centoventi dipendenti, dove il suo lavoro era quello di organizzare la manodopera dei braccianti, secondo il lavoro che c’era da fare. L’altro suo sogno era quello di costruire una casa e in questo progetto i genitori l’avevano aiutata e incoraggiata, all'inizio, dicendole che una casa era il bene materiale più prezioso, perché dava la sicurezza di non dover dipendere da nessuno. Nel frattempo, però, aveva sposato un uomo violento, che la riempiva di botte e senza una ragione. Quando picchiava più forte, lei andava a denunciarlo, ma dopo l’interrogatorio della polizia, quello, arrabbiato, picchiava ancora più forte. Subì trent’anni di violenze e sevizie inenarrabili, crescendo i figli e lavorando, per costruire questa casa. Ma quando la casa fu finalmente terminata, il marito, armato di una spranga di legno, l’aveva picchiata, fino a ridurla a una maschera di sangue, per potersene impadronire. Lei svenne e quando riprese conoscenza scappò, così, tutta piena di sangue, scalza e mezzo svestita, rifugiandosi in un canneto, lungo la strada, non appena vedeva qualcuno, perché si vergognava. Raggiunse, così, la casa della figlia, che l’aiutò a fuggire in Italia e a raccogliere i soldi, tremila dollari, necessari. La mamma levatrice è morta due anni fa, e l’intero paese ha riempito le strade per andare al funerale, tanti erano quelli che in sessant'anni di lavoro aveva fatto nascere, ma lei nemmeno al funerale della madre è potuta andare, perché il marito continua a dire a tutti che se la incontra, questa volta, l’ammazza davvero. E’ una storia triste, ma la compassione non basta e penso proprio che dovrò aiutarla a cercare un secondo lavoro, oltre a quello che le posso ancora offrire io, anche se di questi tempi non so davvero come. Ma porterò nel cuore il ricordo di quella bambina allegra, che dall’alto del trattore guardava il volo degli uccelli e si riempiva del profumo dei fiori dei campi, e so già che quando si hanno pensieri positivi, come questi, alla fine, c’è sempre qualche santo in cielo o sulla terra che ci aiuta. Cristina
2 ottobre 2013
Care memorie
La signora alla quale tengo, ogni tanto, un po’ di compagnia, come tutti gli anziani, ama ricordare di più le cose passate di quelle più recenti. Di queste, poi, non ricorda le delusioni o il male eventualmente vissuto o ricevuto, ma solo le cose belle e le ricorda con nostalgia, perché quelli erano gli anni della giovinezza, anni preziosi, che non torneranno mai più. Era nata nel 1922 in un paesino della provincia reggiana e aveva conosciuto il futuro marito a una gita domenicale in Val d’Enza. Il padre, appreso di questo innamorato, si era precipitato in città da un conoscente, per prendere informazioni, e il caso aveva voluto che il conoscente fosse lo zio del giovane, che lo aveva assicurato sulla sua serietà ed educazione. Era un giovane di buona famiglia, che aveva studiato a Parma, in un collegio privato, il Maria Luigia, famoso per il suo rigore. Al secondo anno di università, aveva però dovuto lasciare gli studi, per cercare un impiego, perché la famiglia, in seguito a un dissesto finanziario, aveva perso tutti i suoi beni. Così, quando fece la domanda di matrimonio, chiese alla futura moglie di venire a vivere insieme con la sua famiglia, della quale lui era l’unico sostegno. La giovane accettò e per quindici anni visse in casa con gli suoceri, un tipo di convivenza che in quegli anni difficili era molto comune, ma che adesso sarebbe impensabile, perché accade proprio l’esatto contrario e cioè che nei momenti di crisi quel filo sottile e fragile che tiene insieme le famiglie si spezza del tutto. Il marito lasciò presto il suo lavoro in banca per un altro, più vicino a casa, nella pubblica amministrazione, e qui studiò per migliorare la sua posizione, fino a conseguire un ambito posto di dirigente. La moglie ricorda gli anni in cui lo aiutava negli studi, standogli vicino, e seguendolo, per i concorsi, nella capitale. Sono ricordi allegri, che parlano d’amore, ma soprattutto di quel tipo di vita insieme, di cui adesso abbiamo solo un pallido ricordo, forse, dalla vita dei nostri genitori, in cui si stava davvero insieme, nel bene e nel male, mentre adesso, spesso anche a ragione, con maggior facilità ci si separa. Cristina
28 settembre 2013
La signora I.
La signora I. ha 91 anni e per questo è quella che le cartelle cliniche definirebbero grande anziana, ma, parlando con lei, ci si dimentica presto dell’età, perché la sua compagnia è fresca e piacevole come quella di una ragazza.
Dopo un’esperienza decennale nel servizio di volontariato, avevo deciso di scegliere una via a me più congeniale, per condividere, senza orari né troppo impegno, quella gentilezza e accoglienza che le tutor di Emmaus e dell’Hospice mi avevano insegnato. E così, mi sono messa in paziente attesa delle persone, che la vita avrebbe prima o poi messo sul mio cammino, a cui dedicare il tempo che un lavoro impegnativo e un compagno amorevolmente esigente mi avrebbero lasciato. Non ho dovuto attendere a lungo, perché nel cercare un lavoro per la signora che mi aveva aiutato nell’assistere mia madre, ho conosciuto la signora I. amica della collega di una mia amica. Quali mirabili connessioni – direbbe Trine – ci legano e fanno apparire il mondo molto più armonioso e amico di quello che non ci appare, se limitiamo la nostra percezione a quello che chi ci governa e ci opprime vuole farci avere, spaventandoci, per poterci meglio dominare.
Ma tornando al caso che vi voglio raccontare, oggi pomeriggio, sono andata al colloquio di lavoro insieme alla signora che desideravo collocare e che, dopo la morte di mia madre, era rimasta senza lavoro. La signora I. è rimasta molto soddisfatta, ma aimè deve aver pensato che io facessi parte dell’offerta e in men che non si dica mi sono ritrovata a lasciarle il mio numero di telefono, impietosita dal fatto che mi avesse detto che le avrebbe fatto molto piacere che qualche volta fossi andata anch’io a tenerle un po’ di compagnia e che, ogni tanto, l’avessi accompagnata anche a messa.
Così, in un colpo solo, la signora I. ha trovato un aiuto domestico, la cara persona che ha assistito mia madre ha trovato un lavoro, e io una nuova occupazione come volontaria freelance.
Cristina
27 settembre 2013
Autunno
Ogni cambiamento di stagione mi piace perché mi sembra che inauguri un periodo nuovo della vita. In particolare l’autunno invita alla riflessione, dopo gli svaghi dell’estate, che è una stagione in cui si vive per lo più all’aria aperta e non c’è tanto tempo per i pensieri. A dire il vero, per me, quest’anno, non c’è stato tempo per i pensieri, non tanto a causa degli svaghi, ma perché mia madre se n’è dolcemente andata, come era del resto suo desiderio da tempo, essendo ormai sazia della vita e carica di anni. Tra le decisioni da prendere, adesso, c’è naturalmente quella che riguarda il volontariato. Dopo l’esperienza positiva che ho fatto in famiglia, con l’assistenza domiciliare, che oggi è diventata indispensabile per la sanità pubblica, per ridurre i costi troppo elevati delle strutture ospedaliere, penso che questa potrebbe essere una bella opportunità per le famiglie di accogliere in casa i familiari anziani o malati e assisterli personalmente, o con l’aiuto di qualche risorsa esterna. Occorre quindi imparare di nuovo questo stile di vita che un tempo era comune, ma che adesso non lo è più. In questo, sia Emmaus sia l’Hospice sono stati per me una buona scuola. Penso che tali però debbano restare, perché per lavorare in una organizzazione occorre essere meno anarchici di quello che sono e che sono sempre stata. Per cominciare però e per capire in che cosa consiste il servizio, che si deve svolgere in una famiglia o accanto a un malato, penso sia indispensabile ricevere una buona formazione teorica e anche pratica e in questo i dodici anni che ho fatto con queste organizzazioni sono stati preziosi e di grande aiuto. Poi però io credo che occorra acquisire la capacità di trovare da soli la persona o la famiglia, perché le relazioni che si istaurano anche per servizio devono essere una scelta libera e reciproca. Ho avuto occasione di parlare di questo, recentemente, con un’amica, che è anche la volontaria con cui ho diviso per alcuni anni un servizio presso una signora invalida. Da questa persona andavo ormai da dieci anni e una volta che ricevette la visita di una conoscente mi sussurrò all’orecchio di non dire che ero una volontaria, ma un’amica. Sul momento sorrisi, perché per me, dopo tanti anni, non c’era distinzione, perché se non mi fossi trovata bene e non avessi ritenuto la sua compagnia piacevole, come quella di un’amica, certamente sarei rimasta a casa prima. Però, comprendo adesso che il messaggio che passa è quello del servizio caritatevole e del quale ci si vergogna anche un po’ e che se si avessero i mezzi probabilmente si assumerebbe una persona di servizio e del volontario a quel punto non ci sarebbe più bisogno. Ma non è così che a mio avviso va inteso questo servizio. E me lo ha confermato l’amica con cui mi sono trovata perché a lei una signora, che aveva fatto la richiesta, aveva addirittura specificato di andare al mercoledì e alla domenica, quando non c’era la badante. E’ evidente che il volontario non può assumersi un simile impegno, ma soprattutto la relazione che si vuole instaurare con la persona dovrebbe essere alla pari e solo così può essere piacevole e utile per entrambi. Come qualcuno aveva detto, quando ho fatto la formazione, il volontario è la persona che fa entrare in una casa la vita normale di relazione, perché quando uno è malato finisce per essere circondato solo da personale infermieristico, medico o sanitario, che non fa che ricordare a quella persona la sua malattia, quando invece la malattia è solo una parte di quell’unico molto più complesso che è l’uomo. Cristina
11 agosto 2013
E' volontariato anche quello familiare
Ci sono volontari che accedono al servizio dopo un’esperienza
personale, per aver compreso, in quella circostanza, il valore della solidarietà.
Ce ne sono altri, invece, che vi si accostano quasi per caso e da quella
esperienza imparano a gestire in modo sereno eventuali situazioni che dovessero
capitare anche in famiglia. Mi ha suscitato questo pensiero il post di una
giovane forumista che su un altro sito confessava sgomenta che si sarebbe
sentita male solo all’idea di doversi occupare dei suoi genitori, una volta
divenuti anziani, i quali, diceva, non si erano mai curati di lei, quando era
piccola né dopo. L’ho rassicurata subito dicendole che alla sua età, e per
altre ragioni, sicuramente meno drammatiche delle sue, avrei pensato la stessa
cosa.
Invece adesso che mi devo occupare di mia madre ultranovantenne
questa cosa non mi spaventa più. Come dice il detto, più che preoccuparsi è sempre
meglio occuparsi.
In un altro post, avevo parlato della prima badante, che
abbiamo assunto per assistere mia madre che vive con me. La scelta di
accogliere in casa mia madre l’ho trovata giusta, anche se a dire il vero all’inizio
avevo più di un timore, perché avrebbe limitato la mia libertà. In questo modo,
con qualche aiuto, si può fare una vita normale: lavorare, ricevere gli amici,
andarsene ogni tanto per qualche fine settimana, mentre i genitori che vivono
da soli richiederebbero tutto il nostro tempo libero, senza contare i costi
fissi che sarebbero il doppio.
Nina, la prima badante, si è licenziata, dopo sei mesi, per
tornare in Georgia, che è il suo paese e nello stesso giorno è arrivata Luba,
ukraina, che ho scoperto essere mia vicina di casa e della quale siamo tutti
molto contenti. Anche di Nina siamo rimasti contenti per quanto riguarda il
lavoro, del quale era molto competente, ma poi si sono rivelati alcuni aspetti
un po’ negativi della sua personalità, non prevedibili in sede di colloquio, e
altri invece ai quali avremmo dovuto dare più importanza, come la conoscenza
della lingua italiana, che lei non è mai riuscita a imparare. Adesso so che è importantissimo, invece, che
chi assiste il malato gli faccia compagnia, ne solleciti l’attenzione,
tenendolo informato sui fatti quotidiani e cercando di conoscerlo meglio, per
cercare di capirne i gusti, le aspettative, per quello che si può, naturalmente.
Luba è una badante completa: ha per il suo lavoro una vera vocazione e, cosa
molto importante, cucina molto bene e conosce perfettamente tutte le proprietà
dei cibi, cercando di somministrare a mia madre cibi genuini, con il giusto
apporto nutrizionale. Tutto quello che può fare in casa lo fa, così sa che gli
ingredienti sono buoni e naturali: marmellate, gnocchi di patate, minestre di
verdura, polpette e altri piatti che sa cucinare con abilità da chef, perché ha
lavorato per sette anni in un ristorante di Modena. Poi, si è dovuta occupare
della suocera, che è italiana, e che ancora piuttosto giovane aveva avuto un ictus
e qui ha imparato tutto quello che occorre sapere per assistere un malato grave
in casa, competenza della quale ha poi fatto la sua professione. Luba
naturalmente non vive con noi e fa un orario di lavoro che copre il mio in
ufficio, ma ho preferito farle un contratto a tempo pieno, per avere la sua
disponibilità ogni volta che si rende necessaria.
Ma tornando al titolo, che ho dato a questo post, vorrei
dire che il miglior modo per svolgere attività che sentiamo come un dovere e
che troviamo faticose, alle quali non siamo abituati, è farlo proprio con l’atteggiamento
del volontario, che diventa un vero volontario, come affermava l’abbé Pierre,
solo quando è già lì con le valigie in mano, pronto per andarsene, magari
chiedendo a se stesso chi glielo ha fatto fare di trovarsi lì in quella
situazione e poi, invece, alla fine decide di restare.
Cristina
22 maggio 2013
Le scelte

I nostri comportamenti dipendono da un’infinità di fattori.
Impossibile stilarne un elenco esaustivo. Solo per citarne alcuni: la
differenza di genere, lo stadio dell’esistenza, le condizioni di salute, le
risorse a disposizione, le condizioni ambientali, le convenzioni ed il ruolo
sociale, la storia personale, i vincoli familiari, la cultura, le tradizioni,
l’educazione, le aspettative individuali e le pressioni sociali, lo stato
emotivo e psichico del momento, il carattere, la sensibilità … i pensieri … i
sentimenti …. E questi sono solo una parte degli elementi che entrano in gioco,
a diversi livelli d’intensità e senza che si possa tracciare una scala di
priorità. Si tratta di un mix che può variare, per quantità e rilevanza, anche
sensibilmente da individuo a individuo. Parlarne in termini generali sarebbe da
sciocchi. Un po’ come definire il livello di felicità, o di sofferenza,
attribuendo peso prevalente a quello che, a nostro giudizio, costituisce il
fattore dominante. “Quella persona non
potrà mai essere felice con la situazione familiare/economica/di salute che si
ritrova…”, oppure “Non capisco cosa gli
manchi per essere felice. Si gode la pensione, è in buona salute, senza
problemi economici, né familiari …” La realtà può essere ben diversa, può dipendere
da tutt'altro. “Il piacere di vivere”,
così come “il male di vivere”, possono
coesistere alternandosi fino a sembrare, riflessi
nello stesso specchio, uno il negativo dell'altro. Non si tratta di compensazione tra opposti e nemmeno
della ricerca di un compromesso. Nel campo dei sentimenti questa dicotomia si
manifesta con maggiore evidenza. La capacità di controllo è ridotta, i dubbi
possono diventare assillanti e la percezione della realtà è fortemente
distorta. Si convive con spinte contrapposte ed il passaggio dall'una all'altra sponda è sempre un salto nel vuoto, un momento di vero panico, di fiato
sospeso. In quei frangenti gioia e dolore crescono in modo esponenziale e la
differenza tra la strada e la scarpata diventa minima. Gianpietro
18 maggio 2013
November rain
Si pensa di potere aspettare, che non sia necessario
correre, avere fretta di decidere. Ci saranno altre possibilità, nuove occasioni. Basterà farsi trovare pronti. Passano gli anni e li riempiamo di
cose non fatte, di opportunità che ci siamo lasciati scivolare
addosso, perdendole definitivamente. Tanto ne verranno altre: abbiamo detto. È
stato così per le scelte di studio, lavorative, culturali, di
svago, di ricerca, affettive… Sono soprattutto le persone che tendiamo a considerarle
di passaggio. È come se le vedessimo immerse in un flusso continuo nel quale crediamo di poterci inserire a nostra discrezione. Siamo
convinti di avere il diritto a pescarvi sempre il meglio, ma senza fretta,
tanto c’è tempo, ne passeranno di più interessanti. Per alcuni, queste scelte risultano condizionate dall'ambiente, dalle
tradizioni, da vincoli oggetivi, da figure estranee. Il peso delle decisioni viene rimosso
dalle spalle di chi dovrebbe/vorrebbe portarlo e spostato su altri che
diventano così proprietari anche dell’anima. In entrambi i casi le difese accumulate negli anni si ergono a formare una barriera che toglie l’orizzonte
alla vista e respinge chi vorrebbe accostarsi. Molte occasioni non si ripresenteranno più. Ma quando un giorno incontriamo la persona che sognavamo di poter scegliere e dalla quale vorremmo essere scelti, ecco che intorno a
noi la gabbia ha già preso forma e consistenza, ed anche il tempo assume ben altra
rilevanza. L’insofferenza pervade le giornate, ogni attimo d’attesa è visto
come uno spreco. Siamo noi a trovarci trascinati dalla corrente,
invocando un braccio che si allunghi nella nostra direzione prima di venire
sospinti oltre. Vorremmo gridare: “Non perdere questa opportunità! Cambia il
corso dell’esistenza! Fermati e scegli!”. Parole che pronunceremo a gran voce, consapevoli che potremmo non essere ascoltati. Gianpietro
7 maggio 2013
Fine vite
Nutro stima e rispetto nei confronti di Vito Mancuso e mi
trovo solidale con diverse sue analisi (ho apprezzato in particolare “L’anima e
il suo destino” ed. Raffaello Cortina – 2007). Non altrettanto convincenti mi
sono parse le considerazioni riportate nell’articolo pubblicato su “La
repubblica” del 5 maggio 2013 (clicca qui per leggerlo, prima di proseguire).
Il tema (eutanasia, o suicidio assistito) è ampio e non offre
appigli a chi fosse alla ricerca di verità incontrovertibili (tralascio gli integralisti
e i dogmatici). Assumo pertanto come valide, sia le due premesse “alleviare la
sofferenza, sempre” e “rispettare la libera autodeterminazione delle coscienze,
sempre”, sia la classificazione dell’individuo, la sua “consistenza”, nelle
cinque forme di vita (di qui il plurale nel titolo del post) raggruppate nelle
tre classi “bios-zoè” (biologica e animale), “psychè” (psichica) e “logos-nous”
(ragione e spirito). Accetto anche che tra di esse esista un ordine crescente in termini evolutivi (sia temporali che di consapevolezza). Detto questo mi è parso evidente, dalla lettura del
testo, che all’ultimo livello “logos-nous” viene attribuita la responsabilità delle
scelte che impattano sui livelli inferiori: “io penso che il rispetto della
vita debba consistere alla fine nel rispetto della sua vita spirituale (nous),
della sua coscienza o libertà” e più avanti: “cosa è più sacro: la vita
biologica o la vita spirituale?”. Queste affermazioni pongono già un problema nei confronti
di chi quel livello non lo ha ancora raggiunto (infanzia e sottocultura) o lo
ha perduto (malattie e infortuni). Chi stabilisce inoltre la sua esistenza,
completezza e integrità? È quindi al livello del “nous” che andrebbero
assegnati tutti i poteri decisionali sulle “vite” dei livelli “inferiori”: non
solo su quella biologica/animale, ma anche su quella psichica. Eventualmente in
modo selettivo?
Sviluppando il discorso credo si possa andare oltre il
limite posto dall’autore: “di fronte ai casi estremi di malattia, quando la
disarmonia tra le forme vitali diviene lacerante…” dato che egli stesso fa
riferimento a: “esseri umani che non riescono, o non vogliono, mantenere
l’armonia tra la loro vita biologica, la loro vita psichica e la loro vita
spirituale” e poco più avanti lo ribadisce con un’affermazione che, a mio
avviso, apre la porta a scelte di “fine vita” non strettamente collegabili a
condizioni di tipo “vegetativo”. Dice infatti: “e se un essere umano ha
liberamente scelto di mettere fine alla sua vita bios perché per lui o per lei l’esistenza
è diventata una prigione e una tortura … lo (si) deve rispettare”. Quali
tipologie di suicidio non rientrano in tale casistica? Chi, oltre
all’interessato, può valutare le condizioni di: “ansia, paura, sofferenze
devastanti per la salute psichica e spirituale”?
Le lascio come domande aperte.
Personalmente ritengo che nessuno stato e nessuna religione debbano tramutare
il “diritto” alla vita in un “dovere” e in questo condivido l’affermazione
dell’autore: “nessun essere umano può essere costretto a continuare a vivere”,
ma la amplio, sostenendo: “a prescindere dalle condizioni e dalle circostanze
della scelta”. Gianpietro
6 maggio 2013
L'arte della semplicità
“L’arte della semplicità” è il titolo di un bel libro di Dominique Loreau, che dagli anni ’70 vive in Giappone e ha adottato lo stile della filosofia zen anche nella sua vita pratica di tutti i giorni. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore e credo che sia importante precisare che semplice non ha il significato di una diminuzione, ma significa essenziale. Viviamo circondati da migliaia di oggetti, molto spesso inutili, che però ci dispiace buttare via, perché sono legati a un ricordo o perché sono stati di moda e li abbiamo pagati tanto o perché pensiamo possano tornare a servire un giorno o l’altro. Dopo aver letto questo libro, viene voglia di eliminarli una volta per tutte e certamente non li rimpiangeremo. Gli oggetti che ci servono veramente sono davvero pochi e non bisogna pensare che una casa disadorna perda in bellezza, perché invece gli spazi si riempiranno di luce, di profumo, di aria: elementi bellissimi che renderanno migliore la nostra vita. Io ho cominciato anni fa a liberarmi degli oggetti inutili e soprattutto di quelli brutti e questo ha fatto nascere in me, per ogni nuovo acquisto, il bisogno di comprare solo quello che veramente mi serve e non occupa solo spazio, ma che sia anche bello, artigianale, piacevole al tatto e alla vista, pensando anche che quando lo eliminerò, perché mi avrà stancato, potrò darlo a qualcuno e questa persona ne ricaverà il piacere, alla sua vista, che ha dato a me la prima volta. E non importa se questa persona, che avrà un mio abito, o una borsa, o un servizio di piatti, o un gioiello, sarà un’amica, un familiare, un povero, che si veste con quello che si lascia nei cassonetti della Caritas. Sarà bello condividere con altri l’oggetto che abbiamo acquistato, solo se non è sciupato ed è ancora bello, come quando lo abbiamo ricevuto noi la prima volta. Così ho fatto con i libri. Quelli che non mi erano piaciuti sono finiti nel cassonetto della carta da riciclo e ho regalato solo quelli che, pur essendomi piaciuti, non avrei riletto, perché nella biblioteca di casa è meglio tenere solo pochi libri, essenziali, importanti, che amiamo leggere e rileggere, e per tutti gli altri, fortunatamente, adesso c’è il lettore digitale, che ne contiene migliaia e non occupa spazio. Dopo essermi circondata solo di oggetti belli e funzionali, in casa, è stata la volta di fare pulizia nei miei pensieri. Quanti luoghi comuni, quante idee fisse inculcate nella mia testa, chissà quando e chissà da chi. Solo tra le amicizie non ho fatto nessuna pulizia, come invece sembra raccomandare questo piccolo libro, perché quelle che ho sono poche e mi sono tutte care. Sono tutte diverse tra loro e anche da me, ma non importa: alcune sono recenti, magari acquisite sul web o frequentando qualche comunità, altre, di vecchia data, risalgono addirittura all’infanzia.
Concludo infine con un pensiero di Thoreau a cui ricorro spesso e che forse oggi varrebbe la pena per molti di ricordare: “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.” (David Thoreau, Walden). Cristina
Concludo infine con un pensiero di Thoreau a cui ricorro spesso e che forse oggi varrebbe la pena per molti di ricordare: “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.” (David Thoreau, Walden). Cristina
5 maggio 2013
DOMINO
Nel corso dell'esistenza si creano tra le persone intrecci che, a priori, non si sarebbero potuti immaginare. Le relazioni che contano prendono spesso il
via da episodi che nulla hanno di canonico e seguono snodi dagli esiti talmente
aleatori da sembrare poggianti sul nulla. Succede poi che queste relazioni prendono consistenza,
quasi fossero sorrette da fili invisibili: si rafforzano,
diventando prioritarie e prevalenti. Alla base restano tuttavia equilibri instabili,
dichiarazioni d'intenti che sembrerebbe facile spezzare, o disconfermare. Ad
esse si contrappongono situazioni esteriori, dipendenze relazionali e
affettive, tante particolarità contingenti che puntellano l’intera struttura,
fino a quando, modificandosi anche un solo tassello, viene ad alterarsi
l’equilibrio complessivo. Sono come le tessere di un domino accostate le une alle
altre. A seconda del tipo di disequilibrio che si viene a creare, causa anche fattori
del tutto esterni alla relazione, si presenta un nuovo quadro
d’insieme, al cui interno le tessere assumono un differente orientamento, talvolta opposto a quello iniziale. Ciascun attore è allora chiamato a recitare una
parte del tutto nuova. Ruoli che erano comunque già contemplati
dal copione: noti, dichiarati e condivisi da ogni recitante, ma dall'esito incerto perché mai provati sul campo. Se in una scena si attiva una promessa,
ancorché basata su una mera ipotesi, si deve essere consapevoli che in una
delle scene successive è possibile, con variabile probabilistica da zero a
cento, che quella promessa debba essere mantenuta. Puntellarsi su equilibri basati
unicamente su scenari teorici e mai sperimentati, è fattibile, ma impegnativo.
Può venire il giorno della verità, del sì pronunciato al posto di una sequenza infinita di no, ed allora si deve essere pronti a rendere conto di quanto
promesso, degli impegni assunti. Quando ciò accade va inoltre tenuto presente che gli
attori sono già stati duramente provati dalle condizioni che hanno portato al
cambiamento. I tempi di attuazione delle scelte sono ridotti ed i margini di
manovra minimi. In quella fase le possibilità di modifica delle prospettive sono
nulle, o possono risultare inaccettabili agli occhi di chi ha puntato tutto sugli impegni
dichiarati e costantemente ribaditi.
Ecco, con questa consapevolezza, io rinnovo la promessa.
Qualunque sia la sua scelta. Gianpietro
3 maggio 2013
il "giusto mezzo"
Sono trascorsi due mesi dall’ultimo post pubblicato su
questo blog. Un intervallo comunque limitato, dato che ormai si tratta di uno
spazio riservato a pochi intimi, non più identificabile come strumento
comunicativo di un’associazione. Credo sarebbe anche corretto modificarne il
nome: operazione però non consentita dato che fa parte dell’url. Prima tuttavia di
rimuovere, quanto meno, il logo di EmmauS, mi piacerebbe avere vostri
suggerimenti. Dicevo di questi due mesi trascorsi nel silenzio degli
autori, al pari di quello dei visitatori. Oggi Cristina lo
ha interrotto citando Tolstoj in un commento su “Alternanza” del 3 marzo. Sono
lusingato per l’accostamento, ma dissento rispetto all'invito ad adottare il
“giusto mezzo” (l’aurea mediocritas proclamata da Orazio). Per gran parte
dell’esistenza ho seguito proprio quella regola: “non rischiare”, “aspetta”,
“stai alla finestra”, “ fai il minimo”, “scegli il male minore, o il bene meno
impegnativo”, “adattati alle circostanze”, “non esagerare”, “sopporta”, “non
esporti”, “soffoca le passioni”, “pensa agli altri”, “non creare sofferenza”,
“sii responsabile”, “pazienta”, “rinuncia” … sempre alla ricerca dell’equidistanza tra il nihil e lo slancio (non me
la sento di usare il termine “illusioni” scelto da Cristina).
Oggi avverto per intero il peso di questa politica della non
scelta, di questo comportamento votato alla disperazione, frutto di compromessi,
spesso nemmeno sollecitati. Questo periodo è terminato, quell'io ha cessato di
esistere il 9 marzo. Una volta varcata l’ultima sliding door è nato un nuovo
individuo. Due mesi fa ho scelto un differente battesimo, che in questi giorni
ho riconfermato con una promessa fatta seduto in terra, la schiena appoggiata
ad una lapide. Da oggi non più galleggiamenti avvolti dalla nebbia, silenzi mascherati
da quieto vivere. Da oggi voglio urlare di gioia, ed allo stesso modo piangere di dolore. Bruciarmi se mi attira il fuoco, annegarmi se mi attrae l’abisso. Da oggi ho
scelto di amare a dispetto delle regole e delle convenzioni, dell’età e delle
circostanze. Ho scelto di amare, qualunque sia la sua scelta. Ho deciso di
vivere. Gianpietro
I due ruscelli
Finalmente riuniti
Un solo canto
10 marzo 2013
Mille

9 marzo 2013
Sliding doors
Talvolta, si verificano inaspettate soluzioni di continuità,
capaci di sciogliere lacerazioni provocate da spinte contrapposte. Si tratta di
eventi esterni e, spesso, da noi indipendenti. Clamorosi o banali, ma sempre
efficaci quel tanto che serve a rompere, per tempi indefiniti, lacci che parevano
inestricabili. Ai più significativi diamo il nome di “momenti di svolta”.
Spesso si presentano in forma di individui, la cui influenza marca
profondamente la nostra esistenza, sia che ci abbiano rivolto lo sguardo una
sola volta, sia che ci accompagnino fino alla morte. Altre volte sono eventi,
accadimenti traumatici, tanto quelli lieti come quelli dolorosi, in grado di spostare il baricentro
dei nostri interessi. Sotto quelle spinte la vita ridisegna il proprio percorso e
dal loro verificarsi traiamo le giustificazioni allorché ci voltiamo per
rileggerne il senso. Di fronte ad essi ci sentiamo indifesi, anche se non ci viene preclusa la possibilità di barare. Ma tantissimi altri incontri marcano il sentiero,
costellandolo di occasioni vissute o perse, di mani protese o chiuse a pugno, di
sguardi distolti o affrontati, di scelte lasciate a chi veniva dopo di noi o accettate
anche quando non si era costretti a farlo … Mi è facile pensare alle tante “sliding
doors” che si sono richiuse alle mie spalle, in numero almeno pari a quelle contro le
quali ho sbattuto il viso. Mi volto e credo di vedere una linea retta. Mi sembra che nulla
potesse essere diverso da come è stato. Mi ripeto allora che non ho fatto altro
che seguire un solco, e che la libertà di scelta è una finzione. Ciò che è stato, è stato così come doveva essere e diversamente non poteva. Eppure quelle porte
non le ho dimenticate, la soluzione di continuità l’ho avvertita e se oggi mi
dico “avrei potuto”, l’avrei potuto dire anche allora.
Ma non è di questo che volevo scrivere. Stasera riflettevo su altri incontri, su "sliding doors" cosiddette “minori”, quelle che possono avermi dato un attimo di serenità o avere favorito il sorgere di un dubbio. Quelle che hanno contribuito a darmi la spinta giusta oppure avermi aiutato nella frenata. Nei miei ricordi lo sono state alcune letture, purtroppo ignorate
quando sarebbe stata invece l’età giusta per farle. Lo è stata certa musica,
come quella che ascolto adesso mentre sto scrivendo, casualmente scoperta
nell’unico momento, tanti anni fa, in cui serviva. Lo sono stati gli scritti che mi
sono regalato, disseminati negli anni, nei diversi tentativi di ricerca interiore, mai completata, e
che vorrei avere la capacità di continuare. Lo sono certe amicizie nate per
gioco e che si cibano d’aria, di attese, di silenzi più che di parole. Incontri
casuali e che tali rimangono fino a quando una parola in più dà origine alla soluzione di continuità. Ed ecco lo squillo
che getta un’asse tra le rive. Percorrerla significa ritrovarsi con una pianta tra le mani alla quale donare l’acqua giusta perché non inaridisca, ma, al contempo, cresca senza il rischio di annegare.
Gianpietro
3 marzo 2013
Alternanza

Ci sono momenti, periodi lunghi anche più giornate, che vivo
malvolentieri non sopportando lo stress che mi procura il concatenarsi degli
impegni. Per contro, vi sono altre giornate nelle quali la mancanza di compiti genera
noia, ansia, un'uguale sofferenza. E questo alternarsi convive con un malessere
che ha molteplici cause. Il rumore di fondo è sempre lo stesso: l’incertezza, la
sensazione d’impotenza, d’ineluttabilità, d’inadeguatezza di fronte ai
comportamenti che mi vengono richiesti o ai quali credo di dovere attendere.
Fuga e ricerca, immersione e soffocamento, ansia e noia, con margini di
tolleranza sempre più ridotti. Complice un degrado mentale e fisico che, riconoscendolo, tento, ma è sforzo vano, di respingere. Essere qui e altrove. Vedermi
dall’alto per tutto comprendere e contenere. O identificarmi solo con l’io interiore:
testuggine che non riceve luce e non dà voce. Nel passato c’erano prospettive,
attese dettate dalle consuetudini, regole inconsapevolmente accettate, che
scandivano tempi e modi. Poi tutto questo è finito. Non ricordo il momento, né
ha senso cercarlo. Se c’è stato, era una bandiera abbassata, non la causa.
Forse uno scritto liberatorio. Forse la fine dei giochi, che si chiamassero lavoro
o studio. Forse occhi che si sono finalmente aperti sul vuoto intorno, non
visto, ma sempre esistito. Ed ecco l’ansia che ondeggia tra il bisogno di colmare
e il desiderio di fuggire. Chi mi giustificherà per le ore che spreco? Tra
pochi giorni compio gli anni. Per mio padre fu l’ultima volta. Gianpietro
28 gennaio 2013
Shoah
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(Martin Niemöller 1892-1984)
27 gennaio 2013
Sono un "baby boomer"

Nei giorni scorsi ho ultimato la lettura del libro di Federico Rampini “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo – manifesto generazionale per non rinunciare al futuro”. Non si tratta di un "vero" libro, ma della ristampa di una serie di brevi articoli già pubblicati sul quotidiano del quale l’autore è corrispondente dagli USA. Articoli tutti inerenti il tema dei cosiddetti “baby boomers”. È un genere di saggistica che non mi attira, sia perchè la forma adottata non offre sufficienti approfondimenti, sia perchè su gran parte delle tematiche sociologiche si può dire tutto ed il contrario di tutto. Tuttavia, rientrando anch’io, seppur di poco, nel range anagrafico che mi classifica come “baby boomer” mi sono posto alcune domande. Ad esempio: perché …
... il significativo innalzamento dell’aspettativa di vita, in termini sia quantitativi che qualitativi, viene considerato una conquista a livello individuale, ma un grave pericolo (e quindi un danno) a livello sociale?
... un sessantenne in buone condizioni (come nella maggioranza dei casi) e con una prospettiva di diversi anni di capacità produttiva viene considerato di intralcio, di ostacolo all’inserimento della generazione successiva nel mondo del lavoro?
... si parla di noi in termini di gerontocrazia, di generazione tappo, ancorata a privilegi anacronistici, consumatori di risorse sociali, mentre mi ritengo fonte di saggezza, depositario di esperienze, possibile guida?
... un rancore così forte nei confronti di padri/nonni apparsi solo una generazione dopo quella, allora rispettata, ma che ha causato l’olocausto della seconda guerra mondiale e subito dopo ci ha riempito il materasso di ordigni nucleari?
... si innalza l’età pensionabile e nel contempo si incentivano le uscite anticipate dal mondo del lavoro di chi non ha ancora sessanta anni?
... le pensioni perdono continuamente potere di acquisto, non venendo adeguate all’inflazione, e nel contempo veniamo colpevolizzati se non compriamo una nuova automobile ogni anno?
... il mercato non offre posti di lavoro per i nostri figli, mentre gran parte degli articoli che acquistiamo reca sulla targhetta la scritta “made in china”?
…
Adesso cambio genere di lettura. Gianpietro
20 gennaio 2013
Quel 17 gennaio
Solo dopo aver pubblicato il commento al post di Cristina
sulle “badanti” mi sono reso conto che era il 17 gennaio. Ho avuto bisogno di
quell’input per ricordarmi che in quello stesso giorno di sei anni fa aiutavo
Valentina (la badante) a lavare e rivestire il corpo ancora caldo di mia madre.
Diversamente, avrei di certo ignorato la ricorrenza. Ci ho riflettuto in
questi giorni e mi sono chiesto se quella morte mi ha procurato sofferenza, se
ho impiegato del tempo per elaborare il lutto, se conservo memorie che mi
tengono a lei legato. No, niente di tutto ciò. Si è verificata una soluzione di
continuità, un trasloco che non lascia indirizzo. Fine, non c’è da voltare
pagina, ci si riorganizza e basta. Detesto le cerimonie, rifuggo i funerali e
non sopporto l’immagine dei cimiteri, o l’idea di portare fiori sulle tombe. Situazioni
nelle quali mi sono venuto a trovare, ma che ho vissuto con ipocrisia. Non
amavo mia madre? È probabile, ma con mio padre non è andata diversamente. Non
li ho visti morire. Un’auto che bloccava l’uscita dal parcheggio mi ha fatto
arrivare in ospedale pochi minuti dopo che mio padre era morto. E quando la
badante ha suonato alla mia porta la mamma non respirava già più. Non ho dovuto
chiudere i loro occhi, ma ricordo le mani calde e morbide. Ho intrecciato le
mie dita alle loro e le ho tenute strette il tempo di un saluto, l’invito a non
trattenersi, a seguire la loro strada dimenticandosi di noi. Poi mi sono
occupato di ciò che andava fatto. Li penso raramente e sempre in collegamento
ad episodi di vita. Non soffro per la loro assenza, né vado a rileggerne il
nome sulla lapide. Mi chiedo se sia giusto, o se difetto di sentimenti. Non ho
una risposta, ma vorrei che quel giorno anche gli altri facessero lo stesso con
me. Gianpietro
15 gennaio 2013
Vengono soprattutto dall'Est ..

Vengono soprattutto dai paesi dell’Est, ma anche dal Perù,
dalla Bolivia e dalle Filippine. Le abbiamo messe accanto alla fragilità e alla
sofferenza di disabili e anziani, abbiamo affidato a loro i nostri affetti più
cari, svolgono mansioni che nemmeno la nostra carità di figli potrebbero farci svolgere
senza provare disgusto, però abbiamo messo loro un nome che non è né bello né
dignitoso: le abbiamo chiamate badanti. Il termine viene dal mondo contadino e
si riferisce alla persona che bada alle mucche o agli altri animali della
stalla. Chi come me non ha mai amato questa parola ci gira intorno, ma
susciterebbe derisione se dicesse di avere in casa una governante, una
cameriera o una domestica. I ricchi hanno persone che svolgono quelle mansioni,
la classe media ha le “badanti” per assistere i familiari e le “donne” per fare
le pulizie. Ieri è stato il primo giorno di Nina (non è il suo vero
nome, ma la chiamerò così) che è venuta per assistere la mia mamma anziana,
mentre io sono al lavoro. Avrei baciato la terra su cui cammina, tanto è il
sollievo e il conforto che ha portato nella mia vita. Dice che al suo paese ha
fatto la fisioterapista e da quattro anni lavora in Italia, per far studiare i
figli. Non c’è nessuna possibilità di controllare le informazioni, e ci si affida
alle referenze, soprattutto se, come nel suo caso, ha già lavorato presso una
famiglia che si conosce. Nina non esprime le sue emozioni, o per meglio dire ha
una sola espressione: sorride sempre annuendo. A volte mi chiedo se abbia
veramente capito, ma non voglio ferire la sua suscettibilità, ripetendole le
cose più volte. Non sono ancora riuscita a capire che cosa le piaccia mangiare,
perché a questa domanda risponde sempre che per lei non è un problema. Ho riempito allora il
frigorifero con tutto: filetto di manzo e di pollo, prosciutto, formaggio,
verdure di tutti i tipi, frutta, vasetti di salsa e condimenti vari; e così la
dispensa di pasta, funghi e tutte le cose che possono stare fuori dal
frigorifero. Ed è divertente, perché, risolto il problema dell’assistenza
di mia madre, si presenta quello di
assistere chi la assiste.
Gli amici mi hanno detto che non appena trovano di meglio se
ne vanno e ci lasciano così, senza
nemmeno un preavviso, e allora la vita diventa una gara per essere la
famiglia migliore, presso cui possano desiderare di lavorare. Cristina
11 settembre 2012
Il silenzio
(pag. 22): "Voi parlate quando avete perduto la pace con i vostri pensieri."
Io amo il silenzio. Sono sempre stata poco loquace, fin da bambina, e in famiglia sono sempre stata rimproverata per questo: come se il non parlare in continuazione denotasse mancanza di partecipazione a ciò che accadeva intorno a me. Non sono in molti a dare il giusto valore al silenzio. Con i ragazzi che seguo dedico sempre almeno un incontro ad approfondire questo tema e più che altro a sperimentarlo. E risulta essere sempre l'incontro per loro più imbarazzante...
Comunque, dal momento che preferisco il silenzio, lascio a chi è più bravo di me con le parole il compito di commentare questo testo.
Maria Maddalena
Io amo il silenzio. Sono sempre stata poco loquace, fin da bambina, e in famiglia sono sempre stata rimproverata per questo: come se il non parlare in continuazione denotasse mancanza di partecipazione a ciò che accadeva intorno a me. Non sono in molti a dare il giusto valore al silenzio. Con i ragazzi che seguo dedico sempre almeno un incontro ad approfondire questo tema e più che altro a sperimentarlo. E risulta essere sempre l'incontro per loro più imbarazzante...
Comunque, dal momento che preferisco il silenzio, lascio a chi è più bravo di me con le parole il compito di commentare questo testo.
Maria Maddalena
17 agosto 2012
Gradini
L’estate è un tempo molto bello perché ci sono le vacanze e
se si coglie questa opportunità come uno stato dell’anima e non come una corsa
forsennata a intasare le autostrade è anche un tempo molto bello per fermarsi a
pensare da soli o con gli amici o anche con qualche estraneo. L’altro giorno un amico mi diceva che lui da tempo pensa che si dovrebbe vivere ogni
giorno come se fosse il primo e non l’ultimo, come qualcuno è invece solito dire
e citava questa poesia di Hermann Hesse che è davvero molto bella e che vi
voglio dedicare in questo ultimo giorno di vacanza, perché lunedì dovrò tornare
al lavoro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio per progredire e ampliare la nostra coscienza e a questo anche una poesia può servire. Cristina
Gradini (Hermann Hesse)
Come ogni fior languisce e
giovinezza cede a vecchiaia,
anche la vita in tutti i gradi suoi fiorisce,
insieme ad ogni senno e virtù, né può durare eterna.
Quando la vita chiama, il cuore
sia pronto a partire ed a ricominciare,
per offrirsi sereno e valoroso ad altri, nuovi vincoli e
legami.
Ogni inizio contiene una magia
che ci protegge e a vivere ci aiuta.
Dobbiamo attraversare spazi e spazi,
senza fermare in alcun d'essi il piede,
lo spirto universal non vuol legarci,
ma su di grado in grado sollevarci.
Appena ci avvezziamo ad una sede
rischiamo d'infiacchire nell'ignavia:
sol chi e' disposto a muoversi e partire
vince la consuetudine inceppante.
Forse il momento stesso della morte
ci farà andare incontro a nuovi spazi:
della vita il richiamo non ha fine....
Su, cuore mio, congedati e guarisci...
3 luglio 2012
Sul dare
18 giugno 2012
Quale libertà oggi
(pag. 18 e pag. 19) “Se è un despota colui che volete
detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato
distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non
per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio?”
Si parla molto di libertà oggi e, come qualcuno ha giustamente
detto a proposito dell’acqua, quando si parla molto di un bene, vuol dire che
questo bene sta cominciando a scarseggiare. Ha ragione l’autore de “Il Profeta”
a dire che la libertà comincia da noi stessi e se non abbiamo la libertà
interiore, diventa allora inutile detronizzare potenti e tiranni, perché a un potere ne
seguirà un altro, se ci sono uomini che non sanno vivere da uomini liberi. Ma,
nella concretezza, cosa significa essere uomini liberi? Penso che voglia dire
che c’è un bene che promuove la vita e oggettivamente pensabile e non dipende
dalle circostanze, ed essere liberi significa avere la capacità di giudizio per
individuare quel bene e operarlo. Socrate in catene, che decide di morire, piuttosto che scappare in esilio, non si piega all’arroganza del potere e se
oggi il suo pensiero si è tramandato fino a noi e nutre ancora il nostro spirito
è in virtù di quella scelta. Se Socrate fosse fuggito, non sarebbe stato per i
suoi discepoli un esempio da seguire, perché, nel momento della massima libertà,
quello della scelta, lui avrebbe preferito rinunciarvi, per salvarsi, e tutto
quello che aveva detto fino a quel momento avrebbe perso di valore. Ma tornando ai nostri tempi, penso che libertà interiore
voglia dire libertà della coscienza di riconoscere il bene anche nella situazione
più drammatica e farlo. Non ci dobbiamo illudere che oggi possa nascere un governo che ci assicuri la libertà, perché la democrazia, ammesso che
sia mai esistita, oggi non c’è sicuramente e non ci dobbiamo illudere al
riguardo. Possiamo, però, operare il bene, in qualunque situazione ci troviamo,
e questa libertà non ci verrà mai a mancare. Cristina
13 giugno 2012
Il lavoro
(pag. 11) Il lavoro è amore rivelato. E se non riuscite a
lavorare con amore, ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e, seduti
alla porta del tempio, accettare l'elemosina di chi lavora con gioia.
Il capitolo sul lavoro de “Il Profeta” è molto bello dal
punto di vista teorico, perché mostra che in ogni mestiere, anche quello umile
del panettiere, ci può essere poesia, se svolto con amore e, se manca questa
qualità, persino il pane verrebbe male. Ma gli antichi dicevano anche che prima
bisogna vivere e poi fare della filosofia e leggendo la biografia dell’autore
di questo libro si scopre che c’è della verità e del buon senso anche in questa
affermazione. Gibran potè studiare, scrivere, dare vita a riviste e
associazioni culturali, pur provenendo da una famiglia economicamente disagiata,
solo perché ci fu chi lo mantenne, a cominciare dalla madre, con il suo lavoro
di merciaia, poi, quando la madre morì, la sorella, con il suo lavoro di
sartina, e per finire un'anziana amante, Mary Haskell, che finanziò la maggior
parte delle sue iniziative. Nessuno scrittore riuscì mai a mantenersi con il
proprio lavoro e fu principalmente per questo motivo che gli scrittori un tempo, o prevenivano da famiglie facoltose, oppure dovevano lavorare, svolgendo
mestieri modesti, che non potevano certamente amare, come Pessoa e anche altri.
Ci provò Proust a lavorare come bibliotecario o archivista, ma credo che non
durò nemmeno un mese. Ma sarebbe certamente bello, non riuscendo a lavorare con
gioia, vivere accettando la elemosina di chi con gioia, invece, lavora. Ma io
credo che sia esattamente il contrario: che qualcuno possa lavorare con gioia,
solo perché c’è chi, lavorando con disgusto, finanzia il suo lavoro. E non
dobbiamo pensare per forza male, alludendo a corrotti e parassiti. Penso a chi
lavora nella ricerca, con passione, dedicando a essa tutta la vita. Molto spesso lo può fare perché ci sono contribuenti, non sempre così felici di farlo né di lavorare,
che lo sostengono. Allora questo capitolo lo modificherei sostanzialmente
dicendo che, dovendo lavorare, cercheremo di essere almeno responsabili del nostro
lavoro e di farlo bene, cercheremo anche di essere sempre gentili con tutti,
sorridendo al mattino, quando entriamo al lavoro, anche quando non avremmo
nessuna voglia di farlo. Cristina
12 giugno 2012
Sul matrimonio
(pag. 7) “Cantate e danzate insieme e state allegri, ma
ognuno di voi sia solo. Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di
musica uguale.”
Il capitolo sul matrimonio del libro che stiamo leggendo
insieme: “Il Profeta” di Gibran istruisce sul valore della solitudine, che non
è misantropia o egoismo, ma consapevolezza di essere una persona diversa dall’altra,
con caratteristiche personali ben distinte, alle quali non occorre rinunciare,
perché non c’è amore se manca la libertà di essere se stessi e se il rapporto
di coppia viene vissuto come una prigione o come un dovere. Mi è piaciuta
comunque l’espressione “cantate e danzate insieme e state allegri” perché credo
che sia da questa allegria che riconosciamo che c’è l’amore. Certamente, nella
vita insieme, ci sono momenti difficili, ma questa allegria non dovrebbe mai
mancare, perché quando finisce la voglia di ridere insieme, finisce tutto.
Sento spesso gli anziani che ricordano il tempo della giovinezza, quando
bastava poco per divertirsi ed essere allegri e trovo strano che quel poco che
bastava allora non si cerchi di tenerlo vivo, come si terrebbe vivo un piccolo
fuoco, sotto la cenere del camino, che altrimenti rischierebbe di spegnersi.
Oltre all’allegria c’è, a mio avviso, anche un’altra qualità importante, che
vale per tutte le relazioni, ed è l’umorismo, che aiuta a ridimensionare tutto,
perché nella vita insieme, spesso, si amplificano problemi, che non meriterebbero
tanta importanza e preoccupazione. Cristina
10 giugno 2012
Quando l'amore chiama
(pag. 6) Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le
sue vie sono dure e scoscese e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a
lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume, vi può ferire. E quando vi
parla, abbiate fede in lui, anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni
come il vento del nord devasta il giardino. Poiché l'amore come vi incorona
così vi crocefigge. E come vi fa fiorire
così vi reciderà. Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami
che fremono al sole, così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si
avvinghiano alla terra.
Non ci può essere vita senza l'amore. L'amore è un dono, che non dobbiamo nemmeno fare tanta fatica a
cercare, perché non dobbiamo fare altro che aprire
il cuore e allargare le braccia, per accoglierlo, quando lo incontriamo. Poi, la società ha cercato di
incasellarlo in schemi e istituzioni, che hanno indubbiamente una loro utilità per dare stabilità e continuità all’amore, ma l’amore è una qualità spirituale,
che poco ha a che fare con le nostre costruzioni e i nostri recinti. L’amore
vero è quello che tiene insieme tutto l’universo: l’amore è forte, saldo ed
eterno, ma siamo noi che, a volte, chiudiamo il cuore e non ne vogliamo sapere,
perché ne abbiamo paura. Ma è anche vero che può procurare dolore. Per seguire l’amore,
quando chiama - come dice il profeta - spesso si abbandona qualcuno: un padre o
una madre, un altro uomo o un’altra donna, a volte una fede o una missione e
questo porta spesso dolore. Basti pensare a Edith Stein, brillante allieva di
Husserl, che dopo aver scoperto che non è la filosofia che porta alla
verità, ma la scienza della croce, attraverso Cristo, rinunciò all’ebraismo,
per convertirsi al cristianesimo, spezzando il cuore alla madre e lacerando i
rapporti tra loro. Ma anche nella vita più normale, i genitori fanno esperienza
di questa duplicità dell’amore. Poco tempo fa, chiesi a mia madre quali fossero
stati i momenti più felici della sua vita e quali quelli più dolorosi. Non ebbe alcuna
esitazione a rispondere che quelli più felici erano stati la nascita dei figli
e quelli più dolorosi erano stati a causa nostra. Cristina
6 maggio 2012
Principi e strategie della decrescita: le otto R
Parlando di decrescita, il passo successivo sarà
identificare i principi e le strategie a cui si devono ispirare i comportamenti
individuali, in particolare quelli di acquisto e di consumo e quelli collettivi
nel suo complesso. Vengono di solito riassunti in modo schematico nelle
cosiddette “otto R”: ridurre, riutilizzare, riciclare, rivalutare,
riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare. Quanto portiamo queste strategie nel quotidiano della nostra
esperienza, dobbiamo sempre tenere presente le due caratteristiche comuni: il
dono e la scelta libera e gioiosa. Tradotte significano ad esempio contrastare la
delocalizzazione, guidata da considerazioni esclusivamente economiche legate al
vantaggio competitivo: il costo inferiore dei fattori di produzione, in
particolare del lavoro e recuperare la dimensione locale della produzione:
filiere locali o “corte”, finanziamenti alle imprese locali e del consumo:
consumo “a Km 0”, G.a.s.-Gruppi di acquisto solidale, di cui abbiamo già
parlato. Significa progettare beni che durano nel tempo e che non siano
programmati per una obsolescenza rapida nell’ottica del consumo. Significa
recuperare e rivalutare l’esistente e non desiderare ciò che è nuovo solo
perché è nuovo. Significa ridurre per esempio l’accelerazione. Jean Robert e
Dupuy svolsero un’analisi approfondita sul sistema automobilistico e arrivarono
ad affermare che, al di là di una certa soglia, oggi ampiamente superata, nei
grandi agglomerati urbani la moltiplicazione dei veicoli avvantaggia
decisamente il pedone e il ciclista. Ma osserva Dupuy che l’alternativa
radicale ai trasporti attuali: “non sono trasporti meno inquinanti, meno
rumorosi e più rapidi; è una drastica riduzione della loro impronta nella
nostra vita quotidiana.”. ”Gli utenti – scriveva già Illich – spezzeranno le
catene del trasporto superpotente quando cominceranno di nuovo ad amare come un
territorio il loro circondario e a temere di allontanarsene troppo spesso. […]
Come compenso, si avrebbe il ritorno al senso del luogo di vita, che è un
elemento strategico del programma della decrescita.” Non c’è comunque teoria buona che non cominci dal quotidiano: da noi, dalla
nostra famiglia, dalla nostra casa.
Proprio ieri sera, sentivo Luca Mercalli, un nucleare cosiddetto di quinta
generazione, che in una trasmissione televisiva consigliava di approfittare di
questa estate per cominciare a sbarazzarci del superfluo, dedicando tempo e
risorse a tutto ciò che rende confortevole la nostra casa, riscaldamento e
altro, limitando il consumo di energia, coltivando l’orto, chi ha la fortuna di
averlo, curando l’igiene e la salute del nostro corpo, pensando, infine, che poi, di tutto il resto, si può anche fare senza. E a questo elenco di cose che si
possono fare durante l’estate, evitando la dispersione e la passività che prende
alcuni, aggiungo anche “rivalutare” l’ascolto dell’altro, chiunque esso sia,
perché questo non può che far crescere e dare respiro alla nostra dimensione
interiore. Cristina
28 aprile 2012
Il Profeta
Kahlil Gibran "IL PROFETA" pubblicato nel 1923. Questo è il secondo e-book che propongo. Si tratta dell'opera principale dello scrittore/pittore libanese. Anch'esso è un testo breve, ma a differenza del libro di Bach è pervaso da una vena poetica la cui efficacia dipende tuttavia dalla bravura del traduttore. Molte edizioni hanno a fronte il testo in inglese, ma non quella che ho trovato sulla rete e che ho messo a disposizione con un apposito link. Il libro affronta 26 temi ad ognuno dei quali viene dedicato un breve capitolo. Si va dal più noto "... i vostri figli non sono vostri figli ... ", al tema della libertà, dell'amicizia, della bellezza, della preghiera ... Tanti spunti di riflessione, tante considerazioni che possiamo analizzare e approfondire.
"... ed io dico che la vita è davvero oscurità se non c'è slancio,
e ogni slancio è cieco se non c'è conoscenza,
e ogni conoscenza è vana se non c'è attività,
e ogni attività è vuota se non c'è amore;
e quando voi lavorate con amore instaurate un legame con voi stessi, con gli altri, e con Dio."
Gianpietro
"... ed io dico che la vita è davvero oscurità se non c'è slancio,
e ogni slancio è cieco se non c'è conoscenza,
e ogni conoscenza è vana se non c'è attività,
e ogni attività è vuota se non c'è amore;
e quando voi lavorate con amore instaurate un legame con voi stessi, con gli altri, e con Dio."
Gianpietro
24 aprile 2012
TRAVIAN
Sorpresi? Consideratelo un momento di evasione, la
ricreazione di metà mattinata a scuola. Vuole anche essere un omaggio al gioco
che mi ha consentito di conoscere e stringere amicizia con Maria Maddalena. Si
chiama TRAVIAN (non ne conosco l’etimologia) ed è un videogioco di strategia
militare per browser di tipo multiplayer approdato dalla Germania in Italia nel
2005. Niente a che vedere con le grafiche cruente della maggior parte dei
giochi di guerra. Assomiglia molto ai fumetti di Asterix e prevede un impegno che
si protrae per circa un anno prima di completare un server di gioco. Normalmente
si gioca in squadre (alleanze) di 40/50 giocatori che contendono uno scacchiere
a diverse altre migliaia di appassionati. L’immagine del post documenta il
risultato finale, la costruzione della Meraviglia (obiettivo che ogni player
vorrebbe raggiungere). Quello dell’immagine è l’ultimo che abbiamo giocato (e vinto) e porta
anche le firme di Galla (Maria Maddalena) e di Taranis (Gianpietro).
Lo
ammetto, mi sono divertito vestendo talvolta i panni del saggio che dispensa consigli a
giovani apprendisti. Ovviamente, per loro sarò stato solo un vecchio
rimbambito, brontolone e sputasentenze. E’ un gioco che consente di interagire
e, nel tempo, è possibile capire chi c’è dietro ai nickname. Gli stessi
comportamenti di gioco, le reazioni alle strategie adottate, evidenziano in
modo chiaro il trasferimento nel mondo virtuale di gran parte dei comportamenti
adottati in quello reale. Nasce come passatempo, ma per qualcuno diventa una
dipendenza (vero Laura?). Durante il gioco si diventa amici o nemici per la
pelle, poi, quando finisce, qualcuno ti dà appuntamento ad un nuovo turno di gioco, come se fossimo i personaggi della canzone di Vasco: "... e poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxi bar, o forse non ci incontreremo mai ognuno a rincorrere i suoi guai ...". Ma se si è fortunati ci si imbatte in persone eccezionali, come Maria Maddalena, appunto. Gianpietro
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