
10 marzo 2013
Mille

9 marzo 2013
Sliding doors
Talvolta, si verificano inaspettate soluzioni di continuità,
capaci di sciogliere lacerazioni provocate da spinte contrapposte. Si tratta di
eventi esterni e, spesso, da noi indipendenti. Clamorosi o banali, ma sempre
efficaci quel tanto che serve a rompere, per tempi indefiniti, lacci che parevano
inestricabili. Ai più significativi diamo il nome di “momenti di svolta”.
Spesso si presentano in forma di individui, la cui influenza marca
profondamente la nostra esistenza, sia che ci abbiano rivolto lo sguardo una
sola volta, sia che ci accompagnino fino alla morte. Altre volte sono eventi,
accadimenti traumatici, tanto quelli lieti come quelli dolorosi, in grado di spostare il baricentro
dei nostri interessi. Sotto quelle spinte la vita ridisegna il proprio percorso e
dal loro verificarsi traiamo le giustificazioni allorché ci voltiamo per
rileggerne il senso. Di fronte ad essi ci sentiamo indifesi, anche se non ci viene preclusa la possibilità di barare. Ma tantissimi altri incontri marcano il sentiero,
costellandolo di occasioni vissute o perse, di mani protese o chiuse a pugno, di
sguardi distolti o affrontati, di scelte lasciate a chi veniva dopo di noi o accettate
anche quando non si era costretti a farlo … Mi è facile pensare alle tante “sliding
doors” che si sono richiuse alle mie spalle, in numero almeno pari a quelle contro le
quali ho sbattuto il viso. Mi volto e credo di vedere una linea retta. Mi sembra che nulla
potesse essere diverso da come è stato. Mi ripeto allora che non ho fatto altro
che seguire un solco, e che la libertà di scelta è una finzione. Ciò che è stato, è stato così come doveva essere e diversamente non poteva. Eppure quelle porte
non le ho dimenticate, la soluzione di continuità l’ho avvertita e se oggi mi
dico “avrei potuto”, l’avrei potuto dire anche allora.
Ma non è di questo che volevo scrivere. Stasera riflettevo su altri incontri, su "sliding doors" cosiddette “minori”, quelle che possono avermi dato un attimo di serenità o avere favorito il sorgere di un dubbio. Quelle che hanno contribuito a darmi la spinta giusta oppure avermi aiutato nella frenata. Nei miei ricordi lo sono state alcune letture, purtroppo ignorate
quando sarebbe stata invece l’età giusta per farle. Lo è stata certa musica,
come quella che ascolto adesso mentre sto scrivendo, casualmente scoperta
nell’unico momento, tanti anni fa, in cui serviva. Lo sono stati gli scritti che mi
sono regalato, disseminati negli anni, nei diversi tentativi di ricerca interiore, mai completata, e
che vorrei avere la capacità di continuare. Lo sono certe amicizie nate per
gioco e che si cibano d’aria, di attese, di silenzi più che di parole. Incontri
casuali e che tali rimangono fino a quando una parola in più dà origine alla soluzione di continuità. Ed ecco lo squillo
che getta un’asse tra le rive. Percorrerla significa ritrovarsi con una pianta tra le mani alla quale donare l’acqua giusta perché non inaridisca, ma, al contempo, cresca senza il rischio di annegare.
Gianpietro
3 marzo 2013
Alternanza

Ci sono momenti, periodi lunghi anche più giornate, che vivo
malvolentieri non sopportando lo stress che mi procura il concatenarsi degli
impegni. Per contro, vi sono altre giornate nelle quali la mancanza di compiti genera
noia, ansia, un'uguale sofferenza. E questo alternarsi convive con un malessere
che ha molteplici cause. Il rumore di fondo è sempre lo stesso: l’incertezza, la
sensazione d’impotenza, d’ineluttabilità, d’inadeguatezza di fronte ai
comportamenti che mi vengono richiesti o ai quali credo di dovere attendere.
Fuga e ricerca, immersione e soffocamento, ansia e noia, con margini di
tolleranza sempre più ridotti. Complice un degrado mentale e fisico che, riconoscendolo, tento, ma è sforzo vano, di respingere. Essere qui e altrove. Vedermi
dall’alto per tutto comprendere e contenere. O identificarmi solo con l’io interiore:
testuggine che non riceve luce e non dà voce. Nel passato c’erano prospettive,
attese dettate dalle consuetudini, regole inconsapevolmente accettate, che
scandivano tempi e modi. Poi tutto questo è finito. Non ricordo il momento, né
ha senso cercarlo. Se c’è stato, era una bandiera abbassata, non la causa.
Forse uno scritto liberatorio. Forse la fine dei giochi, che si chiamassero lavoro
o studio. Forse occhi che si sono finalmente aperti sul vuoto intorno, non
visto, ma sempre esistito. Ed ecco l’ansia che ondeggia tra il bisogno di colmare
e il desiderio di fuggire. Chi mi giustificherà per le ore che spreco? Tra
pochi giorni compio gli anni. Per mio padre fu l’ultima volta. Gianpietro
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