30 gennaio 2009

Il Piccolo Principe e l'amicizia

(pag. 43) (il piccolo principe) “Che cosa vuol dire addomesticare”?
(la volpe) Vuol dire creare dei legami... ... Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi … tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo”.
Il discorso della volpe è abbastanza corretto, solo che questo termine addomesticare, nella traduzione inglese e francese addirittura domare, mi sembra un po’ forte, perché rende implicita una sottomissione alla quale non siamo tanto abituati nelle nostre relazioni. Mi ha ricordato un episodio di alcuni anni fa. In quel tempo, dopo il lavoro, andavo a messa in una piccola chiesa di campagna, vicina al posto dove lavoro. Due donne anziane, piuttosto assidue, avevano attirato, più di una volta, la mia attenzione e, una sera, una di queste mi chiese un passaggio per tutte e due, perché vivevano insieme. Durante il tragitto, una di loro mi raccontò che l’amica era, un tempo, una girovaga alcolizzata che il figlio, che gestiva un dormitorio per i poveri, le aveva portato a casa, in una fredda notte d’inverno, perché il rifugio ospitava solo uomini. Da allora, vivevano insieme, ma la convivenza fu per molti anni difficile, perché la mendicante non smise subito di bere e spesso scappava e non ritrovava la via di casa. Quando questo succedeva, la signora, che allora era abbastanza giovane per guidare, partiva e andava a cercarla in tutti i posti in cui poteva essersi cacciata, per riportarla a casa. Da alcuni anni aveva smesso di bere, vivevano serenamente e non potevano fare a meno l’una dell’altra. Anche le nostre relazioni sono, a volte, un po’ difficili e richiedono un tempo di addomesticamento, perché ogni rapporto ha bisogno di libertà e non ci può essere legame, se non si ci cerca reciprocamente. Cristina

28 gennaio 2009

Solamente allora saremo luce

Ogni tanto, anche in questo blog, ci interroghiamo sul senso della vita e molti di noi hanno ormai capito che questa è una domanda piuttosto impegnativa e la risposta, se mai ci sarà, molto personale. E' un grande sollievo, sapere che qualcuno, come Luis Espinal, martire in Bolivia nel 1980, questo senso lo ha trovato. Questa è una bella preghiera che ha scritto alcuni anni prima di morire.
"Gesù ha detto: “Chi economizzerà la sua vita la perderà e chi la spenderà per me la riavrà nella vita eterna”.
Tuttavia a noi fa paura spendere la vita, darla senza riserve. Un terribile istinto di conservazione ci porta verso l’egoismo, e ci attanaglia quando vogliamo giocarci la vita.
Cerchiamo e abbiamo sicurezze dappertutto, per evitare i rischi. E soprattutto, c’è la codardia…
Signore, ci fa paura spendere la vita. Però la vita tu ce l’hai data per spenderla. Non si può economizzarla in sterile egoismo.
Spendere la vita è lavorare per gli altri, benché non paghino. Fare un favore a chi non lo restituirà. Spendere la vita è esporsi al fallimento, se occorre, senza false prudenze. E’ bruciare le risorse in favore del prossimo.
Siamo delle fiaccole, che hanno senso solo quando bruciano. Solamente allora saremo luce.
Liberaci dalla prudenza codarda, quella che ci fa evitare il sacrificio e cercare la sicurezza.
Spendere la vita non lo si fa con gesti ampollosi e falsa teatralità. La vita la si dà con semplicità, senza pubblicità, come l’acqua dalla sorgente, come la madre dà il seno al suo bebé, come il sudore umile del seminatore.
Insegnaci, Signore, a lanciarci verso l’impossibile, perché dietro l’impossibile c’è la tua grazia e la tua presenza. Non possiamo cadere nel vuoto.
Il futuro è un enigma, il nostro cammino si infila nella nebbia. Però vogliamo continuare a darci, perché tu stai aspettando nella notte, con mille occhi umani traboccanti di lacrime."

Cristina

26 gennaio 2009

Il pretesto

Il pretesto per non fare il bene è un tarlo che insidia spesso la vita del volontario. Un amico mi ha proposto un breve viaggio, in una capitale europea, dove non sono ancora andata e, per questo, ho accettato con entusiasmo. Di solito, non vado via al di fuori delle ferie collettive, ma questa volta si tratta di pochi giorni e i colleghi hanno accettato volentieri di sostituirmi. In famiglia, poi, sono sempre molto contenti delle mie partenze, da molti anni non più così frequenti. Prevedendo che avrei invece avuto difficoltà con la persona da cui vado per il servizio EmmauS, nel darle la notizia, ho calcato molto sul fatto che, prima della partenza, avrei intensificato le visite, in modo da totalizzare, in un mese, le stesse ore di servizio. Ha aspettato che il marito uscisse e ha cominciato a lamentarsi che non era un problema di ore, ma che l’intervallo troppo lungo, tra una visita e l’altra, avrebbe messo in difficoltà tutta la famiglia: il marito si sarebbe innervosito, in considerazione anche del fatto che, proprio in questo periodo, il fratello non può andare, perché la moglie è ammalata e la figlia non la può assistere perché molto impegnata con la propria famiglia. Ha aggiunto che dovrà informare la referente della mia assenza, affinché cerchi una volontaria che mi sostituisca, ricordandomi che, anche il mese scorso, le avevo chiesto di andare un giorno invece di un altro, in cui non potevo. Inutile dire della non ragionevolezza di tutte queste argomentazioni, che però sono riuscite ugualmente ad irritarmi e a lasciarmi, per tutto il giorno, il desiderio di liberarmi di questo servizio, a volte così opprimente. Per fortuna, ho imparato a non prendere mai decisioni quando sono irritata, perché il giorno dopo, svanita la collera, rimane solo il desiderio di perseverare nell’impegno preso, senza lasciarmi condizionare dalle emozioni di un momento. Cristina

24 gennaio 2009

La decisione

La donna elegante e sofisticata che ho di fronte mi sta chiedendo se mi può seguire in qualche attività di volontariato, per vedere se lei stessa può essere di qualche utilità. Le rispondo che l'aiuterò con molto piacere e mi congratulo per la sua decisione. Dentro di me però faccio quello che non si dovrebbe mai fare: la giudico. Penso alla sua vita sempre guidata dall'ambizione di avere successo nel lavoro e negli affetti e penso di non aver mai incontrato nessuno di meno adatto di lei al servizio. Dimentico quello che le guide spirituali ci hanno sempre insegnato per percorrere un vero cammino della conoscenza di sé e della propria vocazione: che è nel decidersi che la persona si fa persona, che l'individuo diventa soggetto, il giovane diventa adulto. R. Bultmann, che interpreta anche il vangelo di Giovanni con la categoria fondamentale della decisione esistenziale, scrive che non è il mondo a determinare l'appartenenza di un uomo al regno delle tenebre o della luce; è la sua decisione. Penso anche alle scelte della mia vita, fino a un certo punto così incoerenti e anche ad un insegnamento che ho ricevuto, troppo spesso dimenticato, che mi esortava a non pensare ai piccoli traguardi, la carriera, il matrimonio, i viaggi, ma a costruirmi, prima di tutto, un orizzonte più ampio di vita, mio personale, libero da ogni condizionamento: avrei visto che tutto il resto vi si sarebbe miracolosamente incasellato sotto e anche se qualcosa fosse andato storto, non avrebbe avuto tanta importanza, perché sarebbe stato subito ridimensionato. Cristina

21 gennaio 2009

Il Piccolo Principe e il dramma dei baobab

(pag. 28) Sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, le erbe buone e quelle cattive … Ma i semi sono invisibili ...
(pag. 30) E’ una questione di disciplina … Quando si ha finito di lavarsi il mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai.

Ci sono momenti nella vita in cui desideriamo restare soli. Nella solitudine, però, i pensieri buoni si mescolano a quelli cattivi e, come i semi di cui parla il piccolo principe, non è facile all’inizio riconoscerli. A volte, pensieri che ci danno inquietudine e malessere, che saremmo portati a definire cattivi, ci portano poi sulla via della pace e della serenità; mentre pensieri seducenti, che ci danno all’inizio una piacevole sensazione, ci portano al male e a tradire noi stessi. Per questo, quando ci accorgiamo che un pensiero, gettato come un piccolo seme nella nostra mente, tende ad ingigantire e a ramificarsi in albero cattivo, occorre essere accorti e sradicarlo subito, prima che compia danni maggiori. Anche nelle nostre relazioni abituali con le persone, ci possono essere pensieri molesti, che a volte hanno una loro utilità, mettendoci ad esempio in guardia, ma spesso sono solo pensieri ingannevoli e subdoli, che portano soltanto all’inimicizia. Per questo, anche la nostra mente, come un piccolo pianeta, ha bisogno di essere pulita, ogni mattina, con cura e disciplina, pensando sempre che ogni giorno è buono per ricominciare da capo. Cristina

20 gennaio 2009

Il Piccolo Principe e l'età dell'innocenza

(pag. 3) I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegare tutto ogni volta.
Il bambino di questo libro mi ha fatto pensare ad un’età, non solo anagrafica, che è quella dell’innocenza, caratteristica dei bambini di un tempo e forse anche dei pazzi. Nello sviluppo formativo di tutti i bambini, c’è comunque un punto, di non ritorno, in cui smettono di parlare ai grandi delle cose che per loro sarebbero più importanti, perché tanto gli adulti non capirebbero. Per me, è stato intorno ai dodici anni, quando i miei genitori hanno incominciato a vedere pericoli ovunque e, anche se i veri malintenzionati erano sempre soltanto pochi squilibrati, mi hanno insegnato a guardare con sospetto tutta l’umanità. Per fortuna, non mi hanno condizionato, perché continuo a vedere in chi fa del male qualcuno che ha un po’ più bisogno di aiuto degli altri; ma la comunicazione vera, quella del cuore, con i miei genitori, a quel punto, si è interrotta per sempre. Nei bambini di oggi, forse, si ferma ancor prima, con qualche eccezione. Quattro dei miei nipoti frequentano una scuola ispirata a metodi educativi umanistici e non nozionistici, che non prevede bocciature o altri rallentamenti fino all'adolescenza. I genitori, per poter stare più vicino ai figli, non hanno esitato a mettere nel cassetto diplomi di laurea e master e a svolgere lavori manuali. I bambini non hanno giocattoli, non studiano sui libri; non fanno vacanze esotiche, ma solo allegre scorazzate sulle colline e montagne intorno a casa e della vita di animali e piante conoscono il più piccolo segreto. Quando vengono a casa mia, mi sembrano alieni appena sbarcati e la loro curiosità verso di me e la mia, per loro, strana vita, mi intimidisce e rende sempre la conversazione un po’ stentata. Il bambino de "Il Piccolo Principe" me li ha ricordati. Cristina

16 gennaio 2009

La dignità dell'uomo

La dignità è quell’aspetto della nostra umanità che suscita il rispetto. In modo paradossale, essa appare più evidente nell’uomo quando è in uno stato di miseria e di svantaggio. In un articolo di Repubblica, la giornalista Barbara Spinelli commentò le immagini del volto di Saddam Hussein, violato dalle mani del soldato che fruga nei suoi capelli arruffati e dall’ispezione dei suoi denti, come fosse una bestia da soma cui, al mercato, si spalanca la bocca per guardare lo stato e l’età dei suoi denti e si controlla se, nel suo pelo, non si annidino i pidocchi e scrisse che il despota, che aveva gasato iraniani e curdi, massacrato gli sciiti e ogni sorta di oppositori, tutto ad un tratto, non sembrava più l’orrore che era stato: sembrava aver acquisito una dignità che prima non possedeva, uno sguardo di cui, in passato, non era stato capace. Un’amica, la cui vita è stata devastata dal rapporto conflittuale con una madre dispotica e crudele, che le ha sempre negato ogni gesto di affetto, mi ha raccontato che, da quando è ammalata e sofferente, improvvisamente, ha smesso di vederla come l’ha sempre vista per tutta la vita. A volte, però, la dignità non è compresa. Verso il lavoro, che è l’atto che, per eccellenza, conferisce a tutti gli essere umani la dignità, abbiamo un atteggiamento ambivalente. Quando siamo giovani, lo sentiamo come un giogo, che ci impedisce chissà quale libertà, invece di vederlo come principio di sostentamento e benessere per noi e la collettività e guardiamo con sospetto e un po’ di compatimento i pochi che sostengono che il loro lavoro lo svolgerebbero anche per niente. Quando, invece, dobbiamo abbandonare il lavoro, perché siamo nell’età della pensione, lo rimpiangiamo e finiamo per diventare o iperattivi, forma molto subdola di depressione, oppure assumiamo quell’aria risentita, come se qualcuno ci avesse fatto chissà quale torto, negando così anche dignità a quella fase, adesso consistente della nostra vita, che è la vecchiaia, in modo particolare noi donne, sempre pronte a cancellarne il minimo segno al suo insorgere. Cristina

15 gennaio 2009

Il Piccolo Principe

Dopo avere vissuto in dodici brevi giornate l'intera esistenza di OSCAR, vi propongo ora un testo che da molti è considerato un classico della letteratura del XX° secolo. "Il Piccolo Principe", pubblicato nel 1943, è un racconto molto poetico che - nella forma di un'opera letteraria per ragazzi - affronta temi come il senso della vita e il significato dell'amore e dell'amicizia. Anche questo è il racconto di un viaggio che dalla mente dovrebbe condurci verso il cuore. Antoine De Saint-Exupéry è un uomo come tanti, possiamo riconoscerci nella sua esperienza e trovare, almeno dal punto di vista interiore, molti punti in comune. Se apriamo la mente, e varchiamo il confine della favola, si riescono a leggere, tra le righe, diverse similitudini che ci conducono al quotidiano vissuto in un modo del tutto consapevole con la mente. Fino a quando, un giorno, "precipitiamo" dal quotidiano in un ipotetico "deserto" e incontriamo il bambino che c'è dentro di noi, che vuole vivere e con semplicità ci prende per mano rivelando un modo alternativo ed essenziale di vedere, sentire e vivere la vita. Come ammonisce la volpe: "... non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

Nella colonna di sinistra del blog alla voce "links utili" ho impostato il collegamento alla versione del libro (in formato .pdf) che potete, sia leggere direttamente sul vostro PC, che stampare.

Nello stesso elenco è riportato il link al sito ufficiale (affidabile) dal quale scaricare gratuitamente l'ultima versione del programma Adobe Reader (necessario per la lettura e stampa dei documenti in formato .pdf).

Gianpietro

12 gennaio 2009

Disse sì, ma non andò

Nell’azienda in cui lavoro, è stato assunto un giovane manager, amico di famiglia dell’amministratore delegato, che ha con il padre importanti relazioni d’affari; per questo motivo, è divenuto, in breve tempo, oggetto dell’antipatia di tutti, che non mancano di accusarlo, ripetutamente, di approfittare di questa amicizia. A me questo giovane piace, perché mi ha fatto dono delle sue confidenze e mi ha fatto conoscere un cuore buono e generoso, anche se non si cura molto dei colleghi, con i quali è sempre gentile, ma non parla, sostenendo che tutto quello che dice, viene poi usato contro di lui. Oggi mi ha detto che, dopo essersi innamorato, sposato e avuto un figlio, in poco più di un anno, ha deciso di incominciare, nella sua città, un’attività di volontariato, occupandosi dell’accompagnamento di persone non vedenti, perché ne incontra spesso e si è accorto che sono sempre soli. Questa notizia mi ha fatto pensare alla parabola del vangelo che racconta di due figli, che ricevono dal padre l’ordine di andare a lavorare nella vigna: il primo, più zelante, disse sì, ma non andò; il secondo rispose che non ne aveva voglia, ma poi pentitosi, andò. La società, in cui viviamo, è piena di persone fasulle, sempre pronte, a parole, a schierarsi per i più deboli, a rivendicare giustizia e a giudicare male, in modo fazioso, chi fa scelte politiche diverse dalle loro; ma poi, quando avrebbero l’occasione di agire in prima persona per questi ideali, si tirano indietro e pensano solo al loro interesse personale. Ci sono, invece, persone che vengono giudicate male, sulla base di pregiudizi, ma poi si rivelano infinitamente migliori dei primi. Questo è stato anche il motivo principale che mi ha spinto, all'inizio, ad occuparmi, in modo volontario e gratuito, principalmente di poveri e ammalati. Venivo da una situazione familiare di grande confusione: in poco tempo, tutte le persone, che pensavo di conoscere bene, avevano rivelato la loro zona d'ombra e sentivo un gran bisogno di autenticità, dimensione che ho sempre trovato nelle persone di cui mi sono occupata, perché i poveri e gli ammalati non usano tanti filtri, i primi perché non ne sentono la necessità, gli altri perché la loro debolezza fisica li rimuove. Cristina

11 gennaio 2009

I maestri di vita

Si dice che l’ottanta per cento delle nostre azioni sia dettato da invidia e da gelosia, sentimenti dai quali, quasi tutti, siamo soliti dichiararci immuni. Però, se ci pensiamo bene, quando, con un certo snobismo, diciamo di seguire delle guide o dei maestri, non facciamo altro che confermare questa tesi. Ci sono persone che dicono di seguire grandi maestri, come S. Francesco, Gandhi o, persino, Gesù Cristo; ce ne sono altre, invece, come me, che si accontentano di seguire esistenze molto più modeste. Un amico mi ha chiesto quali sono le pagine della letteratura, che mi hanno emozionato di più, sciorinandomi, con dovizia di particolari, quelle che lui stesso preferisce. A me non ne è venuta in mente nessuna, e penso farei lo stesso, se uno mi chiedesse quali sono i grandi personaggi della storia ai quali vorrei assomigliare. Ricordo, invece, molto bene, tutte le persone semplici, che mi hanno dato grandi lezioni di umanità. Condivido con una collega la conoscenza di un uomo buono e mite, che lavora, come segretario, in una comunità. Pochi sanno che trent'anni fa, in un terribile raptus che durò trenta minuti, uccise la madre e la fidanzata, delitto per il quale, naturalmente, rimase a lungo detenuto in un carcere psichiatrico. Cambiò la mia vita, quando raccontò che la sua rinascita è cominciata quando, uscito dal carcere, la mia collega, moglie di un volontario che lo seguiva e lo aveva invitato a cena, gli mise tra le braccia il suo bambino appena nato: non gli aveva messo tra le mani, come siamo soliti fare, le cose usate, che ci siamo stancati di indossare e che diamo ai poveri per pulire gli armadi, ma la cosa più bella e più preziosa della sua vita. La lezione, però, non mi viene tanto dalla mia collega, il cui gesto, mi ha confessato, è stato piuttosto istintivo e inconsapevole, ma da lui stesso, che ha saputo dare un significato così profondo ad un gesto ordinario e per molti senza senso e farne il punto di partenza per il riscatto di una vita, che sarebbe potuta andare perduta. Cristina

9 gennaio 2009

OSCAR e la vita

(pag. 85) La vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta, si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito. Allora si cerca di meritarlo.

Non occorrono molti commenti. OSCAR esprime un proprio punto di vista. Lo si può condividere o meno, ma resta pur sempre un’occasione di riflessione. Suddividere la vita in tre età è un classico nell’arte come nella mitologia, fino al mortale quesito posto dalla Sfinge ad Edipo. Personalmente, diversamente dall’impostazione di OSCAR, avrei invertito i riferimenti tra i primi due periodi. La scarsa considerazione che sembra abbiano i giovani della vita, spesso affrontata in modo esagerato e con incosciente noncuranza verso il rischio (anche quando coinvolge gli altri), mi porta a credere che essi le attribuiscano un valore scadente, disponibili anche a gettarla senza la prospettiva di un’adeguata contropartita. Ricordo che anch’io, da giovane, non mi ponevo il problema della sua durata ed anzi ero spaventato dall’idea di dovere invecchiare. È quando si cominciano a compiere scelte importanti (lavoro, affetti, famiglia, impegno sociale) che le aspettative vengono proiettate verso un futuro sempre più lontano. È nel periodo dell’accumulo (mi riferisco ai beni materiali), giustificato (mistificato), il più delle volte, con il desiderio di garantire un futuro (sicuro?) ai figli, che nell’adulto si insinua il dubbio di non riuscire ad avere il tempo bastevole per portare a termine quello che reputa essere il proprio compito. È in questa fase che si vive come se fosse per sempre. Secondo OSCAR la terza età è quella della ricerca. La vita viene ridimensionata, passando da regalo a semplice prestito “che va meritato”. Forse avrebbe dovuto scrivere “che va restituito”, a differenza di quanto si fa con i regali. Sia il regalo che il prestito andrebbero tuttavia meritati. Il primo, per sua caratteristica intrinseca, più ancora del secondo. Convengo sull’idea della ricerca come compito per la terza età, quella della saggezza. Peccato che il più delle volte la si attraversa restando bloccati dai lacci annodati nelle età precedenti e che ti soffocano come un rampicante a lungo trascurato. Succede poi che se anche hai avuto l’accortezza di mantenere aperto un varco verso la vita, dallo stesso sono fuggite anche le potenzialità, fisiche e psichiche, che possedevi. La ricerca, inoltre, richiede tempo e questa è una dote sulla quale, da vecchio, non puoi fare affidamento. Mi restano ancora forti dubbi circa l’immagine della vita come “prestito”. La ragione mi dice che l’umanità è solo uno dei tanti prodotti della natura (neanche dei meglio riusciti) e che gli elementi chimici, che, unendosi, ci compongono, ritorneranno alla natura una volta completato il loro breve ciclo di vita, consumati come le pagine di un libro restituito alla biblioteca. Il cuore mi spinge invece a credere che disponiamo di un’anima, che è la vera proprietaria del nostro corpo e che si serve della natura per crearlo e ricrearlo in un percorso lungo tanti cicli di vita quanti le occorreranno per raggiungere il suo obiettivo. È solo sviluppando questa seconda visione che si può parlare di “ricerca del merito”. Per ora altro non so. Gianpietro

7 gennaio 2009

La responsabilità individuale

Questa mattina, alzandomi per andare al lavoro, dopo qualche giorno di vacanza, vedendo la salita dei garage coperta di neve, ho avuto la tentazione di rimettermi a dormire. Un tempo, prima ancora di alzarmi, capivo che durante la notte aveva nevicato, dal rumore della pala, che mio padre e mia madre usavano per pulire il cortile, per poter uscire con la macchina. Adesso, che ho la loro età di allora e che dovrei farlo io, generalmente, vado a piedi, fino a che la neve non si è sciolta da sola. Non solo i trentenni, che continuano a vivere con mamma e papà, ma tutti noi siamo diventati una società di bamboccioni dove, anche per i problemi più gravi, le responsabilità individuali sono state sostituite da istanze collettive e, se c’è un problema, è sempre colpa di così tante persone che, alla fine, non è mai veramente colpa di nessuno. Di tutti i palestinesi, che adesso scendono in piazza e bruciano le bandiere di Israele, non ne ho sentito uno assumersi la responsabilità di aver eletto un governo irresponsabile, che porta avanti una politica scriteriata, senza considerare le conseguenze. E tra gli israeliani, che da anni rivendicano il diritto all’autodifesa, non ho mai sentito nessuno ammettere che l’occupazione di territori, in deroga ai patti, non ha facilitato il raggiungimento della pace. Anche nel servizio, capita che qualche assistito ci ferisca, con alcune insinuazioni, o ci colpevolizzi per qualche omissione: a me è successo poche volte e sempre ho fatto finta di niente, o quasi, ma ricordo un avvertimento che mi diede subito un’assistente sociale che, a quei tempi, collaborava con EmmauS: mi disse che ogni persona, anche la più inferma, la più debole, fino al suo ultimo soffio di vita, è capace di fare del male ad un altro. Dalle persone che assisto, ho sempre ricevuto, certamente, molto più bene, che male, ma il principio di responsabilità individuale rimane, effettivamente, per tutti gli essere umani, capaci di intendere e di volere, e nella nostra vita collettiva ad ognuno è richiesto di fare la propria parte per il bene degli altri. Cristina

6 gennaio 2009

OSCAR e la sofferenza

(pag. 54) Nessuno può evitare di soffrire. Né Dio né tu.
(pag. 55) La sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza morale la si s
ceglie.

Mi ero annotato questo tema, decidendo di tenerlo in sospeso sino a quando non fosse diventato oggetto di un post. Ora il post di Cristina, “La notte oscura” mi consente di affiancare le mie alle sue considerazioni, ottenendo una panoramica più articolata. Gli autori citati da Cristina trasformano la sofferenza in piacere ad imitazione della passione di Cristo e quindi come mezzo utile per l’acquisizione di meriti soprannaturali. Nella visione di Cristina la sofferenza è inevitabile (punto di vista sostenuto anche da OSCAR) e quindi può derivarne una forma di utilità solo a condizione che quella “notte oscura” funga da luogo di gestazione per sentimenti positivi (amore, compassione, pietà, godimento per la bellezza del creato). OSCAR aggiunge la distinzione tra sofferenza fisica e morale sostenendo che la prima, inevitabile, incide negativamente sul nostro animo solo se siamo noi a permetterlo. Credo sia vero, anche se occorre una forza di carattere ed una consapevolezza fuori dal comune per evitare che il protrarsi e l’intensificarsi della sofferenza fisica finiscano con il fiaccare le resistenze della mente e del cuore. Soffrire fortifica. Solo chi ha fatto la fame sa dare il giusto valore al pane avanzato. Così dicono i nostri vecchi. Le nuove generazioni vengono su viziate, incapaci di affrontare le sfide della vita; sono esposte a tutte le tentazioni, perché sono state allevate nella bambagia, perché non conoscono la sofferenza. Anche questo si sente dire. Significa allora che soffrire è necessario? Che dobbiamo augurarci l’avvento di periodi di carestia, di conflitti sempre più estesi? Dobbiamo rinnegare i progressi compiuti della medicina, sia nel prevenire e curare le malattie, che nell’alleviare le sofferenze? Più d’uno auspica la rinuncia a combattere le manifestazioni negative della natura, affidandosi alla sua presunta saggezza equilibratrice, anche quando è stato proprio l’uomo la principale causa del loro degenerarsi. Se posso, contro ciò che subisco, io mi ribello e adotto ogni misura che la cultura e la tecnica mettono a disposizione. C’è poi il secondo aspetto citato da OSCAR, quello della sofferenza morale. Premetto che ancora non ho ben chiaro a cosa si debba fare riferimento. Se alla sensazione di malessere psichico che si prova quando si è di fronte a negatività od a sofferenze che non ci toccano direttamente (il mio cuore piange per il barbone morto di freddo - al quale tuttavia ho sottratto la coperta perché creava un danno d’immagine), o se si deve invece intendere qualcosa di più diretto, di più personale, non necessariamente collegato a fattori ed eventi esterni. Nel nostro servizio di volontari siamo esposti a sentimenti che possono essere associati alla sofferenza morale, ma a ben analizzarli hanno nomi diversi, quali solidarietà, compassione, pietà, magari rabbia, senso di inadeguatezza o di impotenza. Ci possiamo sentire vicini al nostro assistito, partecipare alla sua sofferenza, ma non credo sia realistico affermare di comprenderla, men che meno di scegliere di viverla in prima persona. Il tema è delicato e si presta a molte interpretazioni. C’è forse qualcuno che possa vantare una pretesa di verità sul concetto di sofferenza? Se ne potrebbe parlare in termini generali, cattedratici, ma non servirebbe a molto. Perché non ne parliamo su questo blog partendo dalle vostre esperienze personali? Gianpietro

5 gennaio 2009

La notte oscura

L’utilità del dolore è sempre stato un tema a lungo dibattuto, soprattutto dalla speculazione cristiana che, in S. Giovanni della Croce e Edith Stein, per citarne solo alcuni, vede addirittura la sofferenza come partecipazione volontaria alla passione di Cristo, e purificazione dell’anima, che vuole unirsi totalmente a Dio, in modo permanente.
Nella mia esperienza, non saprei davvero dire se il dolore sia mai servito a qualcosa o se, invece, mi abbia reso peggiore di quella che sarei potuta essere, in una vita senza. Quello che possiamo certamente dire è che è quasi impossibile vivere una vita intera senza fare questa esperienza. Credo, quindi, si possa parlare di necessità, prima che di utilità. Parlare di utilità del dolore con gli ammalati gravi, o quelli che hanno subito una grave perdita, o quelli che stanno facendo un’esperienza di depressione, è sempre un grave errore: provoca irritazione e, giustamente, ribellione. Una discussione sul dolore si può fare solo con chi ha già superato questa fase di scoraggiamento e, in qualche modo, è già riuscito ad attraversarlo. È un discorso che si può fare solo a posteriori. Sulla mia esperienza del dolore, posso allora dire che, tutte le volte, la guarigione è incominciata nel momento, che S. Giovanni della Croce chiama della ‘notte oscura’, in cui ci accorgiamo che quel buco nero, che abbiamo dentro, non è un vuoto desolante, ma un cuore palpitante, che incomincia a sentire, di tanto in tanto, il tepore di una fiamma che lo scalda: può essere l’amore per qualcuno, ma anche la compassione, la pietà per il mondo che ci circonda, oppure il godimento per la bellezza del creato. E’ una fase poco stabile, in cui diversi sentimenti, spesso contrastanti, si alternano: serenità, pace, poi ancora depressione, sfiducia, mancanza di senso, ma già si avverte che non sarà per sempre. Cristina

3 gennaio 2009

il silenzio

Casualmente, alcuni giorni fa ho ascoltato per radio l’intervento di un esponente della chiesa (non ricordo né il nome, né il ruolo nella gerarchia ecclesiastica) incentrato sulla valorizzazione del ruolo avuto dei papi nella querelle che riguarda la (mancata) presa di posizione nei confronti delle leggi razziali e la successiva persecuzione degli ebrei da parte dei regimi fascisti e nazisti. Mentre con riferimento a Pio XI l’oratore enfatizzava le occasioni nelle quali il papa aveva espresso la propria contrarietà alle politiche antisemite del governo di Mussolini, per il successore, Pio XII, il ragionamento veniva portato sul piano della contestualizzazione storica. In sintesi: non si possono estrapolare i giudizi dal contesto storico nel quale si collocano gli eventi. Il silenzio di Pio XII va pertanto letto come consapevolezza dei rischi che una sua parola di esplicita condanna avrebbe comportato per il popolo ebreo. A sostegno dell’affermazione citava due episodi. Uno recente: i disordini succedutisi alla lezione magistrale tenuta da Benedetto XVI a Ratisbona nel settembre 2006. Ed uno legato alla forte presa di posizione della chiesa olandese dalla quale il relatore faceva discendere l’episodio noto come “notte dei cristalli” quando, tra il 9 e 10 novembre 1938, vennero uccise 91 persone, rase al suolo dal fuoco 267 sinagoghe e devastati 7500 negozi (nei giorni immediatamente successivi circa 30 mila ebrei vennero deportati nei campi di concentramento). E’ del tutto irrilevante la rispondenza storica delle affermazioni citate e che personalmente non mi sento di suffragare, tuttavia ciò che mi colpisce è l’assioma che emerge: rischio = silenzio.
È giusto tacere di fronte al male per timore della reazione di chi lo commette ? Deve forse considerarsi colpevole la chiesa olandese per le persecuzioni naziste, ammesso e non concesso che il suo intervento le possa avere provocate ? È forse colpevole il collaboratore di giustizia per le vendette trasversali che colpiscono la sua famiglia ? Dobbiamo voltare la testa di fronte alle sopraffazioni per timore che chi le commette ne accentui la crudeltà ? Gianpietro

2 gennaio 2009

Contributo alla riflessione sul testamento biologico

Oggi ho ascoltato la registrazione di un incontro che si è svolto il mese scorso nella nostra città, dove don Giovanni Nicolini ha voluto offrire il suo contributo alla riflessione sul testamento biologico. Dice che, su questo argomento, sono tre le considerazioni che, a suo avviso, occore fare. Prima di tutto, che il progresso tecnologico e la cultura, cioè la nostra capacità di comprenderlo, non vanno di pari passo, perché mentre il primo procede velocemente, la cultura richiede tempi più lunghi, e se non rispettiamo questi tempi, rischiamo che il progresso usi noi, invece di essere noi ad usarlo e, soprattutto, si finisce per irrigidirsi in posizioni dogmatiche e inutili. La seconda considerazione è che il testamento biologico, per il quale lui è comunque favorevole, è l'espressione di una grande solitudine: ha ricordato che un tempo, al suo paese, quando moriva qualcuno, la gente si raccoglieva davanti alla porta di casa, aspettando il prete, che veniva con tutti i paramenti sacri, e diceva formule come: "Proficisce", che significa "Puoi partire": era il commiato di chi in terra pregava il cielo di accogliere colui che stava per morire; e la morte diventava così una liturgia. Oggi, molto spesso, la morte viene vissuta in solitudine e di nascosto, e da qui il bisogno di lasciare scritto che cosa si deve fare, perché in quel momento forse non ci sarà nessuno che lo potrà fare per noi. La terza riflessione è che, mentre noi stiamo a discutere se accettare o no la morte in modo naturale, tremila chilometri a sud, in Africa, non c'è niente di tutto questo; ci sono, invece, persone che potrebbero vivere, ma muoiono per malattie, a volte banali, perché non ci sono soldi per comprare i farmaci. E allora forse sarebbe bello che ci fosse anche una legge che ci consentisse di rinunciare a cure costose e inutili a favore di chi, in questi paesi, ha malattie curabili, ma non ha i soldi per curarsi. Io penso che il grande merito che hanno avuto, fin dall'inizio, quelli che si sono fatti promotori di una legge sul testamento biologico, sia stato quello di averci sollecitato a riflettere sulla nostra morte, questo orizzonte della nostra vita che dovremmo sempre tenere presente; e ascoltando tutte le discussioni che ci sono state quest'anno su questo argomento, credo che con queste riflessioni siamo tutti cresciuti un po' e che la gente comune, e non lo penso solo io, sia diventata molto più matura e responsabile per prendere una decisione, di quanto non lo siano i vertici della Chiesa e dello Stato, che continuano a fare della vita e della morte una questione di potere. Cristina

30 dicembre 2008

un sereno 2009

Questa sera ho voluto rileggere i post del nostro blog, seguendo dapprima l’ordine cronologico, poi in modo del tutto casuale e mi sono accorto di provare le stesse emozioni che avevo sperimentato la prima volta. Gli scritti mi sono apparsi freschi, mai banali, piacevoli e ricchi di spunti di riflessione. Una cosa ben fatta, insomma. La rete trabocca di blog, in gran parte appena abbozzati e spesso gonfi di orpelli inutili, anche se di richiamo. Altri invece sono particolarmente complessi e ben curati e puntano ad incrementare il contatore dei commenti, limitati a piccoli flash, ma che sono indicativi del grado di popolarità del blog. Se scrivere un post può sembrare impegnativo (ma vi assicuro che, superato l’impatto della novità, così non è), aggiungere un commento richiede un impegno nettamente inferiore e può comunque favorire l’instaurarsi di un dialogo tra i lettori.
“Potevamo stupirvi con effetti speciali, ma noi siamo scienza, non fantascienza” recitava lo slogan di una vecchia pubblicità ed in noi, oltre all’inesperienza nell’uso dello strumento, è prevalsa la volontà di creare un ambiente rilassante, accattivante come il salotto di una biblioteca, dove, chi vuole, può sedersi a leggere o scrivere senza il timore di essere disturbato. A me sembra che ci siamo riusciti e gran parte del merito va dato a
Cristina che ha preso a cuore questa creatura, quasi si trattasse dell’assunzione di un nuovo servizio di volontariato. Per superare gli inevitabili momenti di scoramento era importante mantenere vivo il blog, continuare ad alimentarlo con sempre nuovi post ed è ciò che abbiamo cercato di fare. Non per dovere, ma perché il farlo ci procurava piacere. Il giorno in cui mi accorgessi di non divertirmi più, vi scriverei un post di saluto e farei dell’altro. È nata così anche l’idea del “book-club” (dopo il libro “Oscar e la dama in rosa” proveremo, a febbraio, a proporne un secondo) ed è in cantiere l’ipotesi di realizzare un vero e-book (un libro da sfogliare in rete) confezionato, capitolo dopo capitolo, con i testi prodotti dai volontari (non è una novità, altri l’hanno fatto e tecnicamente non presenta grossi problemi). Parlando degli aspetti tecnici, credo che la diffusione di internet all’interno delle famiglie e, magari, un piccolo sforzo promozionale, potranno fare crescere la famiglia degli “autori” di nuovi post. Già oggi la lettura e l’inserimento di commenti sono liberi a tutto il web (salvo un doveroso filtro per evitare danni d’immagine): credo che il prossimo passo debba essere l’apertura ad altri settori del volontariato anche per quanto riguarda l’abilitazione alla scrittura di nuovi testi. Prima di ringraziare tutti voi per l’attenzione che riservate a questo nostro blog, ed in particolare a quanti si adoperano per agevolarne la diffusione, mi preme sottolineare che nessuno deve sentirsi giudicato per la qualità estetica o per i contenuti di ciò che propone. Ognuno ha un proprio stile, e nessuno deve sentirsi frenato nella possibilità di esprimersi a causa della convinzione di “non essere all’altezza. Ciò che conta è la volontà di rendere partecipi gli altri delle proprie emozioni. Parliamo di “scrittura emotiva”, non di prosa da premio Nobel per la letteratura. Spesso, sono proprio le cose dette in modo semplice e diretto quelle che restano impresse e che ci aiutano a crescere. A volte le tante citazioni, più o meno dotte, (ed io sono uno che non si tira certo indietro) se da un lato denotano la volontà di approfondire le tematiche trattate, dall’altro rischiano di fare restare le emozioni in superficie senza che incidano nel profondo del cuore.
Non fate mancare il vostro prezioso contributo!
Un sereno 2009 a voi, alle vostre famiglie, ed ai vostri assistiti.
Gianpietro 

29 dicembre 2008

Troppo tardi

Una delle prime cose che chi vive un'esperienza assistenziale con malati gravi impara è che certe occasioni, nella vita, non si ripetono: c'è un limite oltre il quale è troppo tardi. Se ne accorse subito la psichiatra svizzera Elisabeth Kubler-Ross, che dedicò la vita allo studio della psicologia dei malati in fase avanzata. Un malato aveva chiesto di parlare con lei, un'occasione che la dottoressa aspettava da tempo, perché l'uomo, chiuso nel suo dolore, non voleva parlare con nessuno, ma la sua agenda era piena di impegni e lei gli riservò la prima data libera. L'incontro però non avvenne mai, perché il malato, nel frattempo, morì. Nel suo libro "La morte e il morire", scrisse che da quell'esperienza imparò che, in questa fase della malattia, ogni momento è prezioso e irripetibile. Il primo servizio che mi venne affidato fu la supplenza di una volontaria che andava da una malata oncologica in fase avanzata. Il figlio di questa signora viveva all'estero e non venne mai a trovare la madre durante la sua malattia, venne soltanto per il funerale e, in quella occasione, chiese di poter parlare con la volontaria che aveva assistito la madre, per sapere dei suoi ultimi mesi di vita. La volontaria gli negò il colloquio dicendogli, al telefono, che era troppo tardi. Cristina

24 dicembre 2008

il taschino sul cuore

Da una persona, cui tengo molto, ho ricevuto in regalo un libro. Lo leggerò. Non so se mi piacerà, ma non sarà importante. Il vero regalo è la dedica, che prendo a prestito per farne il mio augurio a tutti voi.
“Non smetterò mai di pensare e di sentire che siamo persone meravigliose. Tutti. Sono gli abiti che indossiamo, gli ‘straccetti’ cuciti su misura da noi e per noi che ci ingannano oscurando la luce che siamo. Siamo nati per essere felici, ma ci comportiamo come se mirassimo al risultato opposto. È come se cercassimo la felicità nelle tasche dei pantaloni o in quelle esterne del nostro cappotto. Lì troviamo solo superficialità ed inganno materiale. È dal taschino interno, quello che si appoggia sul cuore, che dobbiamo togliere il telefonino ed al suo posto mettere un biglietto con su scritto – qui sta la mia felicità: qui sotto, qui dentro. – Con l’abitudine del gesto pian piano ci ricorderemo chi siamo e chi torneremo ad essere. Ho voglia di riascoltare le cose buone che indica il cuore. Questo è anche il mio augurio per te.”
Grazie, Gianpietro

23 dicembre 2008

Esageruma nenta

Nel suo ultimo libro “Il pane di ieri”, Enzo Bianchi ricorda l'aspra concretezza della vita contadina da cui proviene e le lezioni e gli insegnamenti che lo hanno plasmato. Per l’età, mio fratello maggiore ha vissuto gli stessi anni difficili di una società povera, che usciva dalla guerra e affrontava il cambiamento, quando l’università, per chi veniva da una famiglia modesta come la nostra, era accessibile solo con borse di studio e presalari, e a patto di restare sempre in pari con gli esami. Nel libro di Enzo Bianchi, ritrovo la stessa sapienza, povera e ruvida, che ha sempre guidato anche la mia famiglia, che io però ho sempre contestato, trovandola priva di tenerezza. In particolare, mi ha colpito una frase, che lui dice faceva parte del lessico familiare di quella società contadina del Monferrato: Esageruma nenta che significa “Non esageriamo”, secco invito al ridimensionamento, atteggiamento di cui la società di oggi è particolarmente carente. Anni fa, dopo una vita tutto sommato facile, in cui tutto era sempre andato abbastanza bene, ebbi un anno disgraziato, tra malattie e tutto il resto, in cui venni sottoposta a quattro interventi, uno più doloroso dell’altro. Esasperata dalle malattie e dalle convalescenze, decisi di concedermi quella che avrebbe dovuto essere una lunga vacanza in Messico, ma dopo soli cinque giorni ebbi un gravissimo incidente, con l’auto presa a noleggio, e finii di nuovo in ospedale. Venni rimpatriata, immobilizzata in un gesso, che avrei dovuto tenere per novanta lunghi giorni, in aereo fino a Milano, poi in ambulanza a casa, dove raccontai tutto a mia madre, piangendo. Mia madre sbuffò e, in dialetto, linguaggio che usava quando era arrabbiata, mi chiese se pensavo fosse proprio il caso di piangere, soltanto per una gamba rotta. Io penso che ognuno di noi dovrebbe fare memoria di questo pane di ieri, senza idealizzare il passato, perché, come dice Enzo Bianchi, la miseria difficilmente rende gli uomini migliori, e non bisogna dimenticare che la violenza nella famiglia era ancora più diffusa ieri di oggi, però bisogna tenere conto della cultura da cui veniamo e che, in qualche modo, ci ha formato. Cristina

Tu che vuoi venire volontario

"Tu che vuoi venire volontario, dì a te stesso che il tuo vero servizio di volontario incomincerà solamente il giorno dopo quello in cui, completamente stufo sarai deciso a fare le valigie e ad andartene, e tuttavia resterai. Da quel momento tu sarai veramente volontario" (Abbé Pierre). Ho già riportato questa citazione, ma mi viene in mente tutte le volte che, come oggi, incontro un volontario che mi dice che è arrivato ad un punto in cui sente, in modo più insistente, il desiderio di lasciare il servizio e se ne vergogna. Un po’ di tempo fa, un’altra volontaria mi disse che, dopo dieci anni che andava dalla stessa persona, non la sopportava più, ma non riusciva a confidarlo a nessuno. Le possibilità di comunicare che hanno i volontari non sono tantissime, ma ci sono, perché ci si ritrova alle riunioni, ci vengono richiesti, talvolta, degli articoli da pubblicare sul giornalino, e poi c’è il blog, che è lo strumento che, più di tutti, assicura un’informazione costante, essendo un diario, e un riscontro immediato, perché c’è sempre almeno una persona che lo legge subito. Il mio è solo un invito a sfruttare meglio questa opportunità, perché non sono certa che sia stata completamente compresa. Anch’io, durante quest’anno, ho fatto le valigie diverse volte, pensando di smettere di scrivere sul blog, visto che non sembrava interessare nessuno, ma poi dopo un po’ tornavo a scrivere, perché quando si pensa che un progetto è importante, abbandonarlo è più difficile che cominciarlo. Cristina

18 dicembre 2008

Il neonato

Tra i quadri che rappresentano il Natale, trovo molto suggestivo “Il neonato” di Georges de La Tour, pittore francese del ‘600. La scena della natività è proposta in modo semplice, quotidiano, senza angeli, aureole, né pose estatiche. Lo sfondo è scuro e rappresenta l’oscurità e il mistero della nostra vita, che spesso non comprendiamo e ci sembra, per questo, senza scopo, né speranza. In primo piano, due donne, sedute quasi una di fronte all’altra, occupano la scena: una tiene in braccio un bambino, avvolto in fasce come una piccola mummia; l’altra tiene una candela in una mano e con l’altra, con un gesto che sembra quasi una benedizione, protegge la fiamma dallo sguardo dell’osservatore, che si dirige, invece, verso il volto del bimbo, pieno di luce, come se fosse egli stesso sorgente luminosa per le due donne. Quello che mi colpisce sono le fasce: simbolo di un’umanità fragile, quella del neonato, questo Dio bambino che è sceso nella storia, ma anche nostra e della sofferenza, dentro e fuori di noi, che ogni giorno dobbiamo affrontare. Penso alle malattie di tante persone, che vivono perennemente in un letto, ma penso anche alle malattie dell’anima, che ci paralizzano e spesso ci sembra impossibile superare. Le fasce sono anche il simbolo della condizione in cui una società disumana tiene i detenuti; sono le camicie di contenzione che immobilizzano i malati del carcere psichiatrico giudiziario; sono le catene invisibili delle ragazze di strada, ridotte in schiavitù da quelli che le sfruttano e, soprattutto, da quelli che le comprano. Su tutti noi, però, brillano quelle due luci: la luce della candela, che è quella della carità fraterna, offerta e condivisa, e quella del volto del bambino, sofferenza umana trasfigurata, che ogni vita, anche la più fragile, offre come un dono e una possibilità di riscatto a tutte le altre. Cristina

15 dicembre 2008

Incontro

Sabato pomeriggio ho incontrato, per la prima volta, la referente di zona che ha sostituito la mia, non più in servizio, e i volontari che vanno dalla stessa persona da cui vado io, per il servizio EmmauS. Sono emersi alcuni problemi, in parte dovuti al fatto che non c’era stata molta condivisione, all’interno della nostra associazione, su questo caso, e ognuno di noi conosceva solo una parte di questa storia assistenziale. Uno dei problemi, che mi è sembrato preoccupare maggiormente, è stato quello che alcuni volontari svolgono dei servizi che vanno oltre il normale intrattenimento del malato, che dovrebbe consistere, essenzialmente, nella conversazione, nella lettura, o nella semplice presenza fisica. Una volontaria ha chiesto fino a che punto si può spostare una persona completamente immobile, senza rischiare un danno per la stessa, considerando la mancanza di competenza del volontario. Un’altra, invece, si è trovata in difficoltà perché io svolgo, all’occorrenza, piccoli lavori domestici, come stirare, cucinare, pulire e questo finisce per creare nell’assistito delle aspettative che non tutti riescono a soddisfare. Una delle volontarie, che è medico, ci ha aiutato a distinguere le semplici operazioni, che può fare chiunque, da quelle che, invece, è meglio lasciare al personale infermieristico. Sui lavori domestici, siamo poi rimaste d’accordo che, anche questi, devono limitarsi a piccoli servizi di supporto, e non a vere e proprie faccende, e in ogni caso non devono avere carattere continuativo, ma eccezionale. Una volontaria ha poi espresso il suo disagio e senso di colpa, perché, dai due servizi, che faceva in una settimana, è passata ad uno solo e, adesso, vorrebbe alternare questo, molto pesante, con uno più leggero, presso un’altra persona, in modo da andare ogni quindici giorni. Si è sentita molto sollevata, quando le ho detto che io avevo fatto lo stesso, senza sensi di colpa, ma pensando che sia sempre necessario trovare un equilibrio tra una situazione di bisogno e la nostra disponibilità. Cristina

11 dicembre 2008

OSCAR e i pensieri

(pag. 18) Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.

“I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.” Questa è la frase completa che accompagna l’invito formulato dalla dama in rosa ad OSCAR affinché avvii un dialogo con Dio. I termini usati dall’autore appaiono molto coloriti e – non tenendo conto che potrebbe trattarsi di una scelta funzionale al racconto - mi verrebbe spontaneo contestarli. O almeno, cosa che faccio, riconsiderarli. Non credo sia questione di possedere un carattere più o meno riservato e non è detto che occorra essere estroversi (chiacchieroni) per produrre sempre nuovi pensieri, anzi, è proprio all’introverso (taciturno) che vengono attribuite maggiori capacità riflessive. Ritengo infatti che un pensiero abbia più probabilità di nascere quando vi è un’area di coltura pronta ad ospitarlo ed il terreno diventa fertile solo se viene curato con pazienza, passione e serietà. Un pensiero ha bisogno di maturare, di legarsi ad altri pensieri, di riaffiorare alla mente per essere analizzato, completato e verificato, in tempi che possono anche essere lunghi. I pensieri nascono dalle esperienze individuali, ma per maturare hanno bisogno del confronto e del dialogo. Tre sono gli strumenti utili al loro arricchimento. Le letture prima di tutto: poiché esse (quelle che contano) nascono da pensieri già elaborati e sedimentati per un tempo adeguato a giustificarne la divulgazione. Il dialogo: meglio se attraverso un ciclo alternato di esposizione e di ascolto, in un gioco che non è a somma zero poiché chi cede non perde mai e chi riceve guadagna sempre. La loro scrittura infine: personale dapprima e pubblica poi. Solo scrivendo si dà corpo al pensiero, in una forma inizialmente grezza, poi ripulita dalle scorie, residuo di pregiudizi e di convenzioni. Rimosse le imperfezioni e le inutilità si può scegliere di condividerli chiudendo così il ciclo del loro formarsi. Tornando alla frase del libro, ritengo che i pensieri che contano debbano pesare, poichè se non pesano si tratta, probabilmente, di sensazioni superficiali, ancora da approfondire: non devono incrostarsi, è vero, ma sedimentare si; mai immobilizzare, ma favorire l’apertura di nuovi orizzonti; opprimere, a volte, se serve a dare la misura della loro rilevanza. In questo modo favoriranno il sorgere di idee nuove (lo spazio non rappresenta certo un problema, vista la bassa percentuale di materia grigia che utilizziamo). E credo proprio che a puzzare siano altre discariche. Gianpietro

9 dicembre 2008

OSCAR e l'accoglienza

(pag. 61) … già che c’erano (i genitori) non avevano che da sostituirmi con un figlioletto nuovo di zecca (a proposito del cambio di un pupazzo malridotto).
(pag. 71) La mia malattia fa parte di me. Non devono (i genitori) comportarsi in modo diverso perché sono malato, o possono amare solo un figlio in buona salute?

Non esiste un unico modo di vivere la genitorialità. Essere genitori è qualcosa che va oltre le dimensioni del partorire e del “fare”. Appartiene alla pura dimensione umana del bisogno dell’essere per “essere felici”. Padri e madri non sono solo produttori di nuove vite, ma condizionatori di altri esseri umani. Allora la genitorialità è dimensione più complessa ed allargata e va intesa come presa in carico di altre debolezze; non solo delle nostre, perché, comunque, anche quelle ci riguardano. Presuppone il passaggio dal preoccuparci di nostro figlio all’occuparci del suo mondo e del suo benessere. Presuppone di trasformare il concetto di “appartenenza” ad una famiglia con quello di “sentirsi parte” di essa; dove il senso di proprietà lascia il posto alla pienezza del poter contare nella condivisione dell’affetto, dinamica che, in genere, nasce solo nei percorsi di accoglienza. E in questo caso l’accoglienza non è riferita a elementi esterni alla nostra famiglia. Spesso i nostri figli sono “nostri” senza essere da noi accolti. Non accogliamo le loro diversità, non accogliamo i loro punti di vista, che generano bisogni così distanti dai nostri, non accogliamo soprattutto ciò che crediamo siano limiti, difetti, fragilità, malattie. Per definizione accolgo un ospite per farlo stare bene, cerco perciò di mettermi in comunicazione con lui, per capire come per fami capire, per farlo stare meglio come per stare meglio. Non accolgo un figlio con lo stesso spirito. L’idea che provenga da me genera un diritto di proprietà divina che sancisce il nostro legame escludendo l’accoglienza. L’accoglienza è riservata agli estranei. Eppure i nostri figli ci sono estranei, ci dovrebbero essere estranei per poterli amare di più. La loro estraneità si acclama soprattutto durante l’adolescenza, ma oggi, sempre più spesso, anche la gestione di semplici regole educative nell’infanzia porta alla rivelazione di un’identità sconosciuta a noi genitori. Pensiamo che debbano ubbidirci per diritto divino, che la nostra volontà di condizionamento passi attraverso l’atto generativo e la gestazione, o attraverso un atto di tribunale. L’accoglienza diventa perciò determinante quando da proprietari dei nostri figli (mio figlio/a) diventiamo genitori dei nostri ragazzi. Il limite fisico causato da una malattia, le difficoltà nell’educare un bambino difficile, gli abusi e le sregolatezze a cui si sottopongono, ci schiaffeggiano pesantemente, ricordandoci non solo che questi ragazzi non ci piacciono, ma che proprio così mio figlio non lo volevo e soprattutto non accetto il cambiamento che in lui è avvenuto al di fuori della mia volontà e del mio controllo. Possiamo allora difenderci e chiuderci all’interno nel nostro bisogno egoistico di sicurezza, oppure possiamo divenire consapevoli di essere stati lo strumento biologico per generare una vita, ma che l’amore, l’affetto, insomma l’essere genitore, passa soprattutto attraverso la conoscenza del suo mondo e di ciò che mi spaventa perché sento appartiene a lui ed a lei, ma non a me. Anche perché le difficoltà manifestate, il problema, la malattia, non riguardano solo me, ma riguardano soprattutto la sua vita, e conseguentemente l’unico modo per farlo stare bene è accoglierla quella vita, con tutte le sue interazioni e le sue contraddizioni, comunicando, condizionando e facendomi condizionare da esse, senza la pretesa di “sostituirlo con uno nuovo di zecca”. Debbo accoglierlo. Per spirito di beneficenza? Per immolarmi su un altare di fatiche pensando ad un premio ultraterreno? Per puro egoismo affettivo? No, perché lui/lei si aspetta che il nostro essere genitori prescinda dai gradi misurati con il termometro. Gianpietro

8 dicembre 2008

OSCAR e i regolamenti

(pag. 52) Dovete soddisfare i pazienti o attenervi al regolamento?
Non so se per indole, sicuramente per formazione professionale, sono portato ad apprezzare, e, quando coinvolto, a rispettare i “regolamenti”. Ritengo infatti che le manifestazioni di ciascun individuo siano il risultato di esperienze, culture, retaggi storici, sociali e familiari unici ed irripetibili. Nei rapporti interpersonali vengono pertanto a confronto sensibilità, stati emotivi, abitudini, chiavi interpretative, pregiudizi, spesso in contrasto con il corrispondente sentire di chi ci sta di fronte. Considerando infine che obiettivi e priorità, il più delle volte, confliggono, dovrebbe apparire evidente la necessità di regole alle quali uniformare i comportamenti, onde rimuovere quante più cause possibili di snervanti e improduttivi contenziosi. Nulla di tutto ciò necessiterebbe se, all’interesse dell’uno, corrispondesse sempre anche il bene dell’altro. Ipotesi questa alla base del miraggio utopico dell’anarchia, vista come unica legge di natura, o quello, parimenti utopico, dell’amore universale, laddove il bene dell’altro fa premio sul proprio. Ma così non è. Ecco allora che “attenersi al regolamento” non dovrebbe essere, nella fattispecie citata nel libro, in antitesi con la “soddisfazione del paziente”, e nemmeno con la “migliore esecuzione del servizio”, o con “il buon clima lavorativo del personale”, ma neppure con “l’efficienza del reparto”, né con la “massimizzazione dei profitti per l’azienda”, ecc … ecc … Emotivamente, alla domanda della dama in rosa, si è portati a confermare che c’è una sola risposta esatta, ma così non credo che sia. Non consideriamo le inefficienze legate alla qualità del servizio (termometri dimenticati tra le lenzuola, carenze igieniche, ritardata somministrazione delle terapie …), sino ai più gravi episodi di malasanità, che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei regolamenti, ma basterebbe osservare le ammucchiate di parenti e di amici intorno e sul letto del malato, o l’andirivieni di persone lungo i corridoi impegnate in monologhi al cellulare, dribblando i carrelli delle medicine, o i vassoi dei pasti, per rendersi conto di come questi comportamenti, classificabili come esempi di violazione a semplici norme di buon senso, diventano spunto per diatribe e ripicche. Se poi il regolamento (chiamato, per definizione, a mediare tra differenti esigenze) contiene anche delle “castronerie”, queste vanno, semplicemente, rimosse. Gianpietro

7 dicembre 2008

OSCAR e l'ospedale

(pag. 16) Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.
Nella quotidianità ci si rivolge all’ospedale nella speranza che chi vi lavora disponga delle conoscenze e degli strumenti idonei a salvarci la vita, allorchè riteniamo che altrimenti, nel mondo esterno, sarebbe in pericolo. Non sempre ciò è possibile ed ecco che allora l’ospedale può diventare il luogo nel quale si muore. Non “ci si va per morire”, non con quella intenzione almeno, ed anzi, quando la morte è prossima, viene talvolta offerta la possibilità che il rito si consumi nell’intimità della famiglia, o in altre strutture appositamente create. L’ospedale tuttavia, con la sua disciplina, costituisce una naturale cornice posta intorno alla morte dell’uomo. Una specie di trampolino di lancio, quasi ad agevolargli il distacco, ma lasciandolo sempre più solo dinanzi alla solitudine suprema. Nessuno dovrebbe essere privato della propria morte, per quanto atroce, dolorosa, o sconcia essa sia. Se ci viene riconosciuto il diritto di scegliere il tipo di vita che più ci aggrada, di decidere con quali esperienze misurarci, a maggior ragione dovrebbe esserci consentito di scegliere, per quanto concesso dalla natura, come affrontare la morte. Morire è l’ultima testimonianza che possiamo dare e non dovrebbe spettare ad alcuno il diritto di giudicare quale mostrare e quale no. Solo chi considera la morte sconveniente, alla stregua delle secrezioni del corpo, può sostenere che morire in pubblico sia indecente. Nasce da questo erroneo pudore il divieto di insegnarla ai giovani e, quando essa giunge, la tentazione di nasconderla, magari dietro il paravento di una stanza d’ospedale. Gianpietro

6 dicembre 2008

OSCAR e la medicina

(pag. 11) Sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria.
(pag. 79) Non è colpa sua (dottore) se è costretto ad annunciare brutte notizie alle persone … non è lei a comandare alla natura. Lei è solo un riparatore.

Per guarire devi metterci anche del tuo. Senza uno sforzo da parte tua, senza un po’ di buona volontà, le medicine da sole non bastano.” Quante volte abbiamo sentito, e a nostra volta ripetuto, questa espressione! Il medico, con la sua scienza, non ha compiuto il miracolo della guarigione, ma la responsabilità finale è anche del malato che non ha saputo combattere con tutte le sue forze, che non ha messo l’impegno necessario per guarire. “Noi abbiamo fatto il possibile, ma lui non ha reagito alle sollecitazioni come ci saremmo aspettati” se vai alla ricerca del responsabile … Ma qualunque insuccesso, anche quelli maggiormente amplificati dai media, non devono farci dimenticare che la medicina è “veramente straordinaria”. Noi, popoli fortunati che la possediamo più di tanti altri, fatichiamo a rendercene conto. Basterebbe scorrere le tabelle sull’aspettativa di vita nelle varie epoche per accorgersi dell’impennata del grafico, assicurata dalle migliorate condizioni igieniche ed alimentari. Basterebbe leggere l’elenco delle malattie una volta incurabili ed oggi trasformate in innocui fastidi stagionali. Basterebbe pensare ai vaccini che hanno debellato virus e batteri fonti di micidiali epidemie solo pochi decenni fa. Ormai non si parla più solo della terza età (divenuto il più corposo serbatoio di consensi elettorali), ma di quarta età, spesso attraversata in condizioni di salute invidiabili.
Forse è proprio la consapevolezza dei successi conseguiti nel campo sanitario che rischia di portare più di un medico a vivere in un delirio di onnipotenza, trasformandolo da semplice “riparatore” in “controllore della natura”. Il dispiacere per un insuccesso può diventare allora causa di patologia se, da utile occasione di riflessione e di crescita, si trasforma in rancore per essere usciti sconfitti dall’impari lotta con la natura, vera madre del nostro corpo. A volte ho il sospetto che ad avere paura della morte, siano, più di chiunque altro, proprio coloro che le vivono accanto per scelta professionale. Un medico ospedaliero, se non ha ancora trasformato in noiosa routine la passeggiata mattutina lungo i corridoi dei degenti, non può non sapere che dentro ogni cartella clinica può celarsi una sentenza che tutto il suo sapere non riuscirà a modificare. Se così non è, c'è allora bisogno di un OSCAR che gli dica: “Non è colpa sua dottore, lei è solo un riparatore … e non tutto è riparabile … almeno per ora.” Gianpietro

5 dicembre 2008

OSCAR e la morte

(pag. 15) Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?
(pag. 16) Facciamo tutti finta di essere immortali dimenticando che la vita è fragile, friabile, effimera.
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Credo che il segreto stia tutto nell’avverbio “semplicemente”. Visitiamo un ammalato e sappiamo solo inventarci che: “ha una bella cera”, che: “lo troviamo meglio di ieri”, che: “la medicina oggi fa miracoli”, che: “se ne sono viste di peggio”, che: “la speranza è l’ultima a morire”. “Perché rattristarlo, poverino” ci viene rimproverato, come se per esorcizzare la morte bastasse non nominarla. Eppure tutti sanno che moriremo tutti. Non sarebbe più semplice allora andarle incontro conoscendola? Il filosofo greco Epicuro sosteneva: “Il più orribile dei mali, la morte, non è nulla per noi poiché quando noi siamo, la morte non c’è, e quando c’è la morte, allora non siamo più. E così essa nulla importa, né ai vivi, né ai morti; perché in quelli non c’è, mentre questi non sono più.” E per il credente, a renderla attraente, si aggiunge la convinzione che solo attraversando quel varco si ottiene la vita eterna. È naturale allora che si giunga ad averne paura se, fin da piccoli, ci viene impedito di parlarne con semplicità e con amore. Fin che la morte ci appare lontana, ci sentiamo dispensati dal pensare a quel che ci attende, e si nutre una mostruosa, perché contro natura e contro ragione, sensibilità per le minime cose e una strana insensibilità per le più grandi. Ci insegnano a vivere come se fosse per sempre, eppure la morte, “nostra sorella morte”, ci è accanto in ogni momento dell’esistenza. Si incomincia a morire nell’attimo stesso in cui si nasce. Le cellule dell’organismo si rigenerano in continuazione, ed il nostro corpo di domani non è più lo stesso che avevamo ieri. A chi il compito del “memento mori”? Non basta certo lo schiavo che segue il cocchio del vincitore, meglio allora sperare in una “dama in rosa” che ci aiuti a capirla ed accettarla, perché sono privi di futuro gli uomini che: “ … non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici.” (Blaise Pascal, Pensieri) Gianpietro

4 dicembre 2008

OSCAR e Dio

(pag. 17) Ogni volta che crederai in Lui esisterà un po’ di più.
Oscar e la dama in rosa” è solo un piccolo libro, ma è anche un ricco concentrato di spunti di riflessione. La frase che dà il titolo a questo post richiama, pur senza citarlo direttamente, uno dei più noti “pensieri” del matematico e filosofo francese Blaise Pascal. La sua provocazione, ricordata come il “pari”, può essere così sintetizzata: “Scommetti su Dio, abbi fede come se Dio esistesse e provvedesse a te in ogni istante. Vivi, lavora e prega come se Dio operasse ora nella tua vita e vedrai che, nel tempo otterrai la fede.” (ed è quello che la dama in rosa suggerisce ad Oscar). Visti gli scarsi risultati ottenuti da quanti cercavano di dimostrare l’esistenza di Dio, questa scommessa vuole convincere coloro che non hanno la fede con una semplice considerazione di convenienza. Meglio credere in Dio perché poi, nel caso ci sia un aldilà avremo la vita eterna. In caso contrario abbiamo sprecato una vita il cui valore è pari a zero. Sembra una proposta intelligente. Se l’obiettivo di Pascal era quello di scuotere l’uomo dall’indifferenza, invitandolo a cominciare un cammino, a decidere di “prendere partito” scrollandosi di dosso l’ignavia, allora l’esortazione a vivere almeno nell’orizzonte del problema di Dio è condivisibile. Se invece si analizza il pensiero di Pascal sul piano strettamente matematico, ci si accorge che esso non regge. Il “pari” può essere letto infatti anche così: “Dio è una promessa infinita di felicità. Ad un gioco nel quale si punta un bene o una somma di beni finiti per avere in cambio un bene infinito conviene partecipare, purché la probabilità di vincita sia essa stessa un numero finito.” Secondo Pascal dinanzi all’infinito promesso, la vita da scommettere non può valere che nulla “… vedrete tanta certezza di guadagno e tanta nullità in ciò che rischiate …”, “ … se vincete, guadagnate tutto, e se perdete, non perdete niente: scommettete dunque, senza esitare, che egli esiste ...” Ma se la vita non vale nulla allora non c’è nulla da scommettere. La scommessa infatti è davvero conveniente solo se quel che si punta è pari a nulla, ma se è pari a nulla non si tratta affatto di una scommessa. Nessuno tuttavia attribuirebbe valore nullo alla propria vita, come Pascal pretenderebbe, se non confidasse già in partenza nell’altra vita. Costui dunque non scommetterebbe affatto perché crederebbe già. La scommessa è cioè una cartina di tornasole: rivela a chi è disposto a scommettere che è per ciò stesso un credente; e a chi non è disposto, perché per lui la vita è tutto e non c’è probabilità di un’altra vita che possa essere più grande del tutto della vita terrena, che è un non credente. Lungi dall’essere un gioco decisivo, la scommessa mostra quello che si è già deciso. In conclusione fare come se Dio ci fosse riesce davvero solo a chi già crede che c’è. Gianpietro

2 dicembre 2008

OSCAR e la scrittura

(pag. 9) Scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà, una cosa da adulti.

Nel racconto, l’espressione è collegata alla descrizione “edulcorata” che Oscar fa del proprio aspetto fisico, contrapposta all’immagine reale. Gli adulti ricorrono spesso a questa finzione, i ragazzi, dovrei dire i bambini, risultano meno condizionati. Loro, fortunatamente, sanno ancora gridare “Il re è nudo!”. Una volta adulti diventiamo invece molto attenti ai termini che adoperiamo giustificandone la scelta con il desiderio di non ferire, di non risultare troppo crudi, o, più semplicemente, per esorcizzare la paura di vederci respinti. Essere almeno “obiettivi” nello scrivere, assunto che l’oggettività è un ossimoro stante l’incompatibilità con la posizione di soggetto scrivente, è compito arduo, ma non impossibile. A bene osservare non sempre ci avvaliamo delle parole per “abbellire” la realtà. Al contrario, spesso, ci capita di usare delle lenti molto scure, specie quando le teniamo appoggiate su un cuore turbato o stanco. In quei momenti, se raccontiamo delle “bugie”, si tratta, il più delle volte, di mezze verità. O almeno tali ci appaiono. Gianpietro